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Il segno lasciato dal tempo (e dalla musica): i Waterboys dal vivo a Milano

(da Rockol)

Il tempo è passato per tutti: Mike Scott nasconde i capelli bianchi sotto un cappello a tesa larga e il viso dietro un paio di spessi occhiali (li leverà solo a fine concerto, rivelando una somiglianza impressionante con Steven Tyler). Steve Wickham nasconde un ventre prominente sotto un cappotto – la barba è bianca, i capelli radi. L’unico vezzo di Anto Thistlethwaite sono le scarpe di coccodrillo – per il resto sembra appena uscito da un pub, nascondendo la testa (presumibilmente pelata) sotto un cappellino da baseball. Io i capelli li ho ancora, ma sono abbondantemente venati di bianco, così come la mia barba, che alla fine degli anni ’80 non avevo. Chi più, chi meno, nella sala quasi piena dell’Auditorium di Milano. mostra quegli stessi segni.

Però quando i membri della formazione di fine anni’ 80 del Waterboys suonano, il tempo torna indietro per magia, come se 24 anni anni non fossero passati, come se “Fisherman’s blues”  fosse appena uscito.

Scott entra sul palco da solo, e attacca con l’acustica “Strange boat”, da quel disco. Poco dopo viene raggiunto dal violinista Wickham, che sembra uscito da un quadro di Chagall, da Thistlethwaite, che si alternerà per tutta la sera tra mandolini e sax. Poi arrivano Trevor Hutchinson (anche lui membro originale della band di quel periodo) e il batterista Ralph Salmins, unica entrata recente. E subito si capisce che il fuoco del folk-rock brucia ancora potente, che Scott è ancora un band leader come pochi, che sa guidare il suo gruppo tra gighe, rock, ballate.

Il tour si intitola “Fisherman’s blues revisited”, sullo sfondo troneggia un’immagine di una villa irlandese ricoperta d’edera, quella Spiddal House dove la band registrò buona parte delle canzoni, e poi sfondo della copertina. Ma i Waterboys non suonano per intero l’album, come va di moda ultimamente – anzi lasciano fuori dalla scaletta pezzi centrali del disco come “And a bang on the ear” e “World party”. Però pescano a piene mani da quel periodo, mettendo in scaletta outtakes delle lunghe sessioni dell’album, molte delle quali appena pubblicate nel “Fisherman’s box” e eseguite dal vivo quasi per la prima volta. C’è spazio per qualche brano del periodo precedente (quella “A girl called Johnny” che Scott dedicò a Patti Smith, suonata al piano elettrico, così come “Bang the drum” e “The whole of the moon”), per qualche brano dal sapore più blues. L’unico momento veramente rock è “We will not be lovers” (unica canzone eseguita con una chitarra elettrica), a cui si accompagnano diverse cover, sempre parte del repertorio di quel periodo, che tracciano alla perfezione il paesaggio musicale di riferimento dei Waterboys: “Girl from the north country” di Dylan, “I’m so lonesome I could cry” di Hank Williams e soprattutto una chilometrica ed intensa “Sweet thing” di Van Morrison, cantata con la citazione di “Blackbird”, come nell’album.

 

Ecco, intensità: quello che i Waterboys riescono ad esprimere, oggi come in quel periodo, è una carica che band più giovani e più “cool” si sognano. Alla fine, questo concerto e il “Fisherman’s box” sono un’operazione nostalgica e retromaniaca. Ma va benissimo così: il disco fu un capolavoro; il tempo avrà pure lasciato i suoi segni sulle persone, ma anche la musica. E quel segno non fa male. Anzi fa bene, soprattutto quando lo si rivive dal vivo così.

SETLIST:

Strange boat

Higher bound

A Girl called Johhny

Girl from north country

Stranger to me

When ye go away

Tenderfootin’

When will we be married

Come live with me

Raggle taggle gypsy

We will not be lovers

I’m so lonesome I could cry

Blues for your baby

Bang the drum

Mad as the mist and snow

Sweet thing

Fisherman’s Blues

Bis:

Steve’s fashionable gig

Whole of the moon

On my way to heaven

Saints and angels

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Like a rolling stone

E’ successo così. Dylan fa tre concerti di fila a Milano. Fa sempre la stessa scaletta, la stessa di tutti i concerti precedenti di questa parte del tour. Cambia solo una canzone. Che canzone, vabbé: “Desolation Row”, “Visions of Johanna” e “Hard rain”. Però tutto il resto rimane uguale. I fan puri e duri vanno tutte e tre le sere.

