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Appsurdità

David Byrne e le sue app assurde per iPhone

(Screenshot immaginari come forma d’arte, per una mostra alla Pace Gallery – Via Boing Boing)

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by | 16 agosto 2011 · 8:39 pm

I nuovi iPod recensiti

(Da Rockol)

Rockol ha provato i nuovi prodotti musicali della Apple, l’iPod Touch e l’iPod Nano, presentati la settimana scorsa, e nei negozi da questi giorni. Due prodotti che segnano delle grosse innovazioni, soprattutto nel Nano.

6 generazioni in 5 anni: l’iPod Nano è sul mercato dal 2005, da quando rimpiazzò il “mini”, ma la 6G appena arrivata nei negozi è la più radicale reinvenzione di quello che è il più popolare lettore musicale digitale di Apple.

Un quadratino metallico colorato pochi cm per lato: assomiglia al “vecchio” iPod shuffle, il cosiddetto 2G (a cui assomiglia anche il nuovo Shuffle 4g, che però è decisamente più piccolo). Solo che al centro del Nano non ci sono i tasti, ma uno schermo touch in vetro. Quattro icone per schermata, orientabili e spostabili come ci pare, poche funzioni, ma assai funzionali: la musica (a cui sono dedicate 7 icone: riproduzione, playlist, artisti, mix genius, brani, album, compositori); le foto (caricate in versione ridotta), radio (incorporata), podcast , fitness (per tenere traccia delle attività) e orologio (viene voglia di agganciare un cinturino alla clip sul retro…).

Il tutto si comanda con una versione ridotta di iOS, il sistema operativo che gira su iPhone e Touch: sensibilità eccellente, menù chiari e funzionali, tasti di controllo che compaiono toccando lo schermo (e che si aggiungono ai tre fisici sul bordo, due di volume e accensione): pausa, avanti e indietro più un tastino info; facendo lo “swipe” verso sinistra compaiono la ripetizione, il casuale (attivabile anche scuotendo l’iPod) e la playlist genius. Strisciando il dito verso destra si ritorna al menu principale, come in tutto il sistema.

L’iPod Nano è un bellissimo oggetto, microscopico rispetto alle versioni precedenti (i caratteri piccoli potrebbero creare qualche problema di lettura, però). Perde la funzione video (di cui viene riprodotto solo l’audio; chissà che non venga recuperata) e ovviamente la videocamera. L’abbandono dei tasti fisici, ormai relegati allo Shuffle senza schermo e al Classic (che però non è stato aggiornato) è un vero salto in avanti, che per qualcuno potrebbe risultare troppo lungo.

Per quanto riguarda l’iPod Touch, ormai si può tranquillamente dire che non è più il “fratello scemo” dell’iPhone, ammesso che lo sia mai stato. Presentato nel 2007, inizialmente era come il telefono, ma senza telefono, dedicato a musica, video, navigazione e poco altro. L’introduzione dell’App Store nel 2008 è stata la svolta, trasformando il Touch in una console multimediale dedicata soprattutto ai giochi.

La nuova versione, la cosiddetta “4G” o quarta generazione, è la prima vera revisione sostanziale dal 2007 ad oggi, e lo si percepisce fin dalle prime battute: bordi arrotondati e fondo piatto, sempre su metallo lucido (peccato che non sia satinato e/o colorato, come per altri prodotti della famiglia Apple). Ancora più sottile, ma decisamente solido. Due fotocamere, una davanti, centrale e una dietro, con tanto di microfono.

Insomma, rinnovamento nella continuità: il “form factor” non è così diverso dal passato, ma è stato migliorato sensibilmente. Il Touch, poi, guadagna soprattutto due cose: il “retina display”, lo schermo ad alta risoluzione già visto sull’iPhone4, davvero brillante e definito. Dà una marcia in più al Touch, soprattutto in ottica di gaming: se provate un App che lo sfrutta, vi renderete conto che non ha rivali in quanto a grafica, in questo settore di mercato.

