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Come funziona la musica

In questi giorni esce in Italia “Come funziona la musica”, libro di David Byrne di cui non si può davvero fare a meno: questa cosa l’avevo scritta l’anno scorso dopo aver letto la versione inglese – l’ho risistemata e pubblicata in questi giorni su Rockol.

C’è una scena, in “Waging heavy peace”, l’autobiografia recentemente pubblicata: Neil Young racconta della reunion con i Crazy Horse, dicendo che non vede l’ora di andare nel suo studio di registrazione e di “lasciar fluire la musica”. Se l’è costruito lui, quello studio, a sua immagine e somiglianza, nel suo ranch californiano. Perché il luogo è fondamentale nell’ispirazione dice Young.<br>

Quante se ne leggono, di spiegazioni così… I musicisti, i più grandi, non sanno spiegare il loro talento. Di solito si definiscono come un “medium”, un mezzo attraverso cui scorre la musica. Non lo fanno neanche per posa (un po’ si, ma neanche troppo). E’ che proprio non sanno come raccontare come nasce la loro musica senza ricorrere a metafore mistiche.<br>

Non tutti, però. Il libro musicale di di questo periodo non è una delle tante autobiografie ufficiali uscite recentemente – colpa di “Life” di Keith Richards, che con il suo successo ha sdoganato il genere.<br>

Il libro musicale di quest’anno è “How music works” di David Byrne: uscito in inglese nel 2012 per McSweeneys (la raffinatissima casa editrice di Dave Eggers), viene pubblicato ora anche in Italia per Bompiani, in veste che rispetta l’originale: copertina “imbottita”, carta di ottima qualità e foto a colori per illustrare il testo.<br>

Già, come funziona la musica? E si può spiegare? E spiegandola non si rovina la sua magia?<br>

“Per me non ha avuto questo effetto. La musica non è fragile”, dice all’inizio del libro. Byrne è più algido e intellettuale, meno passionale e istintivo di Young: si sa, lo si capisce dalla sua musica intelligente, ma meno “calda”. Byrne è uno riflessivo, che spiega il suo lavoro così:<br> <i>Fare musica è come costruire una macchina la cui funzione è suscitare emozioni tanto nell’ascoltatore quanto nel performer (…) L’artista è qualcuno che è addetto a costruire queste macchine</i><br>

Il libro non è un’autobiografia e non è un trattato. E’ entrambe le cose e nessuna di queste due. L’indice include capitoli – che si possono leggere autonomamente – sulla creatività, sulla performance, sulla tecnologia, gli studi di registrazione, sulle collaborazioni, sul business, le scene musicali, l’educazione e l’amatorialità. Byrne pesca spesso dalla sua storia, racconta aneddoti, ma soprattutto ragiona. Usa fonti in maniera appropriata – libri seri, come un vero studioso – frutto di una ricerca approfondita, non solo dell’intuito. Ma il suo libro non è mai accademico e serioso.<br>

Il primo capitolo è forse quello più bello, ed è l’opposto della scena di Neil Young raccontata all’inizio. Byrne fa una sorta di “reverse engineering” della composizione musicale. Ovvero smonta il risultato finale per capire come sia stato costruito. La sua tesi è che i musicisti compongono in funzione del luogo in cui si sentirà la sua musica – che sia Bach o che sia un rocker indipendente. <br>
Negli altri capitoli ci sono ragionamenti sulla quantizzazione della musica (sempre perfetta e al tempo al millesimo, grazie alla tecnologia), sull’importanza delle collaborazioni: “Pitchfork una volta ha detto che collaborerei con chiunque per un pacchetto di patatine”, dice. Ma poi spiega perché l’artista deve mettersi in gioco in continuazione).<br>

Bello e illuminante il capitolo su business e finanza: racconta che per “Grown backwards” ricevette 225.000 dollari di anticipo dalla casa discografica, spendendone 218.000 per la produzione (avrei potuto registrarlo con meno musicisti, dice, e avrei guadagnato di più; ma avrebbe avuto senso?). Arrivò a guadagnarne 58.000 con le vendite, ma dopo diversi anni. Byrne esamina per filo e per segno tutte le spese e conclude che quei giorni sono finiti.: “Per un po’ il music business è sembrato un universo parallelo utopico. Vedere Elvis nella cadillac rosa, il palazzo della Capitol, Bruce Springsteen che rimane in studio per tre anni per incidere Born to run. (…) Fare musica oggi, come una volta, ha un valore di per sé, con un’altra compensazione che non è soltanto economica.<br>

E poi esamina i modelli di contratto, esamina le condizioni che creano una scena musicale (che, guarda caso, sono le esattamente condizioni che hanno creato la scena del CBGB’s a NY negli anni ‘70, dalla possibilità di suonare materiale originale, all’attirare gli artisti anche quando non suonano, con birre gratis e affitti bassi in zona).<br>
La traduzione italiana arriva un poco in ritardo, ma è un’ottima notizia: questo è un libro che ogni appassionato di musica dovrebbe leggere e studiare.

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La trinità

 

la trinità

la trinità

(Brian Eno, Michael Stipe and David Byrne at The Kitchen’s gala benefit for Eno in New York on May 7, 2013 – by R.E.M. Fans United)

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by | 11 maggio 2013 · 8:41 am

Come funziona la musica

C’è una scena, in “Waging heavy peace”, l’autobiografia appena uscita: Neil Young racconta della reunion con i Crazy Horse, dicendo che non vede l’ora di andare nel suo studio di registrazione e di “lasciar fluire la musica”. Se l’è costruito lui, quello studio, a sua immagine e somiglianza, nel suo ranch californiano. Perché il luogo è fondamentale nell’ispirazione, dice Young.