Poi Dylan suona a Roma. I fan milanesi non ci vanno. Tanto fa sempre le stesse canzoni, quelle che ci ha fatto per tre sere, pensano.

E lui, ieri sera,  fa la scaletta che vedete sotto.  Nessuna rarità assoluta, nota il dylanologo Paolo Vites. Ma una sequenza da brivido. Ieri sera su Facebook leggere le reazioni di chi lo aveva visto a Milano… E’ un genio – trova modi sempre nuovi per incazzare i suoi fan.

C’era anche la più grande canzone di tutti i tempi, cantata bene.

 

1. Leopard-Skin Pill-Box Hat
2. Don’t Think Twice, It’s All Right
3. Watching The River Flow
4. Blind Willie McTell
5. Honest With Me
6. Make You Feel My Love
7. Tweedle Dee & Tweedle Dum
8. Queen Jane Approximately
9. Highway 61 Revisited
(Intermission)
10. Just Like Tom Thumb’s Blues
11. Ain’t Talkin’
12. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine)
13. Boots Of Spanish Leather
14. The Levee’s Gonna Break
15. Every Grain Of Sand
16. Like A Rolling Stone

(encore)
17. All Along The Watchtower

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Cose che ho visto al concerto di Bob Dylan

Sono andato a vedere Bob Dylan. E su ognuno dei suoi concerti si potrebbero scrivere 3 o 4 articoli diversi. Ho scritto la recensione “normale” su Rockol. Qua raccolgo un po’ di note di colore. Perché ce n’è tanto, ai concerti di Dylan. Il suo pubblico meriterebbe uno studio serio, ben più di ogni altro.

Mi pare di capire che si divida in tre categorie: la prima è di chi va ad adorare il mito – solitamente ne esce incazzato, deluso. Sul palco vede l’opposto di quello che ci si aspetta da una rockstar: pochi classici, stravolti, irriconoscibili, la voce non è quella. La seconda e la terza categoria sanno com’è Dylan sul palco, lo amano anche per quello – sono diverse tipologie di fan.  C’è chi va in maniera quasi masochistica – per affezione al suo cantante preferito, senza aspettarsi nulla e spesso senza ottenere nulla, sperando che sia una sera buona.  Fan realisti, diciamo: apprezzano Dylan perché sanno che il suo atteggiamento è uno dei motivi della sua grandezza: gli arrangiamenti imprevedibili, la scelta delle canzoni…. Poi c’è il fan-fan, che difende l’indifendibile. Nelle prime file c’era gente che arrivava da ogni parte d’Europa (per un tour in cui, se va bene, cambia una canzone a sera).

Io, alla fine, sono un appassionato; non un fan, ma realista – l’ho visto sette volte (la prima nell’87, con Tom Petty e Roger Mc Guinn: non alzò lo sguardo da terra per tutto il tempo). Mio padre, che ho portato con me, è un fan realista: ho dovuto convincerlo, per farlo venire – era già disilluso in partenza. Alla fine entrambe eravamo d’accordo nel dire che quello di ieri sera è stato il concerto più bello che abbiamo visto.

Ecco un po’ di cose che ho visto e sentito al/sul concerto di Bob Dylan:

