Tag Archives: Ivano Fossati

Le inevitabili classifiche del 2012

Fare classifiche di fine anno è bello. E’ bello farne diverse, riscriverle, ripensarle. Ne ho fatte anche un altro paio, sparse in giro:  e ho già cambiato idea altre 10 volte anche da quando ho scritto questa qua sotto (che uscirà in mezzo a quelle di Rockol, che pubblicheremo un po’ più avanti)

ITALIANI:
1. Cesare Cremonini, “La Teoria dei Colori”
2. Il Pan Del Diavolo, “Piombo Polvere e Carbone”
3. Afterhours, “Padania”
4. Numero6, “Dio C’è”

5. Arisa, “Amami”
STRANIERI:
1. Patti Smith, “Banga”

2. Chris Robinson Brotherhood ,“Big Moon Ritual”
3. Calexico, “Algiers”
4. Damien Jurado, “Maraqopa”
5. Frank Ocean, “Channel orange”
.
.
E poi, i miei piccoli awards personali, per quello che possono valere. Categorie sparse a caso, che rappresentano la musica che ho ascoltato quest’anno.
.
Concerto dell’anno: Inevitabilmente Bruce Springsteen, che gioca in un altro campionato (e a questo giro era in forma strepitosa). Ma anche i Gomez ai Magazzini Generali di Milano. I Wilco (sia a Torino che a Milano), Roger Daltrey che rifà “Tommy” (il concerto più divertente, di sicuro),  Bon Iver all’Alcatraz, Tom Petty a Lucca. E il concerto finale di Ivano Fossati allo Streheler, e  Cesare Cremonini al Forum.
Cosa più divertente dell’anno: I concerti in redazione, i “Live@Rockol”. Ne abbiamo fatti un bel po’, e avere gente come James Taylor, o i Calexico o Niccolò Fabi che suonano praticamente solo per te… Divertente ed emozionante.
Operazione WTF dell’anno: Il live di Ivano Fossati, “Dopo tutto”. Io gli voglio bene, a Ivanone. Il suo ultimo concerto, dicevo, è stato uno dei momenti più emozionanti dell’anno. Ma questo live non è né la registrazione integrale di quell’ultimo concerto, né rappresentativo del tour d’addio, avendo lasciato fuori buona parte dei (pochi) classiconi in scaletta. Si è ritirato. Non è il tipo da autocelebrazioni. Perl perché pubblicare un live così? Bah.
Delusione dell’anno: La biografia di Neil Young. Ok, sei Neil Young. Puoi fare un po’ quello che vuoi.  Ma, con tutte le cose che avresti da raccontare, passare il tempo a parlare  di trenini e macchine…
Frase dell’anno: “Oggi basta che uno faccia un paio di canzoni e si definisce ‘artista’, magari artista maledetto. Io mi ritengo un artigiano” – Francesco Guccini. Il Maestro si ritira – la sua saggezza mancherà, la sua musica resta. (Imparate, giovani artisti arrogantelli…)
Sorpresa dell’anno Il disco solista di Peter Buck. Da qualche parte i R.E.M. devo infilarli… Ma chi l’avrebbe mai detto, comunque? Così in fretta, con lui che canta pure. Il disco ha 4-5 momenti da pura nostalgia remmiana e una classe nei suoni che… E anche “King animal” dei Soundgarden. Mi aspettavo pochissimo, da loro, dopo le prove soliste e dopo aver visto un concerto gelido. Invece han fatto un gran disco.
