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#CenterMic (ovvero il punto di vista del cantante)

Lef Carroll fa il roadie: tecnicamente è un “rigger”,  si occupa della manutenzione di strumenti da palco prima e durante i concerti. Ha lavorato al recente tour di Bruce Springsteen – e ad ogni concerto del Boss scattava due foto dal punto di vista del cantante, dietro il microfono: una ad arena vuota, una  quando il pubblico era arrivato. Poi le condivideva in tempo reale su Instagramsu Twitter con l’hashtag #CenterMic.

Lef ha montato quelle immagini in un video – che interessi o meno Springsteen, vedere il punto di vista del cantante fa venire i brividi…

(Unico consiglio: guardate questi video a musica spenta: la colonna sonora non è di Springsteen, evidentemente).

E a Wembley ha pure girato un time-lapse dell’arrivo del pubblico, attacando una Go-Pro al microfono.

 

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Take me out, tonight

Nell’ultima settimana ho visto tre concerti. Potevano essere tre concerti dell’anno. Uno solo lo è stato.

Lunedì scorso Johnny Marr con i National – l’ordine in cui li ho messi non è casuale. Johnny suona la chitarra con stile e ha trovato la sua voce canta dignitosamente le canzoni degli Smiths. I National hanno un gran suono, pure dal vivo. Ma han poca presenza scenica, soprattutto Matt Berninger – come diceva mia cognata, sembra un tecnico del computer (con tutto il rispetto per). Provate a vederli con gli occhi di qualcuno che è meno dentro di noi alla musica e non potrete darle torto: bella voce, ma lui è proprio un po’ anonimo

Poi ci sono stati i Black Crowes, mercoledì 3 all’Alcatraz. Epici: carisma e suono. Una fenomenale versione di “Wiser time”, che è ormai una delle mie canzoni preferite di sempre. Lo racconto meglio qua, il secondo concerto internazionale dell’anno. (Indovina il primo…)

Infine Glen Hansard. Il concerto di qualche mese fa al Limelight era stato epico, quello sì uno dei migliori dell’anno. Sabato è tornato al Carroponte. Poca gente, in verità: 200 persone su un palco laterale. E un concerto che non mi ha lasciato per niente il segno come tutti i suoi altri che ho visto.

Dal vivo è sempre bravo, intenso e generoso come pochi – ho una venerazione per lui, per il suo modo di fare fuori e sopra il palco.  Scaletta sempre più incentrata sulla sua “svolta soul”, che funziona ed è divertente quando fa le cover  – come qua sotto, un piccolo frammento di “Respect” messo in coda ad una sua canzone. Ma il suo repertorio recente mostra le corde: un po’ ripetitivo e vanmorrisoniano, la band (i suoi Frames) sommersa da archi e fiati.

Insomma, rivoglio i Frames – non come band di accompagnamento come ieri. Vorrei rivedere Glen con le chitarre elettriche,  la band di canzoni come “People get ready” e “Fitzcarraldo” – non a caso le migliori di ieri sera secondo me.

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Milano, 15 giugno 1989 (il mio primo concerto dei R.E.M.)

Questa settimana esce la ristampa di Green dei R.E.M. – ne ho parlato in maniera più o meno seria qua. La band ha fatto una sorta di concorso su Facebook chiedendo di postare ricordi del tour dell’89 – quello da cui è tratto il bonus CD della ristampa. ho avuto la fortuna di vederli a Milano, al Palatrussardi, nel 1989 – uno dei concerti più belli della mia vita – ed è stata l’occasione per rinvangare un po’ di ricordi, compresa la maglietta comprata al concerto, saltata fuori magicamente dall’armadio proprio in questi giorni….

il 1988 e 1989 sono gli anni in cui mi sono innamorato davvero dei R.E.M.

Ho iniziato ad ascoltarli nel 1986, ma “Green” e il Green World Tour li hanno resi la mia band preferita.

Ero al penultimo anno di liceo, al tempo, e vivevo a Cuneo. Quando vennero annunciate le date italiane, chiesi ad un amico che studiava a Milano -lo stesso che mi aveva fatto conoscere il gruppo –  di prendermi i biglietti.