E poi la videocamera. Che serve sostanzialmente a due cose e mezzo. Le videochiamate con FaceTime, che viaggiano su wi-fi in modo semplice (appoggiandosi ad un account Apple e relativa email) e funzionano solo con altri touch e iPhone4 (che devono essere aggiornati al firmware 4.1, reso disponibile  l’altroieri). Poi si può ragionare sull’utilità della videochiamata, su come rimuova quell’utilissima privacy che vi permette di chiamare in mutande e/o bigodini qualcuno… Ma la camera di ripresa si può scegliere con un tasto a video: se usate la camera sul retro del touch, di fatto potete fare un “live streaming” di quello che state vedendo; sempre agganciati al wi-fi, chiaramente.

Poi c’è il secondo uso, che è quello per girare video: a 720p, in alta definizione, di ottima qualità ma senza zoom. Il consiglio è quello di investire qualche euro e comprare la versione portatile di iMovie, lo snello e funzionale programma di editing video.

Il terzo uso a metà è quello fotografico: la camera del touch fa foto a bassissima qualità, di neanche un megapixel: non è chiaro se per limitazione hardware o software, ma comunque peggiori del primissimo iPhone e lontanissime dai 5mp dell’iPhone4 (che ha pure il flash). Quasi inutilizzabile, da questo punto di vista. Una strategia di differenziazione assai discutibile

Pur con questo difetto il nuovo Touch è davvero un salto in avanti rispetto ai vecchi modelli. Ne conserva la capienza (16, 32 o 64gb), l’identità ma rinnova in maniera decisa molte funzioni (il gioco su tutte) e ne aggiunge di nuove.

Prezzi da 169€ a 199€ per il nano (8 e 16 gb) e da 239€, 309€ e 409€ per il Touch (nelle versioni da 8, 32 e 64gb).

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Un mese dopo: l’iPhone 4 alla prova

Il 30 luglio usciva l’iPhone4. Prima di quella data e dopo si è detto di tutto sul telefonino, forse come mai era successo prima. Si è detto troppo, e a sproposito. I giornalisti/blogger di tecnologia sono come i bambini che giocano a calcio, ho sentito dire: la palla rotola da qualche parte, e tutti ci si buttano sopra, senza criterio. Ultimo esempio? Oggi tutti scrivono che dopo il 30 settembre verrà messa in commercio una nuova versione, con hardware e antenna rivisiti. La fonte? Il “si dice” di un dirigente di una TelCo messicana…

Manie tecnologiche e deviazioni pseudo giornalistiche a parte, l’iPhone 4 vale la pena?

Ecco alcune riflessioni dopo un mese d’uso, con un occhio particolare agli utilizzi musicali, che si presume siano quelli che interessano i lettori di Rockol. Quella che segue non è una recensione completa: se volete una disamina precisa, il consiglio è di leggere iLounge

Musica: partiamo da qua: l’iPhone4 è una micro-console multimediale, non un semplice iPod. E in questo campo non è cambiato granché. Alcuni miglioramenti sono stati introdotti  con l’iOS4, che gira anche sui modelli precedenti, come la possibilità di sincronizzare le cartelle delle playlist da iTunes: una comodità non da poco per tenere la musica organizzata anche sul telefono, se avete tante liste di canzoni.
Un problema dell’iPhone4 rispetto alla musica è la capienza, che nominalmente è di 32gb (o di 16) come nei modelli precedenti, ma in realtà è minore. Nel mio caso, le stesse canzoni (circa 4200) sull’iPhone 4 occupano 20gb e rotti, sul mio vecchio 3gs ne occupavano 18 e rotti. Pare che questo si verifichi attivando la conversione automatica della musica 128kbs, una funzione studiata per risparmiare spazio nell’iPod  shuffle e disponbile per iPhone dalla versione 9.1 di iTunes. Ho fatto qualche verifica in giro: il problema sembra diffuso, ma non universale – o almeno non in molti se ne sono accorti. Se ne parla qua, nei forum della Apple. UPDATE: La nuova versione di iTunes, la 10, risolve pazialmente la questione: quando si sincronizza l’iPhone, si libera lo spazio fantasma; quando finisce la sincronizzazione lo spazio risulta di nuovo ridotto.