Bootleg dell’anno . Urca, questa è tosta – vista la mia passione per la categoria. I bootleg ufficiali dei Wilco sono spettacolari. L'”Instant Classic” dei Pearl Jam registrato a Missoula a settembre è il loro miglior bootleg da tempo (e ne han fatti un po’, diciamo). Il “30 days of Grateful Dead” è fantastico. Ma il cuore di fan dice le raccolte di demo dei R.E.M. saltate fuori all’improvviso, dal nulla.
Ristampa dell’anno: Non è proprio una ristampa, ma il boxone del “Backup” di Jovanotti è uno di quelle operazioni e di quegli oggetti che ti fanno amare non solo la musica, ma persino le raccolte e i greatest hits.
Rivelazione dell’anno: Questa è facile, persino un po’ scontata: Frank Ocean. C’è aria di unanimità eccessiva nei suoi confronti. Ma “Channel orange” è un disco che ha saputo riportare la musica black fuori dal machismo e dalle iperproduzioni, rimettendo al centro la voce, la melodia, le parole.
Scoperta dell’anno: Un inglese che canta canzoni alla Springsteen con la voce di Rod Stewart: James Maddock. Me lo ha fatto  scoprire un amico l’anno scorso parlando proprio di dischi dell’anno, e mi sono innamorato della sua musica. Poi ha pubblicato un bellissimo album dal vivo in acustico con David Immergluck dei Counting Crows.
Ri-scoperta dell’anno: Se la giocano in due. I Gomez che ho consumato compulsivamente dopo un bellissimo concerto ai Magazzini Generali dopo averli ascoltati distrattamemte per anni (bel pirla, dirà qualcuno – giustamente). E i Grateful Dead. (Ancora più pirla, dirà qualcun altro). Ma quest’anno mi sono messo sul serio a studiarmi la loro musica, complici alcune uscite recenti molto belle, come la ristampa del mitico “Europe ’72” e quella fantastica raccolta di live regalatasul sito, “30 days of dead”.
Libro musicale dell’anno. “How Music Works”, David Byrne. Il tipo di libro che aspettavo da sempre. Un ragionamento dotto e piacevole sui meccanismi della musica fatto da un artista che non usa i soliti stereotipi romantici nel raccontare la sua arte. Un saggio che si legge come una biografia. Da studiare.
Film musicale dell’anno. Uno dovrebbe dire “Celebration day” dei Led Zeppelin – ma dal punto di vista visivo non è granché, anzi la regia è noiosetta. E allora dico una cosa minore: “Inventing David Geffen”, documentario della PBS (si può vedere in streaming qua). Semplice, costruito bene per raccontare non solo un grande discografico, ma di un pezzo di storia del rock.
Momento televisivo- musicale dell’anno: Il duetto tra i Marlene Kuntz e Patti Smith a Sanremo. Emozione pura.
.
Infine, Le canzoni dell’anno. – ecco le più suonate di quest’anno sul mio iTunes (una sola per disco). Anche se questo è l’anno del passaggio dal possesso all’accesso. E un sacco di musica l’ho ascoltata su Spotify – che non ha il contatore. Per cui manca sicuramente un po’ di roba, tipo “Aqualast” di Rover, “Jesus Etc” nella versione di Bill Fay, “Brazos” di Matthew E. White, “If I didn’t know better”, dalla colonna sonora di Nashville – che incidentalmente è la mia serie televisiva dell’anno (in termini di meriti musicali).
Mancano canzoni, qua sotto, dicevo. Ma tant’è. Mai come ora la musica è fluida, e sono fluide anche le classifiche di fine anno…
MostPlayedSongs_2012