Quando portò il biglietto un sabato mattina all’uscita da scuola, ero felice come un bambino la mattina di Natale – provai anche a far vedere il mio trofeo a qualche amico, che non capiva l’entusiasmo: i  R.E.M. non erano ancora molto famosi in Italia. Non ancora.

Comunque, il primo tour italiano venne programmato direttamente per i palazzetti – una buona partenza per l’amore reciproco tra i R.E.M. e l’Italia – che sarebbe diventata con gli anni uno dei posti preferiti del gruppo.

Presi il treno il giorno del concerto – poco dopo la fine della scuola. Incontrai il mio amico in Largo Gemelli, fuori dall’Università Cattolica – era la prima volta che vedevo quel posto – e fu un’altra prima volta importante. L’autunno dell’anno dopo avrei iniziato a frequentare quei chiostri come studente. 24 anni dopo li frequento ancora, come docente.

Il concerto, in realtà, non me lo ricordo in dettaglio. Mi ricordo le sensazioni. Mi ricordo di essere riuscito ad infilarmi in prima fila, alla sinistra del palco, sotto alla postazione di Mike Mills. Mi ricordo i Go-Betweens, che aprirono il concerto. E mi ricordo che all’uscita comprai tutto quello che potei al merchandising: una maglietta, una felpa, un cappellino, il programma.

Mi ricordo bene che suonarono praticamente tutte le canzoni che amavo, dalle prime alle più recenti, compresa “Turn you inside-out” ancora oggi la mia preferita da “Green” e una delle mie preferite in assoluto. Suonarono pure un po’ di cover: “Crazy” dei Pylon e “Ghost rider” dei Suicide, uscite solo su 12″. Stipe era spiritato e teatrale, Buck saltava tutto il tempo. Qualche tempo dopo, da quel tour sarebbe uscita una videocassetta che avrei consumato, “Tourfilm”.

Per tornare a casa dovetti farmi una notte in treno: 6 ore per poco più di 200 km, arrivando alle 6 di mattina a Cuneo – ma ne era valsa la pena: fu il primo dei miei 21 concerti dei R.E.M..

Amo praticamente tutto quello che hanno fatto (sono un fan, no?). Ma se dovessi scegliere il mio concerto preferito dovrei dire: Dublino, luglio 2007 all’Olympia Theatre. E Milano, 15 giugno, 1989 Palatrussardi.

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Guardare negli occhi le prime file

Se credete che sia soltanto rock ‘n’ roll, ricredetevi. Che vi piaccia o no, Springsteen passa per l’autentico, quello che sale sul palco e spacca tutto, quello che cambia 15-20 canzoni a serata, quello che tira su un cartello con una richiesta dal pubblico e suona.

Probabilmente non avete idea della quantità di pensiero, di progettazione e professionalità che c’è dietro un show come quelli del “Wrecking Ball Tour”. Che non sarà uno spettacolo iper-prodotto tipo quelli di Madonna, Rolling Stones & co, ma insomma. Tutta la produzione dello show è fatta per essere invisibile, per far dimenticare al pubblico le barriere che lo separano da Springsteen.

Qualche giorno fa, il New Yorker ha pubbblicato un lungo ritratto dedicato a Springsteen, in cui il giornalista lo ha seguito  durante le prove del tour, raccontando che la band passa ore non tanto a provare le canzoni, ma le sequenze, le possibili combinazioni nelle scalette, di modo da poter gestire l’umore del pubblico con consapevolezza. E senza trucchi: non ci sono basi pre-registratate, nel tour, se si eccettua la batteria di “We take care of our own” (“Troppo complicata da riprodurre live”).

Ma questo non significa che la produzione dello spettacolo sia meno importante. LiveDesign ha pubblicato una serie di articoli dedicati alla produzione dello spettacolo, intervistando Jeff Ravitz, storico stage designer di Springsteen e anche di questo tour.

