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No one cares about your blog (anche al SXSW)

sxsw-bloggersUn cartellone visto fuori da un locale, al South By South West, l’ormai leggendario festival musicale di Austin: la città texana viene annualmente invasa da musicisti, addetti ai lavori, giornalisti e da qualche tempo ovviamente anche dai blogger. Negli ultimi giorni non si parlava d’altro, e invidio un po’ chi c’era…

Ma il punto è l’importanza che evidentemente tendono a darsi molti blogger – non solo ad Austin e non solo nella musica – e la diffidenza verso la blogosfera che c’è  da parte di media e operatori “tradizionali”. La foto è stata pubblicata da StyleNoir, sito di moda che la commenta lamentando l’invadenza dei blogger in quel settore.

Ho trovato questa foto grazie alla pagina Facebook di FuelFriends, uno dei migliori blog di musica in circolazione, che da anni fa un lavoro davvero meritorio nel segnalare nuove band. Ho intervistato recentemente Heather Browne, la “titolare”, che ha mi detto cose interessanti, con un bell’approccio. Vedo però diversi commenti acidi a StyleNoir e alla foto, sulla  pagina Facebook di FuelFriends, il che mi spinge a pensare che per una brava blogger ci sono molti blogger frustrati.

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Sad ballad of El Goodo

Tristi notizie: è scomparso Alex Chilton, all’eta di 59 anni.

Un grandissimo autore, soprattutto con i suoi Big Star , che tra l’altro dovevano suonare in questi giorni al SXSW di Austin. Sono stati quello che si dice – con un terribile aggettivo – un gruppo seminale, che ha influenzato generazioni e generazioni di musicisti.

Scartabellando in rete ho trovato questo video, con Adam Duritz che canta la  canzone più bella di Chilton, “Ballad of El Goodo”: i primi secondi sono una professione d’amore per Chilton.

Purtroppo, non è finita qui: è mancato anche il DJ inglese Charlie Gillet, che ebbe tra i tanti meriti anche quello di scrivere “The Sound of the city” nel 1970, un libro che ha anticipato molti studi e riflessioni serie sulla popular music. In Italia venne tradotto e pubblicato, altrettanto meritoriamente, dal Mucchio Selvaggio.

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La fine dei CD o della stampa musicale?

Un tempo, uno dei veri motivi per cui si provavava fare quella pseudo-professione che è quella del giornalista musicale erano i “benefit”: CD gratis, accrediti ai concerti. Perché di soldi se prendevano pochini, se se ne prendevano.

Oggi, per procurarsi i CD gratis ci sono altri modi. Ma fa comunque un certo effetto questa notizia che ha scritto un mio collega: in Inghilterra la Sony ha deciso di non mandare più CD promozionali ai giornalisti.

La Sony ha le sue motivazioni, e la decisione certifica un processo in atto da anni. Anche da noi, in redazione, di CD fisici ne arrivano sempre meno, e sempre di più ci mandano dischi in digitale.

Però la decisione rischia di rivelarsi la classica zappa sui piedi. Io ascolto dischi soprattutto in digitale (anche se mi girano le scatole quando te li mandano con tutti i tag sbagliati e senza informazioni, così che non si capisce né tracklist né niente). La cosa non mi crea particolari problemi, se non un po’ di nostalgia per quando vedevo corposi pacchetti arrivare e ogni giorno mi sembrava  un po’ natale.

Però c’è un dato: è vero che la promozione dei dischi passa attraverso i blog e il passaparola, ma è anche vero che le case discografiche mirano alla visibilità che possono dare le grosse testate cartacee. E allora quoto quello che dice David Hepworth, coeditore di riviste come The Word e MixMag:

la decisione della Sony “rientra in un processo che avrà come risultato finale la morte delle rubriche di recensioni dei giornali così come le abbiamo conosciute fino ad oggi. Sono consapevole di tutto quel che si dice sul declino dei supporti fisici, ma questa mossa dimostra che le case discografiche non capiscono cosa passa per la testa di un giornalista che riceve ogni giorno pacchi di nuovi dischi, molto spesso di gente di cui non ha mai sentito parlare….La mia previsione è che da qui a un anno, quando la Sony vorrà che un recensore prenda nota di un suo disco, tornerà a recapitarglielo per posta”.