  • “Quanti concerti di Dylan ha visto?” “30 o 40”.  “Ne hai mai visto uno veramente bello?” “Si, una volta a Budapest. Era malato”. (Aneddoto di Nick Hornby che porta un amico fan a vedere Dylan).
  • Ai concerti di Bob Dylan la fila ai bagni degli uomini è più lunga di quella delle donne (si, lo so, l’avevo già scritta per Peter Gabriel – in realtà la prevalenza della prostata l’avevo notata e scritta per la prima volta ai tempi del concerto di Dylan e Mark Knopfler nel 2011).
  • “Quanto hai detto che costavano i biglietti a tua moglie? Io le ho detto 25 euro, se no mi ammazzava” (conversazione sentita in fila al bagno).
  • I biglietti in prima fila costavano 245€, quelli nelle file 3 e 4 199€.
  • Chi comprava quei pacchetti riceveva un gadget, un pass “laminato” che ovviamente non ti faceva passare da nessuna parte, ma che tutti esibivano al collo. Doveva essere laminato d’oro.
  • “Ha detto ‘grazie’, ti rendi conto?” (frase ricorrente tra amici nell’intervallo. His Bobness ha parlato, prima di uscire: nessuno ci poteva credere).
  • Giuro che forse l’ho visto sorridere. Forse.
  • Un distinto signore, capelli bianchi e giacca, si va a sedere per terra tra le prime file, nel corridoio in platea. Arriva una maschera che lo fa alzare e arretrare di qualche metro. Il distinto signore rimane lì, in piedi. Guarda il concerto, ogni tanto guarda brutto la maschera che è rimasta in piedi davanti a lui, petto contro petto, per impedirgli di andare avanti.
  • Pochi minuti dopo, tutti si alzano e volano verso le prime file, mettendosi attaccati alla transenna della fossa dell’orchestra che separa il palco dalla platea, di qualche metro. Con buona pace di chi ha pagato 250€ le poltronissime.
  • Non c’era nessun vip a vedere il concerto, nessun cantante. Andranno stasera, domani o a Roma? O non ci vanno del tutto?
  • Il concerto è spesso una sciarada – in cui Shazam non funziona: l’unico modo per individuare le canzoni è conoscere a memoria le parole, o avere ascoltato un bootleg delle date precedenti (per conoscere i nuovi arrangiamenti)
  • C’è un sacco di gente che ha ascoltato un bootleg delle date precedenti e riconosce le canzoni dalle prime note.
  • “Everybody is making love/or else expecting rain” (“Desolation Row”, la canzone più bella di ieri sera): una frase che, secondo me, riassume benissimo anche lo spirito di molti di quelli che vanno ad un concerto di Dylan: aspettarsi il peggio.
  • “Andare a vedere un concerto di Dylan è come andare a vedere la Gioconda” – frase detta da un amico e stimatissimo collega che non l’aveva mai visto (sottotesto: “Sai che è un capolavoro, ma quando lo vedi da vicino ci rimani male perché è meno bello di come dovrebbe”). Alla fine anche lui era d’accordo: gran concerto. (Probabilmente era dispiaciuto di non poterne scrivere male).
  • (No, non vi dico chi è)

 

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Cose che ho visto e imparato al concerto di Macklemore & Ryan Lewis

Due cose così diverse, in pochi giorni. Dopo Peter Gabriel, sono andato a vedere Macklemore & Ryan Lewis.

Su Rockol  abbiamo già raccontato il concerto. Così, anche in questo caso ho visto e imparato un sacco di cose, che provo ad elencare.

Ho visto e imparato  che:

  • Anche se apparentemente hai solo un paio canzoni di successo, puoi arrivare ad esaurire il Forum di Assago, con un mese di anticipo.
  • Non ero l’unico  ad essere stupito del sold-out: un sacco di “addetti ai lavori” e di amici che non lavorano nella musica mi han detto di avere avuto la mia stessa reazione. Bravi i promoter di Barley Arts, che hanno capito e ci han creduto.
  • Certe volte il Forum sembra meno esaurito di altre. Da M&RL c’erano lo stesso numero di persone di Peter Gabriel, ma il parterre sembrava mezzo vuoto. Secondo il promoter, nel parterre i ragazzini (pubblico dei M&LR) si ammassano davanti  e occupano meno spazio. Gli adulti (pubblico di Gabriel) invece ai concerti stanno larghi e occupano più spazio. Semplice.
  • Macklemore è quasi uguale a Francesco Facchinetti. O viceversa. (E, come mi suggeriva un amico, probabilmente Facchinetti vedendo il concerto avrà pensato: “Ma questa roba potevo farla io, altro che ‘La canzone del capitano’…”)
  • Ci sono cantanti italiani che portano i loro figli (o nipotini) ai concerti e si  nascondono sotto ad un cappuccio, manco fossero Madonna (No, non dico chi è).
  • Se hai solo due canzoni di successo (e un repertorio di un solo album ed un EP), devi  essere bravo per riuscire a costruirci attorno uno spettacolo: tante parole, tanta fuffa divertente, ma senza dimenticarti la musica. E Macklemore & Ryan Lewis sono stati bravissimi a trovare quell’equilibrio. Forse solo troppe parole, che spesso il pubblico non capiva (ma urlava comunque).
  • Ai certi concerti l pubblico urla molto ma molto di più che a quelli rock. Il pubblico di M&RL, in termini di ugole, l’ho sentito battere solo da quello dei One Direction, in tempi recenti.
  • Ok, “Thrift shop”. Ok, “Can’t hold us”. Ma il vero capolavoro di M&RL, anche dal vivo è “Same love” – una gran canzone con un gran testo, su un tema che solitamente chiama un sacco di stereotipi.
  • Se hai un solo disco in repertorio e due canzoni di successo, il bis torna ad avere il suo significato letterale. “Due volte”, cioè ripeti una canzone alla fine (“Can’t hold us”). (Non lo vedevo fare dal tour degli U2 del 2005 , in cui suonavano “Vertigo” due volte. Ma loro lo facevano come sfizio, in maniera anche un po’ arrogante).

