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La mia prima intervista (in ricordo di Nuto Revelli, partigiano e scrittore)

Tanti anni fa, avrò avuto 10 anni o giù di lì, ho fatto la prima intervista della mia vita.  Si avvicinava il 25 aprile, a scuola si parlava della resistenza. Non mi ricordo di chi fu l’idea di mandarmi da quel signore dalla faccia bonaria. Non ricordo se fu dei miei genitori (era un amico di mia nonna, mi dissero) o dell’insegnante. Sta di fatto che andai a casa sua, in Corso Brunet, a Cuneo, accompagnato da mio padre. Quel signore si chiamava Nuto Revelli, era stato un grande partigiano, ed era già un famoso scrittore. Tutte cose di cui avevo sentito parlare, ma che non capivo bene.

Così mi armai di un registratore, credo fosse un Sanyo, forse quello che usavo già per ascoltare un po’ di musica, uno di quelli lunghi e grossi come mattoni, mono, con i tastoni grossi che sembravano uscire da un piano. Feci qualche domanda, lui rispose gentile, e poi feci ascoltare la registrazione in classe. Facevo le medie e mi ricordo che, timido com’ero, mi imbarazzai a risentire la mia voce di fronte ai miei compagni.

Quel signore negli anni dopo lo vedevo spesso seduto in un bar di Piazza Europa, sotto i portici, di fianco alla libreria dove andavo spesso. Ho capito la sua importanza e la sua statura solo anni dopo, quando intervistando un cantante questo mi disse: “Ma davvero hai conosciuto Nuto Revelli”?. Era il 2002 o forse il 2003-. Nuto Revelli è morto nel 2004.

Negli anni ho letto i suo libri, ho riletto soprattutto “Il mondo dei vinti”, in cui racconta gli effetti della guerra sulle persone con uno stile secco, che punta dritto all’essenziale. Nuto Revelli era uno che aveva combattuto per la libertà,  con il fucile in mano e poi si era messo ad ascoltare, girando a raccogliere le storie di persone normali, armato di un magnetofono, e poi le aveva trascritte, mantenendo la semplicità di quelle persone, senza nessuna retorica. “Il mondo dei vinti” si apre così:

“Non capivo perché la gente non scegliesse la strada aperta della ribellione, ignoravo che dopo secoli di miseria non si esce dal ghetto sparando. (…) In quei tempi “rastrellavo” la pianura, la montagna, le langhe. Entravo in centinaia di case contadine e incontravo una realtà che mi offendeva. Giravo a cercare la guerra, a cercare il passato, e avvertivo che la guerra dei poveri non finisce mai. Cerco il mondo dei vinti, dove un dialogo è ancora possibile, dove col dialogo respira la vita. (…) Mi interessa il passato in quanto mi aiuta capire la realtà di oggi”.

Nuto Revelli aveva scritto una canzone, mentre faceva il partigiano nelle valli cuneesi. “Pietà l’è morta” è uno dei simboli di quel periodo. Poi venne ripresa dai Modena City Ramblers, uno di quei gruppi che ha fatto in modo di usare la musica per raccontare la resistenza. La settimana scorsa, nella recensione di Breviario Partigiano dei Post-CSI, dicevo che ormai la resistenza è un tema fuori moda, che se ne parla di meno ora che i testimoni come Nuto Revelli non ci sono più. Invece sono felice di essermi sbagliato: questa settimana ne ho sentito parlare tanto, con belle iniziative su stampa, Tv e web.

Se oggi possiamo ascoltare musica liberamente, se possiamo scrivere queste cose, è anche grazie a quello che persone come Nuto Revelli fecero 70 anni fa: combattere e sacrificarsi per la libertà. E il fatto che sia la prima persona che ho intervistato, quando neanche sapevo che volevo fare il giornalista, ecco, è una cosa di cui sono orgoglioso, soprattutto quando si avvicina il 25 aprile.