Quante se ne leggono, di spiegazioni così… I musicisti, i più grandi, non sanno spiegare il loro talento. Di solito si definiscono come un “medium”, un mezzo attraverso cui scorre la musica. Non lo fanno neanche per posa (un po’ si, ma neanche troppo). E’ che non sanno come raccontare come nasce la loro musica senza ricorrere a metafore mistiche.

Non tutti, però. Il libro musicale di quest’anno non è la biografia di Neil Young (bella, poco storica e molto riflessiva/piscologica; ma questa è un’altra storia, ne parlerò un’altra volta). Non è una delle tante autobiografie ufficiali di questo periodo – colpa di “Life” di Keith Richards, che con il suo successo ha sdoganato il genere.

Il libro musicale di quest’anno è “How music works” di David Byrne (si trova in digitale su iTunes e Amazon a 11€).

Già, come funziona la musica? E si può spiegare? E spiegandola non si rovina la sua magia?

“Per me non ha avuto questo effetto. La musica non è fragile”, dice  all’inizio del libro. Byrne è più algido e intellettuale,  meno passionale e istintivo di Young: si sa, lo si capisce dalla sua musica intelligente, ma meno “calda”. Byrne è uno riflessivo, che spiega il suo lavoro così:

Fare musica è come costruire una macchina la cui funzione è suscitare emozioni tanto nell’ascoltatore quanto nel performer (…) L’artista è qualcuno che è addetto a costruire queste macchine

Il libro non è un’autobiografia e non è un trattato. E’ entrambi le cose e nessuna di queste due. L’indice include capitoli – che si possono leggere autonomamente – sulla creatività, sulla performance, sulla tecnologia, gli studi di registrazione, sulle collaborazioni, sul business, le scene musicali, l’educazione e l’amatorialità. Byrne pesca spesso dalla sua storia, racconta aneddoti, ma soprattutto ragiona. Usa fonti in maniera appropriata – libri seri, come un vero studioso – frutto di una ricerca approfondita, non solo dell’intuito. Ma il suo libro non è mai accademico e serioso.

Il primo capitolo (se ne può leggere un estratto qua) è forse quello più bello, ed è l’opposto della scena di Neil Young raccontata all’inizio. Byrne fa una sorta di “reverse engineering” della composizione musicale. Ovvero smonta il risultato finale per capire come sia stato costruito. La sua tesi è che i musicisti compongono in funzione del luogo in cui si sentirà la sua musica – che sia Bach o che sia un rocker indipendente. Byrne ha fatto qualche tempo fa un TED talk su come l’architettura dei locali ha dato forma alla musica.

Negli altri capitoli ci sono ragionamenti sulla quantizzazione della musica (sempre perfetta e al tempo al millesimo, grazie alla tecnologia), sull’importanza delle collaborazioni (“Pitchfork una volta ha detto che collaborerei con chiunque per un pacchetto di patatine”, dice. Ma poi spiega perché l’artista deve mettersi in gioco in continuazione).

Bello e illuminante il capitolo su business e finanza:  racconta che per “Grown backwards” ricevette 225.ooo dollari di anticipo dalla casa discografica, spendendone 218.000 per la produzione (avrei potuto registrarlo con meno musicisti, dice, e avrei guadagnato di più; ma avrebbe avuto senso?). Arrivò a guadagnarne 58.000 con le vendite, ma dopo diversi anni. Byrne ssamina per filo e per segno tutte le spese e conclude che quei giorni sono finiti.

Per un po’ il music business è sembrato un universo parallelo utopico. Vedere Elvis nella cadillac rosa, il palazzo della Capitol, Bruce Springsteen che rimane in studio per tre anni per incidere Born to run. (…) Fare musica oggi, come una volta,  ha un valore di per sé, con un’altra compensazione che non è soltanto economica.

E poi esamina i modelli di contratto (riprendendo quest’articolo che aveva scritto per Wired), esamina le condizioni che creano una scena musicale (che, guarda caso, sono le esattamente condizioni che hanno creato la scena del CBGB’s a NY negli anni ’70, dalla possibilità di suonare materiale originale, all’attirare gli artisti anche quando non suonano, con birre gratis e affitti bassi in zona).

Chissà se “How music works” verrà mai tradotto in Italiano – Bompiani aveva pubblicato i suoi “Diari della bicicletta”, tempo fa. Sia quel che sia, anche in inglese – molto scorrevole, poco tecnico – questo è un libro che ogni appassionato di musica dovrebbe leggere e studiare.

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Cose che succedono alla fine delle interviste

Mi è successo di nuovo. Ho lasciato una telecamera accesa alla fine di un’intervista, e l’intervistato si è messo a guardarla senza sapere che stava ancora girando. C’è un qualcosa nelle facce che fanno personaggi famosi quando sono incuriositi dalla tecnologia…

In questo caso, James Taylor (che aveva appena suonato una canzone per Rockol, che pubblicheremo domani), si è avvicinato alla GoPro, piccola ma potente telecamera fissata con una ventosa ad un tavolo, per una ripresa laterale di contorno.

Mi era già successo qualche tempo fa, con David Byrne, incuriosito dall’iPhone, messo su un cavalletto…

Ma il meglio è questo: sempre un iPhone messo di lato. E quell’istrione di Bublè che fa finta di niente per tutta l’intervista, salvo esibirsi in un siparietto ad uso e consumo del telefonino, sempre a fine intervista. Questo video è stato girato nel 2009, l’ho caricato e lasciato lì. Negli ultimi due mesi, improvvisamente, è finito nei raccomandati di YouTube ed ha raccolto 25.000 visioni in qualche settimana

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Speaking in tongues

Ma quanto è bella la canzone degli Arcade Fire con David Byrne? (Per prepararsi spiritualmente al concerto di questa sera…)

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by | 5 luglio 2011 · 7:19 am