Si scoprono cose interessante, leggendoli. Per esempio, che la produzione è iniziata quando non era ancora chiara la formazione della E Street Band che sarebbe salita sul palco, si sapeva solo che ci sarebbero state delle coriste. In queste circostante, Ravitz ha disegnato il palco (ne vedete uno schizzo qua di fianco) tenendo a mente alcune cose.

Il palco deve essere più aperto possibile, permettere una visione ampia da ogni punto di vista. Per questo, da tempo nei tour di Springsteen, le spie sono incassate nel pavimento e le luci e le casse stanno il più in alto possibile.

Un discorso a parte meritano i megaschermi, a T rovesciata per permettere inquadrature sia a panorama che a ritratto. Sono posizionati in maniera tale per cui chi è nelle prime 20 file non riesca a vederli – per esplicita richiesta di Bruce che vuole vedere il suo pubblico negli occhi, senza distrazioni. E poi c’è la regia, di Chris Hilson, che usa 11 telecamere, con il preciso scopo di mostrare al pubblico le relazioni tra i membri della band. L’avevo detto già in un’altra occasione: la regia video è una delle cose migliori di questo tour. Ne avete un esempio nel video ufficiale di “Drive all night” – probabilmente una delle cose più toccanti di questo tour: un piccolo trattato di come andrebbe sempre ripresa la musica dal vivo.

Insomma, Springsteen è un grande improvvisatore, un grande showman ma un ancora più grande professionista, e con lui tutte le persone che lavorano dietro le quinte per rendere un suo concerto un’esperienza da godere nel miglior modo possibile.

Poi, certo, ha le sue manie:  un giornale inglese ha “rivelato” che c’è una guardia del corpo solo per la sua chitarra (come dargli torto? Valore inestimabile, e se pensate che negli ultimi anni sono state rubate chitarre a Peter Buck e Tom Petty, riottenute solo con lauti riscatti). Nel “rider” di Springsteen ci sono 18 stanze, due stanze separate per lui (con 12 candele ed incenso) e la moglie Patti Scialfa. E poi la richiesta di posate vere, non di plastica, per magiare il tacchino per 90 persone ordinato prima del concerto ad Hyde Park.

(Non) E’ solo rock ‘n’ roll, ma con un certo stile.

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Il professionista della felicità musicale

Le facce. Per raccontare un concerto come quello Springsteen a San Siro, bisogna partire non dalla musica, ma dall’effetto che fa sulla gente. Cose che si sono viste nella serata allo stadio milanese: bambini cantare le canzoni come se seguissero Springsteen da più tempo dei loro anni, uomini dimenticarsi di problemi fisici e ballare, che fossero su una carrozzina elettrica fatta danzare sul prato o che fossero su una gamba sola, mentre una stampella veniva usata come una air guitar. E poi sorrisi, pianti di felicità, danze sfrenate. L’immagine più bella del concerto, almeno per me, è il volto trasfigurato, la felicità pura, immacolata e totale sul volto della bambina appena scesa dal palco dopo aver ballato su “Dancing in the dark” con Springsteen, e speculare a quella del volto di suo padre.