Insomma, mi sono ricordato sul campo che non  solo i dinosauri (ehm, i “classici”)  del rock o le boy band esauriscono i palazzetti e mandano a casa tutti contenti . Ho visto due modi diversi di unire spettacolo e concerto (questo era più spettacolo che concerto). Da ascoltatore so quale mi piace di più. Ma mi sono divertito e, da persona che si occupa di musica, sono tornato a casa contento: c’è gente che sa fare del buon pop, sa fare un bello spettacolo che fa ballare e cantare il pubblico. E sa fare il tutto esaurito.

Un buon concerto di pop dovrebbe essere obbligatorio nella dieta di tutti gli appassionati di musica.

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Cose che ho imparato al concerto di Peter Gabriel

Sono andato al concerto di Peter Gabriel, ieri sera. E ad andare a vedere concerti così c’è solo da imparare.

La recensione seria l’ha scritta Alfredo Marziano su Rockol: è molto più titolato di me per farlo. Io, qua, metto in fila alcune cose.

Ho imparato che:

  • A certi concerti la fila al bagno degli uomini è lunga quanto quella al bagno delle donne (#prostata)
  • Ciò non è un indicatore della qualità del concerto.
  • Se sei un signore, esci a presentare sul palco la band di supporto un’ora prima che inizi il tuo concerto.
  • Se hai palle e carisma, puoi iniziare il concerto a luci accese, voce e piano. E ti mangi la platea lo stesso. (Avevo visto fare una cosa simile ad altri artisti; ma perché erano incazzati con il pubblico)  (Dylan, anni fa al Forum: uno spettatore gli aveva tirato una sigaretta, e lui tenne le luci accese per tutta la sera).
  • Anche le rockstar inglesi ingrassano e nascondono la panza con una tunica. Ma la voce, quella, rimane sempre unica.
  • Se hai le palle, “bruci” ad inizio scaletta due dei tuoi pezzi più forti (“Come talk to me” e “Shock the monkey”), in versione acustica. E li suoni pure da dio. E va bene così.
  • Li suoni da dio se hai band una band stratosferica – Manu Katché e Toni Levin rimangono una delle migliori sezioni ritmiche di tutti i tempi. Non oso immaginare nel 1987, quando suonò nel tour di “So” a Milano (non c’ero, purtroppo..)
  • Non ho ancora capito se gli stick che Toni Levin si mette sulle dita servono davvero per suonare il basso o fanno solo scena.
  • La scenografia e la messa in scena del concerto di “So” è ancora avanti oggi – luci mobili, visual e riprese – figurarsi 26 anni fa…
  • Le rockstar italiane vengono a vedere le rockstar straniere – e si addormentano. (No, non dirò chi è). Ma poi vengono risvegliate dagli accordi di “Solsbury hill”.
  • Anche stimati colleghi giornalisti sono fan. Vanno al concerto e poi fanno le facce allocchite e l’headbanging come tutti. Come me da Springsteen (vedere la foto là in alto a destra, scattata a San Siro mentre ero in deliquio).
  • Suonare un album per intero (in questo caso “So”) è una cosa che ti emoziona come idea. Ma ti annoia anche un po’, a meno di non essere un fan puro e duro. Ai concerti di Springsteen non me n’ero accorto perché, beh, era Springsteen…
  • “Red rain” è una delle mie canzoni preferite di sempre, e  quella frase (“I come to you, defenses down/with the trust of a child”) – mi taglia in due ogni volta.
  • Se incidi una canzone con Kate Bush e poi la canti con una corista… (“Don’t give up”, il punto più basso del concerto)
  • “Biko” potrebbe durare anche due ore, dal vivo (ma quello me lo ricordavo…)
  • Solo di alcuni concerti vuoi la registrazione non come souvenir, ma perché, beh, che concerto…. E di questo la compro, sicuro.

In sostanza: ho imparato che va bene l’indie-rock, l’urgenza di chi suona ad inizio carriera. Ma la classe non è acqua e meno male che gente come Gabriel è ancora in giro a insegnare il mestiere, anche con qualche chilo in più.

Cose che in parte sapevo già, ma ricordarsele vedendo un concerto come questo è una delle cose più belle che ti possono capitare, se ti piace la musica.

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