 

Commenti disabilitati su Le inevitabili classifiche del 2012

Filed under Nuova musica, Playlist

They can’t take that away from me

La carriera di Ivano Fossati finisce qualche minuto dopo la mezzanotte di quello che è ormai il 20 marzo: sul palco del Teatro Strehler di Milani è circondato dai suoi musicisti – quelli attuali e qualcuno di quelli passati, salito per l’occasione. Tutti lo abbracciano, mentre lui sorride. Sul palco svolazza ancora qualche coriandolo luccicante: sembrano tante piccole piume di Forrest Gump. Il pubblico è in piedi e applaude commosso, più commosso di Fossati, si direbbe. Il sipario si chiude.

Fossati ha appena terminato “Dolce acqua”, uno strumentale dei Delirium, non previsto in scaletta. Non ha saputo resistere a suonare ancora,  dopo “Buontempo”, ultima canzone ufficiale: perché è evidente che voleva chiudere la carriera con un brano allegro, festeggiando. E infatti l’unica concessione allo spettacolo sono sono stati i coriandoli luccicanti sparati in quel momento, che coprono tutto e tutti per qualche istante, anche a favore delle telecamere – lo show è stato ripreso e diventerà un DVD a fine anno.

Emozione, tanta. Ma pochissima autocelebrazione – anche nel backstage dopo il concerto, in un piccolo aftershow party in cui Fossati ha una parola e un sorriso per tutti quelli che lo vengono a salutare: qualche collega, discografici, collaboratori, giornalisti. O semplici fan intrufolati (“Ivano, ti ricordi di me? Mi hai firmato un biglietto agli Arcimboldi!”, gli dice un ragazzotto che gli consegna il suo CD, mentre contestualmente si fruga il naso con le dita. Ivano abbozza, sorride, prende il CD e lo mette in una sacchetta che ha con sé).

La serata finisce come era cominciata: in festa, senza fronzoli. Perché è stato un concerto come altri – solo con un portato emotivo decisamente più alto.

La scelta dello Strehler è ottima: la quarta data milanese in 5 mesi si svolge in un Teatro più piccolo, più raccolto, dall’acustica nettamente migliore e dall’atmosfera più calda di quella un po’ freddina dei dispersivi Arcimboldi.

La scaletta è quella consolidata: la prima parte del concerto va via dritta e tirata, senza interruzioni e praticamente senza parole. Qualche canzone assume nuovi significati, come la bellissima e struggente “Settembre”: “Questa è la pioggia che deve cadere sulle piccole scene di addio”.

Nella seconda parte Fossati si lascia andare un po’ di più – anche se in qualche momento  la voce non appare in formissima; ma sono dettagli ampiamente compensati dalla tensione della serata. Arriva la presentazione della band, eseguita con autoironia, e con la finta stanchezza di dover ripetere le stesse battute ogni sera. Ma a quel punto è la band a fargli una sorpresa, eseguendo “The end” dei Beatles senza che ne lui fosse avvisato, e tirandolo dentro nella jam. Le parole della canzone sono le più appropriate della serata: “and in the end the love you take is equal to the love you make”.

L’ultima canzone nella scaletta, prima del bis è introdotta da parole significative: Fossati spiega che per lui la funzione delle canzoni è quella di dare un po’ di speranza, e spera che qualcuna delle sue canzoni anche tra qualche tempo abbia ancora questa funzione. E la canzone è ovviamente “I treni a vapore”.

Arrivano i bis, anche qualche canzone per l’occasione che qualcuno si poteva aspettare non c’è e non ci sarà: niente “La mia banda suona il rock”, ma neanche “Vola”, per dire. C’è invece quella che è forse la sua canzone più bella, “Una notte in Italia”, c’è “La costruzione di un amore”, subito seguita dalla più consapevole e serena “Il bacio sulla bocca”.

E poi c’è il finale del concerto e della carriera. Mai dire mai, uno spera che Fossati tra qualche tempo ci ripensi. Ma, stasera come nelle interviste rilasciate da quando la decisione è stata comunicata – Fossati è sembrato sereno, contento, quasi sollevato di poter finalmente girare pagina.

Sia quel che sia: grazie. Le canzoni che ci lascia, quel modo lucido, tagliente e appassionato di usare le parole come strumento per leggere  le relazioni e la realtà. Quello, come diceva una canzone, “They can’t take that away from me”.

Commenti disabilitati su They can’t take that away from me

Filed under Concerti

L’inevitabile classifica del 2011

…E come tutti gli anni, si tirano le somme della musica uscita negli ultimi mesi. Per Rockol ho fatto le mie top 5 “regolari”:

STRANIERI

1. Jonathan Wilson – “Gentle Spirit”

2. My Morning Jacket – “Circuitail”

3. Tom Waits – “Bad as me”

4. Tinariwen – “Tassili”

5. Wilco – “The whole love”

ITALIANI:

1. Verdena – “Wow”

2. Jovanotti – “Ora”

3. Daniele silvestri – “S.C.O.T.C.H.”

4. Ivano fossati – “Decadancing”

5. Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice”

Però poi uno le scrive, le riscrive e rimangono fuori un sacco di cose, di musica e di pensieri. Rivedendole, mi viene in mente che sia nei dischi italiani che in quegli stranieri le prime posizioni sono in realtà degli ex-aequo. Il disco di Jonathan Wilson l’ho recuperato recentemente, è retromaniaco, è vero. Ma è quello che sto ascoltando di più; è bello quanto quello dei My Morning Jacket, che sono la mia nuova passione, qualcuno l’avrà capito: li seguito da tempo, ma con “Circuital” hanno fatto un (altro) salto in avanti. Idem tra gli italiani: i Verdena e Jovanotti sono i due lati della stessa medaglia, due opere enormi, in tutti in sensi, quantitativo e qualitativo.