In nessun altro posto come ad un concerto di Springsteen vedi così tanta gente contenta, tutta assieme. E in nessun altro posto questo effetto è amplificato come lo stadio di San Siro: “This place is special for us, siete i migliori”, dice ad un certo punto Springsteen: non è la solita frase di circostanza, ma una verità che racconta il rapporto viscerale che c’è tra il Boss e il suo pubblico, in particolare quello italiano, in particolare quello di questo luogo.
I dati dicono che il quarto concerto di Springsteen a San Siro (“Ormai ha più presenze di Pato in questo stadio”, scherzava qualcuno nel pomeriggio in rete) è stato il secondo più lungo della sua carriera, dopo un concerto di capodanno del 1980 al Nassau Coliseum: un uomo di 62 anni che ha suonato 3 ore e 40, 33 canzoni filate senza interruzione.
La serata inizia con un po’ di ritardo, verso le 8 e 40. La prima parte dello spettacolo parte con la sequenza iniziale quasi standard del tour: alcuni brani da “Wrecking ball” mischiati con qualche vecchio classico. La voce fatica un po’ a scaldarsi, ma Springsteen – da uomo di spettacolo consumato qual è – compensa facendosi aiutare dal pubblico, alternando mosse teatrali consolidate (la giga su “Death to my hometown”) a improvvisazioni, calandosi tra il pubblico, concedendo spazi alla E Street Band, come il primo assolo di sax, su Badlands: Springsteen osserva Jake Clemons, tributandogli una vera e propria investitura, che lui ripagherà per tutto lo show come se fosse posseduto dallo spirito di suo zio.
Dopo un’ora ha suonato solo sei canzoni ma è da “Candy’s room” in poi che lo show si apre, decolla: Springsteen molla gli ormeggi, inizia a pescare nel repertorio brani noti e notissimi, inizia a dirigere la E Street Band come un’orchestra. Non ci sono grandissime “chicche” nella serata, se si eccettua la versione piano e voce di “The promise” (“Ho sempre molte richieste per questa canzone”, quasi si giustifica), ma una sequenza interminabile di canzoni che conoscono anche i sassi, almeno a San Siro: spiccano una bella versione full-band di “Johnny 99”, la sequenza mozzafiato “The promise”-“The River”-“The rising”. Le pur belle canzoni di “Wrecking ball” sembrano quasi abbassare la tensione, in cotanto contesto; ma poi c’è il finale in cui Springsteen sembra non voler scendere mai dal palco: non c’è interruzione per i bis, la messa in scena dell’uscita e rientro non serve; la band attacca “Rocky ground” (solitamente il primo encore) senza allontanarsi, e poi va avanti per altre 10 canzoni. Uno spettacolo nello spettacolo, un altro greatest hits, che dovrebbe terminare con “10th avenue freeze out” e invece va avanti ancora, anche dopo il silenzio dedicato a Clarence Clemons (“When the Big Man joined the band” e Springsteen ammutolisce lo stadio guardando una foto del sassofonista sul megaschermo). Ancora due canzoni, ancora “Twist and shout” come nel 2008: questa volta altro che quei 22 minuti di sforamento che costarono al promoter una denuncia penale da parte degli abitanti del quartiere…
Springsteen, alla fine, è un professionista della felicità musicale, e San Siro è il suo cantiere preferito, un luogo in cui costruisce questi effetti meglio che altrove; nel mettere in piedi uno spettacolo così non ci vuole solo un’enorme carica, ma un’esperienza e una sapienza altrettanto grandi: dirigere una band con un cenno del capo, capire come e quando allungare un brano, quale canzone chiamare reagendo alle emozioni del pubblico, alternare scenette teatrali provate, discorsi riprovati con improvvisazioni e interazioni con il pubblico – troppi episodi da citare, troppi sceglierne per uno, ma tutti documentati in maniera magistrale dalle telecamere sui tre megaschermi che incorniciano il palco.
In sostanza: un altro show memorabile a San Siro, un altro di quei concerti che fanno la storia, anche solo quella storia piccola che è il rock, che però è enorme per tanta gente e certamente lo è per chi era a San Siro questa sera. Ancora una volta, vale la famosa frase: il mondo degli appassionati di musica si divide tra chi ama Springsteen e chi non lo ha mai visto dal vivo.
SETLIST
“We take care of our own”
“Wrecking ball”
“Badlands”
“Death to my hometown”
“My city of ruins”
“Spirit in the night”
“The E Street shuffle”
“Jack of all trades”
“Candy’s room”
“Darkness on the edge of town”
“Johnny 99”
“Out on the street”
“No surrender”
“Working on the highway”
“Shackled and drawn”
“Waiting on a sunny day”
“Promised land”
“The promise”
“The river”
“The rising”
“Radio nowhere”
“We are alive”
“Land of hope and dreams”
“Rocky ground”
“Born in the U.S.A.”
“Born to run”
“Cadillac ranch”
“Hungry heart”
“Bobby Jean”
“Dancing in the dark”
“10th avenue freeze out”
“Glory days”
“Twist and shout”

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