 

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Manufatti digitali

(Da Rockol):

Creare una struttura per promuovere nuovi artisti: di questi tempi può sembrare un azzardo. Ma non se si hanno le idee chiare e se si trasformano i limiti in potenzialità. Il nome di Al-Kemi Lab circola da qualche tempo in rete; da molto più tempo è sulle scene musicali italiane il nome del suo fondatore, un  grande della musica italiana: Gianni Maroccolo. L’ex bassista di Litfiba e fondatore di CSI e PGR ha creato questa “factory” assieme ad alcuni amici, una comunità dove la parola “artista” non è usata a sproposito perché non si fa solo musica, ma arte a 360°; ma allo stesso tempo si è consapevoli che i tempi sono cambiati, e che l’artista non è un’isola, non si estranea dal mondo: deve sapersi sporcare le mani, gestirsi e confrontarsi con il mondo oltre il suo lavoro “tradizionale”.
Uno dei primi prodotti della fattori è “Debut”, una sorta di sampler in cui ad artisti già affermati, come lo stesso Maroccolo, i Marlene Kuntz e il loro “side-project” Beautiful, IG, si affiancano nuovi nomi come Bastian Contrario, Clockmakers, Diverba, in un progetto multimediale con canzoni e video. “E’ tutto in via di sviluppo, questi sono i primi passi”, racconta Maroccolo a Rockol. “Per arrivare a fare questo tentativo ci ho messo dal ’90 ad oggi, perché tutto il mio lavoro come produttore e musicista arriva da lì… L’idea è la stessa di altre esperienze come il Consorzio Produttori Indipendenti: fare qualcosa nel contesto in cui uno sa fare cose. Io so fare questo: mi è sempre piaciuto darei ai giovani talenti un’opportunità di fare musica”. Con lui in questa factory ci sono Beppe Godano – che con Maroccolo lavora da anni al management dei Marlene Kuntz, Toni Verona (Alabianca), Antonio Contiero (il “maestro d’arte della bottega alchemica”, che si occuperà delle edizioni limitate che la factory produrrà), Zavo, Alessandro d’Urso, Luca Bergia.  “Al-Kemi Lab è il cappello che usiamo per definire le nostre attività, con una parte discografica, la Al-Kemi Records che produrrà dischi e musica in senso più stretto. Ma l’idea è quella di una factory proprio nel senso d Andy Wharol, che magari sarà pur un esempio ingombrante ma anche da seguire: un posto dove incontrarsi e far succedere delle cose. Un posto inevitabilmente virtuale, perché i tempi sono questi. Alcuni artisti sono nomo già noti, altri sono persone con cui avevamo delle chiacchiere aperte, e che abbiamo coinvolto, partendo dal presupposto che si sappiano gestire, sappiano pensare a se stessi. Non siamo più ai tempi degli anni ’90”. ll riferimento è al CPI, al Consorzio Produttori Indipendenti: un’altra factory in cui sono cresciuti proprio i Marlene: “E’ paragonabile a quell’esperienza la voglia di essere attivi, e di farlo attraverso le idee, non sfruttando successi effimeri dei singoli ma lavorando tutti assieme. Ma oggi non si può più partire dalle fondamenta, una grossa parte del lavoro se la deve smazzare l’artista”.
In questo, aiutano sicuramente i social network. Perché è vero che una parte del lavoro di Al Kemi è tradizionale, basata su manufatti originali e su edizioni limitate. Ma è anche vero che oggi è più facile attraverso il web arrivare ad un pubblico mirato: “I social network  sono il surrogato moderno delle fanzine… anche ai tempi del CPI c’era un’interattività costante, con altri mezzi, cartacei e telefonici. Oggi è chiaramente diverso: molti di noi sono già presenti sul web. Questo non significa che ci sia un popolo di potenziali clienti, ma sicuramente un popolo di potenziali persone molto motivate e interessate. Quindi faremo scelte e presenze molto mirate, niente spam e niente ricerche di mercato, ma un tentativo di comunicare con tutti in maniera seria”.
Dopo debut, Al Kemi Lab ha già un calendario di uscite e appuntamenti molto interessante: a settembre uscirà finalmente Beautiful, il progetto di Maroccolo e Marlene Kuntz con il DJ Howie B, e il debutto di Denise. Entro l’anno dovrebbero uscire un paio di altro album, nonché il lavoro di Alessandra Sellete “Saca ga usa”: una pianista di Roma e un’edizione limitata sotto forma di cofanetto di musica e testi e immagini. Per l’aprile del prossimo anno è previsto un “raduno alkemico” di tre giorni a Roma. E poi,  Maroccolo potrebbe pensare ad un nuovo disco solista dopo “A.C.A.U. – La nostra meraviglia” del 2004. Anche se non sarà proprio solista: “anche io quando farò un disco, lo farò in questo modo, chiedendo il contributo delle persone e coinvolgendole. Se interesserà a 300 persone, ne stamperò 300 copie…”.

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