E poi ci sono i dischi rimasti fuori da queste classifiche, dischi che ho amato e consumato: Bon Iver, Decemberists, Horrible Crowes, Green Like July, Joan As Police Woman… Ed ecco qualche personalissimo premio aggiuntivo.

Concerto dell’anno:I Black Crowes a Vigevano e Fossati a Milano. Poi: qugello a cui mi sono divertito di più è stato quello di Cyro Baptista; quello che mi ha emozionato di più è Glen Hansard a Roma (ex-aequo con Keith Jarrett agli Arcimboldi) Quello che mi ha incantato di più è Jovanotti.

Band dell’anno: i Roots. Più per le cose fatte con altri (il disco con Betty Wright, quello con Booker T Jones) che per il loro disco, “Undun”.

Disco peggiore/Operazione WTF dell’anno: “Lulu”, Lou Reed & Metallica (anche se c’è una gran canzone, “Junior Dad”, vedi sotto).

Delusione dell’anno:  L’incomprensibile scelta dei Pearl Jam di non venire in Italia nel 2012. E anche John Mellencamp, che è arrivato per la prima volta nel nostro paese, ha fatto un bel concerto ma comportandosi da divo, quale non è da queste parti: un’ora di documentario inutile prima dello show e tante bizze, che hanno portato all’annullamento della data di Udine. Uno aspetta una vita di vedere un cantante, e questo fa lo stronzo…

Sorpresa dell’anno: Fraser Anderson, “Little glass box”. Un disco che ho scoperto in  una scena alla Alta Fedeltà, in un bellissimo negozio di dischi di Piacenza, Alphaville, dove mi sono rifugiato parecchie volte quest’estate. Un cantautore semplice semplice, con toni jazzati e grandi canzoni. Mi ha tenuto compagnia parecchio, questo album (anche se tecnicamente è uscito nel 2010). Grazie ai ragazzi di Alphaville per avermelo fatto scoprire. Se passate da quelle parti, fateci un giro: hanno un gran bel negozio, di quelli come se ne trovano ancora, e un bel blog su cui parlano di musica e cinema.

Notizia musicale dell’anno. Ce ne sono tante, non sempre belle: lo scioglimento dei R.E.M.  e il ritiro di Ivano Fossati, la morte di Amy Winehouse e di Clarence Clemons. O l’arrivo per la prima volta dopo 25 anni di Tom Petty. Ma se proprio deve sceglierne una:  il ritorno di Springsteen in tour, in Italia, con la E Street Band. Posso tollerare di vivere in un mondo musicale in cui i R.E.M. non fanno più dischi e concerti, ma non in uno in cui non posso più sperare di vedere il Boss dal vivo…

Libro musicale dell’anno. Ne sono usciti parecchi. Ma direi “The last sultan” di Robert Greenfield, che racconta la storia di Ahmet Ertegun, il fondatore dell’Atlantic Records (ci ritornerò con un post). E poi: la biografia di Bob Mould, “Il tempo è un bastardo”, di Jennifer Egan. E, ma si, “Retromania” (premio hype dell’anno).

Film Musicale dell’anno: PJ20, di Cameron Crowe. Ovvero come dovrebbe sempre essere fatto un rockumentary.

Canzone dell’anno: “One Sunday Morning” dei Wilco: come costruire un piccolo capolavoro su un unico giro di chitarra, ripetuto per 12 minuti.

E, già che ci sono, ecco anche le altre canzoni: questa lista non ha la pretesa di essere una vera e propria playlist. Sono solo le canzoni più suonate sui miei vari ammennicoli digitali nel 2011, ordinate per numero di riproduzioni, secondo il contatore di iTunes. Ne ho tenuta una sola per album (e ho tolto dal conteggio i R.E.M., che sono fuori gara, soprattutto quest’anno…). Però rappresentano bene, nel mio piccolo, uno spaccato della buona musica di quest’anno.