Registrare video/fare foto: il vero salto lo si fa qua, anche per gli appassionati di musica. Ora l’iPhone ha una fotocamera bella, e i video girati in alta definizione sono spettacolari. Riprendere (amatorialmente, si intende) i concerti darà finalmente ottimi risultati: ecco un esempio (l’audio, in questo caso, non è granché perché ero messo male rispetto alle casse; guardatelo a 720p.). Manca ancora lo zoom video, però.

Lo schermo: spettacolare, davvero. Il Retina Display rende tutto più nitido, dalle scritte alle immagini, alle foto. Anche se l’uso principale di tanta definizione è destinato soprattutto ai giochi (quelli che lo supportano sono pochini, ma altrettanto spettacolari).

L’antenna. Davvero toccando il telefono in basso a sinistra sul bordo perde campo? Si. Ha qualche effetto sulle telefonate? No, a meno che non si sia in zona di bassa copertura.

L’oggetto: l’iPhone4 è contemporaneamente più solido – grazie al bordo di metallo dove stanno le antenne, che dà una sensazione meno da giocattolino del 3gs – e fragile. Già lo schermo in vetro e a rischio graffi, adesso anche il retro è dello stesso materiale. Una cover, una pellicola protettiva o un bustina è quasi obbligatoria.

Insomma, ne vale la pena? Se siete Apple-fanatici, la risposta è scontata, a differenza del prezzo dell’iPhone4. Proprio quest’ultimo “dettaglio” spinge a qualche ragionamento: Per chi ha l’iPhone 3g (e/o magari può abbattere il prezzo sottoscrivendo un abbonamento), il gioco può valere la candela, vista la quantità di migliorie dall’uno all’altro. Per chi ha preso l’anno scorso un 3gs, magari non può sottoscrivere abbonamenti e non rientra negli Apple-fanatici, allora è meglio riflettere bene.  L’iPhone4 è un gran bell’oggetto. Un oggetto “segmentante”, come direbbero quelli del marketing: chi ama l’iPhone, lo amerà ancora di più. Chi sta su altre sponde telefoniche, continuerà a restarci, con ogni probabilità.

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La nuvola può attendere

Ieri Steve Jobs ha presentato il nuovo iPhone. Un’ora e mezza di “keynote”, dedicato solo al nuovo telefono “reinventato”, dice lui. Ma anche pieno di cose vecchie come la videochiamata…

Nessun cenno agli altri progetti che i futurologi attribuivano alla Apple. Non si è parlato, per esempio, del servizio di streaming musicale, di cui si era discusso parecchio fino ad un mese fa, dopo l’acquisizione (e la successiva chiusura) di Lala.

Non voglio entrare nel gioco delle previsioni su ciò che farà Apple (uno sport che vanta fin troppi campioni), ma è probabile che, se mai verrà lanciato, avverà a settembre, mese tradizionalmente riservato ai “keynote” musicali.

Detto questo, nutro molti dubbi sui progetti di music cloud. L’idea stessa della nuvola – spostare su server remoti servizi e documenti da condividere, per alleggerire i nostri computer – è molto di moda, e con alcune cose funziona molto bene, per carità.

Però è la sua applicazione alla musica che mi lascia perplesso. Un’applicazione che viene da lontano, dall’idea di un”celestial jukebox” che contenga tutta la musica del mondo. Un’idea a cui si sono ispirati diversi servizi: Pandora, Last.Fm…

Sostanzialmente, l’idea della Music Cloud è: pago un abbonamento, in cambio posso accedere alla musica che il servizio mi offre, da remoto. E, in contemporanea, carico la mia musica su un server remoto, e vi accedo quando voglio, dal computer, dal telefonino, all’iPad.

Il prezzo che paghiamo non è solo quello della connessione all’accesso (altri soldi che lasciamo agli ISP?).

