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Pirati o esploratori?

Una nuova ricerca inglese, di cui parla l’Indipendent e ripresa dal Corriere, dice quello che molte altre ricerche hanno detto in passato: chi scarica musica compra più musica di chi non la scarica.

Insomma: i “pirati” sono spesso degli esploratori, che usano il file-sharing per “provare” la musica, scaricando canzoni e artisti che non comprerebbero a scatola chiusa.

Poi è chiaro che di ricerche – più o meno scientifiche, più o meno attendibili  – se ne sono viste molte, troppe da Napster in poi. Ed è ancora più chiaro che i quotidiani  si butteranno a pesce sulla prossima ricerca anche se sostiene esattamente il contrario di quella precedente.

Però siamo davvero sicuri che i pirati siano sempre e soltanto dei ladri, come ci sentiamo ripetere da 10 anni a questa parte? Ci vogliamo rendere conto che il file-sharing è un fenomeno un poco più complesso – in termini di motivazioni, tipologie, usi, forme sociali – di come ce lo rappresentano media e industria?

UPDATE: NME segnala un’altra notizia che va contro molti luoghi comuni sul file sharing: la chiusura temporanea di “The Pirate Bay”  – il sito di torrent da tempo nel mirino delle varie associazioni anti pirateria – ha portato ad un incremento del 300% nella nascita di nuovi siti “pirati”. Forse oscurare i siti non è la strategia migliore.

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Eppur qualcosa si muove…

Il peer2peer è in declino e intanto si rinnova Downlovers, il servizio che permette di scaricare musica in cambio di pubblicità.

Downlovers è stato il primo a portare in Europa un modello largamente diffuso nei media tradizionali (es. la Tv commerciale, che ci offre programmi in cambio di pubblicità) e adesso diventato di moda con Spotify, che si spera che prima o poi arrivi anche da noi.

E se la discografia smettesse di lamentarsi?

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Svuotare un torrent(e) a secchiate con i CD protetti

Qualche giorno fa ho messo le mani su un oggetto che credevo non esistesse più: un CD protetto. Uno di quelli che infili nel computer e te lo sputa fuori, nella migliore delle ipotesi, dicendoti che non è in grado di leggerlo. Nella peggiore ti imballa il computer.

E’ un CD “advance”, uno di quelli che le case discografiche mandano ai giornalisti per ascoltare gli album in anticipo. Ora si fa quasi tutto con il digitale e con il “watermark” (i dischi vengono mandati con un codice audio inudibile ma unico, così se ti viene la malaugurata idea di condividere la tua copia, la CSI discografica ti rintraccia in un attimo: qualche tempo fa un giornalista italiano è stato pizzicato a mettere in rete il disco di una importante band internazionale).

Ma c’è stato un tempo in cui questi CD protetti andavano di moda: non solo gli advance ma anche quelli venduti nei negozi non potevano essere “rippati” in MP3. Non te li potevi mettere sull’iPod, e soprattutto non li potevi mettere in rete.

Anzi, la Sony aveva inserito sui propri CD un programmino (XPC) che ti si installava a tua insaputa sul computer e ti rubava i dati. Ne nacque una polemica enorme, e ci fu chi ne fece le spese, come il povero Neil Diamond, il cui disco di ritorno sulle scene  assieme a Rick Rubin fu uno dei primi ad usare quell’infame sistema.

Le strategie per prevenire che un disco finisca in rete sono tante, alcune incredibilmente artigianali. C’è una famosa band che ogni volta manda dischi (fisici o digitali) lo fa sotto falso nome. Non si sa mai che qualcuno li rubasse nel tragitto… Non sono solo i giornalisti i responsabili dei “leak”: può sfuggire di mano dallo studio di registrazione, dallo stampatore, dal distributore… L’ultimo disco degli U2 è finito in rete (per errore? per scelta?) perché una sede della Universal lo ha messo in vendita per 2 ore con due settimane d’anticipo sull’uscita ufficiale.

Insomma, come dice Gerd Leonhard, lottare contro la rete in casi come questi è come cercare di svuotare un torrente a secchiate. Ma se un disco finisce in rete in anticipo, spesso è soprattutto pubblicità. Basta farla diventare tale.

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