Schermata-12-2455918-alle-10.55.40

 

Commenti disabilitati su L’inevitabile classifica del 2011

Filed under Nuova musica, Playlist

Per niente facile – Ivano Fossati live @ Teatro degli Arcimboldi, Milano, 8/11/2011

“Traditore!”. La voce arriva, netta, dalla galleria. Gli Arcimboldi di Milano non sono il Newport Folk Festival e Ivano Fossati non è Dylan, che all’accusa di essere un Giuda del folk, rispose “non ti credo”. Fossati, semplicemente, abozza un sorriso.

L’accusa a Fossati arriva non perché abbia iniziato il concerto con le chitarre elettriche e con un piglio rock. Ma perché dal Teatro milanese parte il suo ultimo tour, dopo il recente annuncio di ritiro dalle scene, dato in contemporanea alla pubblicazione del suo (ultimo) album “Decadancing”. Un annuncio che ha generato disperazione tra i fan e gli appassionati  – che sono consci di perdere una delle voci più lucide e poetiche della musica italiana – e feroci critiche da chi lo ha accusato di usare la cosa per scopi promozionali.

A questi ultimi, Fossati aveva un solo modo di rispondere: un concerto poco celebrativo, messo in scena come se fosse un tour “normale”, non un tour d’addio. E quel modo è arrivato, con uno spettacolo teso, intenso, elettrico. Con molti classici in scaletta e molte soprese, e poche, pochissime parole tra un brano e l’altro. “Parlaci!”, gridano dalla platea a metà concerto, forse la stessa persona di prima. Fossati, anche lì, sorride. E tira dritto.

E’ solo l’anteprima del tour: arriva dopo una data zero in toscana mentre il tour vero e proprio inizierà tra un paio di settimane. Fossati tornerà a Milano in altre due date: a dicembre e a febbraio (la data del 25 sempre agli Arcimboldi è l’ultima fissata del tour – per ora?). Ma c’è l’aria delle grandi occasioni. L’inizio è spiazzante, per chi pensa di essere venuto ad un funerale della musica del cantautore: “Viaggiatori d’occidente” e “Ventilazione”, seguiti da “La decadenza”, con un suono teso, compatto. Una sorpresa solo per chi non ha visto gli ultimi tour, in cui la dimensione elettrica è sempre stata presente.

C’è una scena che spiega questa atmosfera, e arriva nel secondo tempo, quando Fossati presenta la band, e racconta di essersi accorto che il suo palco è diviso in due. Alla destra la sezione ritmica (il figlio Claudio alla batteria, l’ottimo bassista Max Gelsi  – già visto nella band di Elisa) e il fido chitarrista Fabrizio Barale. Cosa suonereste, gli chiede? E loro attaccano “Whole lotta love”. Alla sua sinistra la violoncellista Martina Marchiori, il chitarrista Riccardo Galardini e Pietro Cantarelli (tastiere e direzione musicale). Fa la stessa domanda, e loro attaccano un brano di musica da camera. Poi chiede al pubblico: io dove devo stare, di qua o di là? Il pubblico tentenna, lo spinge a restare al centro. Ma a Fossati scappa un “io preferirei da questa parte”, quella elettrica.

La dimensione rock prende spesso il sopravvento, ma quella più tranquilla c’è, eccome, quando Fossati si siede al piano, magari accompagnato da una chitarra (per una bellissima versione di “Mio fratello che guardi il mondo) o in totale solitudine (per esempio per la sempre devastante “La costruzione di un amore” o per “Settembre”, canzone dell’ultimo disco che ne sembra il seguito ideale, per certi versi). Anche quando canta i grandi classici lo fa senza enfasi, come ne “La musica che gira intorno”, meno urlata del solito nel finale corale. La chiusura è per “Una notte in italia”, quella che con il tempo è diventata la sua canzone simbolo, ancora più di altre. Mancano molti brani famosi all’appello, magari salteranno fuori più avanti nel tour, magari no.

Sta di fatto che il “Decadancing tour”, a partire da questa anteprima, si dimostra come uno dei tour dell’anno e non per il portato emozionale dell’abbandono dalle scene del suo interprete. Semplicemente perché è un’occasione per ascoltare uno dei nostri più grandi interpreti musicali in una forma splendida, senza fronzoli, diretta, lucida, tagliente come una lama. Un concerto per niente consolatorio, come solo la grande musica sa essere.

Commenti disabilitati su Per niente facile – Ivano Fossati live @ Teatro degli Arcimboldi, Milano, 8/11/2011

Filed under Concerti