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Artisti “bruciati” ma tutt’altro che bolliti

Come tutti quelli che ascoltano musica da tanto tempo, ho una serie di artisti che amo, che consiglio a ripetizione agli amici, certe volte fino alla noia. Anche se sono artisti, per certi versi, “bruciati”. Badate bene, non “bolliti”. Semplicemente bruciati: fanno buona musica ma non sono (più) abbastanza “cool”

Sono artisti che ha anno passato il climax della carriera senza sfondare, artisti che in Italia non hanno mai avuto visibilità e/o hanno suonato poco. Continuano a fare ottimi dischi, ma sono difficili da raccontare, non hanno vere e proprie particolarità, non hanno appigli. Artisti che si fa fatica a trasformare in una “good story” per una recensione o per una chiacchierata con amici.

Del Amitri/Justin Currie, Mark Kozelek, Matthew Sweet…. Potrei andare avanti all’infinito con i miei amati artisti bruciati. Ma in cima alla lista ci sono i James. Li seguo da più di 20 anni, li amo da quando pubblicarono “Laid”, capolavoro di pop elettroacustico prodotto da Brian Eno (1993).

Si sono riformati non molto tempo fa, nel 2007, e hanno fatto un paio di dischi più che dignitosi. Quindi tutto mi aspettavo meno che imbattermi in un disco solista del loro cantante, Tim Booth. L’ho recuperato quasi di malavoglia e per affetto. Aveva già fatto un paio di cose fuori dalla band: Booth and The Bad Angel, un disco con Angelo Badalamenti (quello della musica di “Twin Peaks”) e uno nel 2004, “Bad bone”.

E invece: “Love life” è un piccolo gioiello. Grandi canzoni, grandi melodie. E’ un disco tipico da artista narrativamente bruciato: non ha granché da raccontare. E’ semplicemente bello. Vi pare poco?

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