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Il parco giochi dell’accreditato

Mi hanno suggerito una bella definizione di Sanremo: Il parco giochi dell’accreditato.

Il festival non è né un evento musicale, né un evento televisivo. E’ un evento ad uso, consumo e divertimento del giornalista.

Per una settimana noi tutti appartenenti alla categoria ci sentiamo importanti a sventolare il nostro pass, a telefonare agli amici a casa con gossip e anticipazioni, a inseguire o creare polemiche di cui tra qualche giorno non si ricorderà più nessuno.

Personalmente, ci ho dato dentro su una (insignificante?) questione sui Sigur Ros citati dall’orchestra in trasmissione. Mi ha ricordato come sulla rete (non solo fan, anche blog con pretese giornalistiche) si apra bocca non solo per il  divertimento di commentare, ma con maleducazione e senza nessuna verifica dei fatti. Sanremo è anche (soprattutto) questo. Il media event, per dirla con la famosa definizione di Katz e Dayan: quello che conta è il rumore di fondo che crea, non l’evento in sé.
L’accelerazione internettiana del tempo di nascita e morte delle polemiche è forse l’unico cambiamento percettibile di Sanremo negli ultimi anni. Io ho fatto il mio primo festival da accreditato una decina di anni fa, e in Sala Stampa siamo più o meno sempre le stesse persone e la maggior parte era già lì prima che io arrivassi. Persino le foto sui pass sono vecchie (la mia è imbarazzante, ma dovreste vedere quelle di certi colleghi…).

L’altra cosa che non finisce mai di stupirmi a Sanremo è il sottobosco di varia umanità che gira attorno all’Ariston: i carrozzoni delle radio (anche per loro il Festival è un parco giochi, forse ancora più grande), pseudo vip risorti da qualche piega del dimenticatoio TV (ho visto, in ordine sparso: Solange, Cristiano Malgioglio, Simona Tagli, il Mago Otelma, Patrizia D’Addario e gente così), e gente “comune” che impazzisce appena vede qualcuno che assomiglia ad un vip.
Poi ci sono le canzoni:  per una settimana, se sei qui, non ascolti quasi altro. E qualcosa ti può sembrare davvero bello. Ma poca roba poi sopravvive al ritorno, come insegna la storia.

Musicalmente, i momenti migliori del Festival per me sono stati il duetto tra Irene Grandi e Marco Cocci (grande, davvero: peccato che ci siamo dimenticati dei Malfunk), la canzone di Malika Ayane (un arrangiamento stupendo) e sì, anche quella di Irene che ricorda molte cose, ma ha una gran bella melodia.

Poi, perché stupirsi del trio finale? Cantanti da televoto, il paese reale è quello lì

http://www.youtube.com/watch?v=39a0NGa9NQE

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Il pasticciaccio del presunto plagio dei Sigur Ros a Sanremo

In rete si (s)parla di un plagio al Festival: l’orchestra avrebbe copiato uno stacchetto ai Sigur Ros, per la precisione a “Hoppipolla”, da “Takk…”. Molta gente si è inviperita, soprattutto quando l’altra sera  la Clerici, presumibilmente scherzando, ha chiamato lo stacchetto “Sabiu settima”, dove Sabiu è il direttore dell’orchestra del Festival.

La cosa, però, ha assunto dimensioni grottesche: da diceria sui social network, la cosa è stata ripresa da diversi blog fino a diventare un fatto reale, ma senza che nessuno facesse una verifica: il fan club italiano ha segnalato la cosa direttamente al management della band, che se ne è interessato attraverso le proprie edizioni.

Ieri notte ho fatto due chiacchiere con il Maestro Marco Sabiu, e come si dice, il caso non sussiste.

Non è un plagio, ma una citazione voluta, un omaggio cercato (e che quindi, si immagina, verrà conteggiato sul programma musicale consegnato dalla Rai alla Siae dopo la fine del Festival).

La spiegazione qua, su Rockol.

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