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Part time man of rock

C’è un blog che gli appassionati di musica rock americana devono assolutamente leggere. Quello di Bill Janovitz: si definisce “Part time man of rock”, perché adesso fa l’agente immobilare. E la sua vita nel rock è part time, appunto. Lui è stato ed è il leader di una delle più sottovalutate band dell’indie rock americano degli anni ’90, i Buffalo Tom. Bostoniani, arrivano dalla stessa scena di Pixies e Dinosaur Jr. Da qualche tempo sono di nuovo in pista, e a marzo pubblicheranno “Skins”, il loro ottavo disco

Di quel blog mi è già capitato di parlare tempo fa su Rockol, per una bella iniziativa che si chiama “Cover of the week”, e che è arrivata alla 98° puntata: Janovitz suona una cover acustica a settimana, accetando richieste dai settori. Questa settimana, però, ha spolverato una vera e propria chicca, anzi due: due canzoni registrate dal vivo nel 2000, in cui i suoi Buffalo Tom suonano con Grant Hart.

Chi è Graant Haaart? (Se volete, leggete questa frase un po’ come quel “chi è Taatiaaana?” di quel terribile comico di qualche tempo fa).

Hart è la metà oscura degli Husker Du, band storica del rock indipendente americano degli anni ’80. Il suo amico-nemico Bob Mould ha sfornato dischi con una certa regolarità (passando dall’Italia l’anno scorso: qua c’è l’intervista). Hart, pur avendo al tempo scritto grandi cose ed avendo fatto un paio di dischi solisti niente male (soprattutto “Intolerance”) invece si è un po’ perso per strada. Una bella descrizione del personaggio  la trovate su Sterogram, ad opera di Emiliano Colasanti, in un post scritto in occasione dei suoi recenti concerti italiani.

A dire la verità, le due canzoni che i Buffalo Tom e Grant Hart fanno assieme (tra cui la grandissima “Never talking to you again”) sono un po’ sbilenche. Machissenefrega: sentire due piccole grandi leggende che cantano assieme è un piacere a prescindere, come direbbe Totò.

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Young fans calling

“Il mondo si divide tra chi ama Bruce Springsteen e chi non l’ha mai visto dal vivo”, diceva qualcuno. Certo, è facile essere fan quando ti pubblica un DVD come “London calling: Live in Hyde Park”.  3 ore di concerto, riprese come si deve, con un’energia che molti gruppettini di ventenni neanche si sognano.

Però la cosa di cui molti fan non si rendono conto è che Springsteen è vecchio. Non nel senso dell’età anagrafica, ma nella percezione di una buona fetta del pubblico musicale. E’ “uncool”, viene considerato un po’ tamarro, soprattutto da chi ascolta musica indie o musica gggiovane a tutti i costi – e questo mette in secondo piano tutto il resto.

Così mi sembra una mossa intelligente, quella della Columbia: per “svecchiare” il boss ha dato in esclusiva a Picthfork – la bibbia degli indie – il video di uno dei momenti più belli del DVD: il duetto su “No Surrender” con Brian Fallon dei Gaslight Anthem.

I Gaslight sono del New Jersey anche loro, springsteeniani fino al midollo. Non sono fighetti come tanti giovani colleghi, ma sono comunque indie, e quell’attitutidine punkettona alla fine è una “coolness” quasi inconsapevole. Se ne parla nei posti “giusti”, e a ragione perchè gli ultimi due dischi, “The ’59 sound” e “American slang” sono due mezzi capolavori, anzi interi. Una delle migliori band uscite negli ultimi tempi.

Qua c’è un altro duetto registrato negli stessi giorni, che non è stato incluso nel DVD: Bruce sale sul palco della band per cantare “The ’59 sound”.

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Essere indie è molto dura, e per questo fa paura

In un bel blog che ogni tanto leggo, si rilanciava una lettera di Joe Strummer su Springsteen, per dimostrare che il boss non fa schifo. E mi è tornata in mente una intervista che ho fatto anni fa, in cui un cantante  mi diceva che nell’indie italiano, se ascolti i Velvet Underground sei figo, ma se ascolti il boss sei tamarro.

Poi sono capitato per caso su un piccolo sito di musica indie, alla ricerca di informazioni su un concerto. E mi è caduto l’occhio su una recensione di un disco di una band dal passato indie, ma ormai “mainstream”, in cui il recensore si sentiva subito in dovere di precisare che non era musica di quella che passano su Virgin Radio.

Infine mi sono trovato su un palco in Università con un presentatore indie. Mio malgrado: in Università ormai si porta chiunque, persino chi la deride, ma questa è un’altra storia. Vestito da indie, parlava da indie, e come fa spesso sulla TV (generalista…)  sparava battute e sentenze su chi non si veste come lui e non ascolta la musica che ascolta lui.

Allora è tornata in mente questa frase di Moltheni, che quando mi è arrivata in un comunicato stampa ho scambiato per una sparata per fare notizia. Invece: “La scena indipendente non è migliore della sinistra italiana. Rivendica di stare dalla parte dei giusti, ma nella realtà non è cosi. Tutti gli artisti della scena alternativa italiana che credono di essere immacolati sono gonfi di narcisismo e pochezza”.

Insomma, per parafrasare gli Skiantos: essere indie è molto dura, e per questo fa paura…

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