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Take me out, tonight

Nell’ultima settimana ho visto tre concerti. Potevano essere tre concerti dell’anno. Uno solo lo è stato.

Lunedì scorso Johnny Marr con i National – l’ordine in cui li ho messi non è casuale. Johnny suona la chitarra con stile e ha trovato la sua voce canta dignitosamente le canzoni degli Smiths. I National hanno un gran suono, pure dal vivo. Ma han poca presenza scenica, soprattutto Matt Berninger – come diceva mia cognata, sembra un tecnico del computer (con tutto il rispetto per). Provate a vederli con gli occhi di qualcuno che è meno dentro di noi alla musica e non potrete darle torto: bella voce, ma lui è proprio un po’ anonimo

Poi ci sono stati i Black Crowes, mercoledì 3 all’Alcatraz. Epici: carisma e suono. Una fenomenale versione di “Wiser time”, che è ormai una delle mie canzoni preferite di sempre. Lo racconto meglio qua, il secondo concerto internazionale dell’anno. (Indovina il primo…)

Infine Glen Hansard. Il concerto di qualche mese fa al Limelight era stato epico, quello sì uno dei migliori dell’anno. Sabato è tornato al Carroponte. Poca gente, in verità: 200 persone su un palco laterale. E un concerto che non mi ha lasciato per niente il segno come tutti i suoi altri che ho visto.

Dal vivo è sempre bravo, intenso e generoso come pochi – ho una venerazione per lui, per il suo modo di fare fuori e sopra il palco.  Scaletta sempre più incentrata sulla sua “svolta soul”, che funziona ed è divertente quando fa le cover  – come qua sotto, un piccolo frammento di “Respect” messo in coda ad una sua canzone. Ma il suo repertorio recente mostra le corde: un po’ ripetitivo e vanmorrisoniano, la band (i suoi Frames) sommersa da archi e fiati.

Insomma, rivoglio i Frames – non come band di accompagnamento come ieri. Vorrei rivedere Glen con le chitarre elettriche,  la band di canzoni come “People get ready” e “Fitzcarraldo” – non a caso le migliori di ieri sera secondo me.

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Church Music – Glen Hansard live @ St Pauls Within The Walls, Roma, 26/9/2011

Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.

Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.

La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.

E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.

E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.

La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).

Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ’90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).

Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione  di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.

E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.

La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.

Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.

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Il gruppo più sottovalutato degli ultimi anni

Sono tornati i Frames, e – iperbole del titolo a parte – sono davvero uno dei gruppi più da (ri)scoprire degli ultimi tempi. Glen Hansard ha una storia incredibile (l’ho raccontata qua), ha avuto un giusto riconoscimento con gli Swell Season, il progetto nato dal film “Once”.

Ma i Frames sono un’altra cosa. C’è tutto: passione, intensità, irlandesità, rock, lirismo, elettricità. Compiono 20 anni in questo periodo e Hansard ha rimessi in piedi la band per un tour. Sul sito del gruppo si possono comprare per 5 euro ciascuno due bei concerti del 2007 (i soldi vanno in beneficenza, ma sono comunque ben spesi).

Se non avete voglia di cacciare quei pochi spiccioli, qua sotto c’è una playlist di YouTube, e anche un video degli Swell Season che ho girato qualche tempo fa, con la canzone più bella della band, “What happens when the heart just stops”.

http://www.youtube.com/view_play_list?p=3632E0B61BD93469&playnext=1&v=NFss4iH_Tf4

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