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#NowListening: e alla fine si torna sempre a contare i corvi

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate in giro, oltre a quella di cui parlo di solito qua.

Al solito, i titoli sono link a spotify (o ad altre forme di streaming). Sempre su Spotify c’è una playlist a cui ci si può iscrivere, con il meglio della musica segnalata nella rubrichetta.


Counting Crows – Echoes from the Outlaw Roadshow

Tuttu noi ascoltatori compulsivi abbiamo qualche gruppo per cui perdiamo il senno. Però persino quei gruppi ti fanno cadere le braccia. E’ più o meno quello che ho pensato quando ho sentito che i Counting Crows – una delle mie band preferite stavano pubblicando un disco dal vivo. Il settimo della loro carriera, se ho contato bene. Dopo un disco di cover. Reazione: bah.

Poi il fan ha prevalso e pur pensando che fosse un “disco da Spotify”, l’ho comprato. Ho fatto bene. Una raccolta di diverse performance dello scorso tour, scelte non banali, con alcune gemme assolute: una cover da brividi di “Girl from the north country” (non compresa sull’album dell’anno scorso). L’ennesima stupenda versione di “Round here” (che questa volta cita Van Morrison). Un tiro e una passione che….

Alla fine si torna sempre a casa, dai nostri gruppi preferiti, e non è un male.

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Bill Janovitz – Walt Whitman mall

Una cosa che non mi sono mai spiegato è perché J. Mascis sì e Bill Janovitz no. Perché i Dinosaur JR e il loro leader sono – giustamente – icone dell’indie rock e i Buffalo Tom non se li fila quasi nessuno. Arrivano dalla stessa città (Boston), dallo stesso periodo. I Buffalo Tom hanno fatto dischi anche migliori… Comunque, il loro leader torna con un gran bel disco, dopo aver pubblicato negli ultimi anni oltre 100 cover al ritmo di una a settimana. “Walt Whitman Mall” è un disco di rock/folk melodico, scritto da dio (un viaggio nelle memorie suscitate dai luoghi: il titolo originario era “Long Island of the Mind) e cantato con quella voce un po’ roca… Persino meglio delle ultime cose dei Buffalo Tom, che si sono riformati nel 2007 (Janovitz, nel frattempo, fa l’agente immobiliare: “part time man of rock”, si definisce). (Il disco si trova solo su BandCamp o su Pledge Music: è stato finanziato con il crowdfunding)

 

Artisti Vari – Love for Levon

Levon Helm. La Band. Quella voce, quelle canzoni. Lo scorso ottobre un po’ di amici si sono ritrovati a cantarle, in sua memoria in New Jersey. C’erano Don Was e Kenny Aronoff a suonare, a cantare Roger Waters, i My Morning Jacket, John Hiatt, John Mayer,  Mavis Staples, Gregg Allman, Jakob Dylan. E poi appunto ci si sono quelle canzoni. La versione finale di “The night they drove ‘ol dixie down” d i Waters e My Morning Jacket fa venire il piangerone.

Californication Season 6 OST

Nei giorni scorsi, complici le lezioni allo IULM su Musica e serie TV, mi è ripartita la scimmia per Californication, di cui avevo un po’ di puntate in arretrato. Ho visto una puntata in cui usano “Strange religion” di Mark Lanegan. Niente, è una delle serie migliori, se non LA migliore, nello scegliere e/o commissionare canzoni e metterle in scena. La sesta serie, quella appena finita in America, ha una album/colonna sonora davvero notevole: cover e (Marilyn Manson che rifà “Personal Jesus”, Ryan Adams alle prese con gli Iron Maiden tra le altre) e brani inediti e scelte dal passato da intenditori. E nomi nuovi, come Lissie (cantautrice alle prese con una splendida versione minimale di “Nothing else matters”) e Beth Hart (la sua “My California” è il season finale).

Lo trovate solo su iTunes, su Spotify ci sono quelli delle passate stagioni – Qua invece ho raccolto un po’ di canzoni in una playlist su Spotify.

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Jimmy & Immy

David Immergluck (from Counting Crows) and James Maddock live in da house (Taken with Instagram at Rockol)

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by | 1 febbraio 2012 · 5:05 pm

The silence of the lambs

“Round here we talk like lions, but then we sacrifice like lambs”

Questa canzone è poetica ed intensa  quanto “Thunder Road”, per me.

E’ forse una delle canzoni più belle degli anni ’90, e fa a gara con “Mr. Jones”, che era nello stesso, bellissimo disco, guarda caso.
I Counting Crows hanno appena pubblicato un CD/DVD, in cui rifanno live tutto  quel disco, “August & Everything After”, uno dei migliori esordi rock di sempre e uno dei miglior album di quel periodo.

Da quel DVD Hanno messo in rete il video di  “Round here”, quella canzone, quella che apriva il disco, in una versione straordinaria di 11 minuti.

(Ps: quand’è che si decidono a tornare in Italia, e a fare un disco nuovo)?

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Valentine day (is over)

Adesso vedi che tocca rivalutare San Valentino, festa fatta per vendere gadget inutili e riempire tutti i ristoranti almeno per una sera.

Il motivo? Adam Duritz. Mentre i suoi Counting Crows sono in pausa, lui passa le notti a twittare al suo milione e passa di follower, raccontando i fatti suoi. Ogni tanto fa il DJ su blip, condivdendo musica. Ma da qualche giorno a questa parte, e fino a San Valentino, ha deciso di incidere e regalare una canzone al giorno. Una canzone di San Valentino.

Si è messo lì, e ha inciso brani di Steve Earle, Tom Waits, Ryan Adams, Bob Dylan. Sono versioni al piano, un po’ sghembe, reperibili sul suo account SoundCloud. E mi ricordano proprio un po’ Tom Waits: belle, nella loro imperfezione. E  arrivano da una delle voci più intense e belle del rock americano degli ultimi 20 anni…

http://www.youtube.com/watch?v=BmTEIkPRv68

La mia canzone preferita di San Valentino, rimane questa, tutt’altro che romantica, di Billy Bragg…

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Sad ballad of El Goodo

Tristi notizie: è scomparso Alex Chilton, all’eta di 59 anni.

Un grandissimo autore, soprattutto con i suoi Big Star , che tra l’altro dovevano suonare in questi giorni al SXSW di Austin. Sono stati quello che si dice – con un terribile aggettivo – un gruppo seminale, che ha influenzato generazioni e generazioni di musicisti.

Scartabellando in rete ho trovato questo video, con Adam Duritz che canta la  canzone più bella di Chilton, “Ballad of El Goodo”: i primi secondi sono una professione d’amore per Chilton.

Purtroppo, non è finita qui: è mancato anche il DJ inglese Charlie Gillet, che ebbe tra i tanti meriti anche quello di scrivere “The Sound of the city” nel 1970, un libro che ha anticipato molti studi e riflessioni serie sulla popular music. In Italia venne tradotto e pubblicato, altrettanto meritoriamente, dal Mucchio Selvaggio.

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