Il prezzo che paghiamo è la rinuncia definitiva al possesso fisico della musica. Il nostro rapporto fisico con la musica ha iniziato a deteriorarsi da tempo, dal passaggio al vinile (oggetto caldo, bello) al CD (oggetto piccolo, freddo). Poi ci si è messa la pirateria (che ci ha abituato ad oggetti ancora più brutti – i cd masterizzati – o inesistenti, come i file). E tutti gli eventi successivi che ben si conoscon.

Personalmente non sono ancora pronto a rinunciare alla presenza fisica della musica, sia anche solo in forma di mp3 sul mio hard disk. Non voglio dipendere da una connessione per ascoltare un disco.

Un servizio del genere può essere un’integrazione, non la soluzione. Bello per ascoltare quella canzone o quel disco che hai sentito per caso. Non abbastanza se quel disco ti piace davvero, e lo vuoi avere.

Ora, capisco che l’idea di una Music Cloud serva all’industria per regolarizzare e monetizzare il sommerso, convincendo la gente che ascolta la musica gratis (su YouTube o scaricandola per provarla) a pagare qualcosa, in cambio di un servizio rapido ed funzionale. Ma siamo sicuri che anche per la discografia non sia rischioso? Si rischia di dare il colpo finale al CD, che è comunque ancora la fonte di introito principale, per un po’ di soldi.

Solo tempo, e la partenza di servizi di MusicCloud fatti con tutti i crismi, potranno dare risposta a dubbi che immagino non siano soltanto miei.

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iConcerto

Vedere un concerto su un telefonino. Non è una novità. Però se è di Vasco, e se è sull’iPhone… Due “marchi”, due garanzie.

Il tutto si è svolto ieri sera, attraverso iVasco, l’applicazione ufficiale di cui si è parlato diverse volte da queste parti. Ecco come è funzionato.
Innanzittutto bisognava scaricare l’applicazione da iTunes, al costo di 4 euro. iVasco, va detto, da quando è stata lanciata mesi fa, è migliorata molto: ha aggiunto contenuti, soprattutto video. Una volta aperta l’applicazione, verso le 9 è comparso sulla pagina di apertura una scritta sulla pagina principale: “Tocca qui per il concerto live di Torino!!!”. Facendolo, si apriva il player video dell’iPhone, con le immagini del concerto dal PalaIsozaki.
Lo streaming funzionava sia via connessione telefonica 3G che collegando il telefono ad una rete wi-fi. Soprattutto nel primo caso non era semplicissimo “agganciare” lo streaming nonostante si fosse in buona copertura, con risultati come quello della schermata che vedete sotto. Anche via wi-fi la connessione era un po’ ballerina, con frequenti interruzioni e perdite del contatto. Ma la qualità visiva del concerto era più che dignitosa, come quella audio. Verso le 10.40, dopo un’ora e mezza di concerto, e appena terminata una bella e intensa versione de “Il mondo che vorrei”, il collegamento si interrompe e ritorna la schermata principale. Dopo poco compare un messaggio di ringraziamento. Purtroppo, ora non è più possibile vederlo in differita.

E’ chiaro che in un caso come questo la novità è il mezzo, non il contenuto: onore a Vasco e al suo team per avere messo in piedi l’esperimento, che può dirsi riuscito sotto il profilo tecnico .

Detto questo, in sé la cosa non è una grande novità: i concerti in streaming ormai sono una realtà consolidata, e non solo sui PC. Il primo concerto in streaming su iPhone si è svolto un anno fa, e lo hanno messo in piedi gli Underworld (quelli di “Born slippy”, per intenderci), direttamente con la Apple, senza usare un’app a pagamento ma appoggiandosi su Safari, il browser web dell’iPhone.

Ecco, l’unica cosa che stride un po’ in tutto questo bell’esperimento, è che fosse a pagamento. E’ vero, i costi di realizzazione di prodotti come questi sono elevati. Ma 4 euro sono tanti per un’App promozionale, in un mercato come l’App Store dove regna il gratis (o il costo minimo, 79 centesimi).  In questa ottica, quello di iVasco è appunto un esperimento, non un modello da seguire: perché in Italia sono veramente pochi gli artisti che si possono permettere di far pagare un biglietto per vedere un concerto su un telefonino.

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