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Sound City (L’uomo più r’n’r dell’universo)

C’era un posto, nella “valley” di Los Angeles. Era uno studio di registrazione. Non è neanche dei più famosi. Esiste dalla fine degli anni ’60: è lì che si sono formati i Fleetwood Mac – la seconda versione, quando Mick Fleetwood incontrò Lindsey Buckingham, lo convinse ad entrare nella band e il chitarrista si portò dietro la sua fidanzata.

Quello studio è, da fuori, un brutto capannone in una zona semi-industriale il cui parcheggio spesso si allaga. Dentro fa schifo, è un casino. Ma in quello studio c’è una console fantastica, una Neve. C’è una stanza che ha un suono perfetto per la batteria. Le chitarre le fai suonare bene ovunque, dice Rick Rubin, ma la batteria…

E c’è la magia. In quello studio hanno inciso da Tom Petty, a Johnny Cash (il primo disco degli “American Recordings” con Rick Rubin), ai Rage Against The Machine, ai Nirvana.

Già, i Nirvana: è lì che venne inciso “Nevermind”. E’ da lì, da quel viaggio in furgone nel ’91 verso L.A., che nasce il rapporto di Dave Grohl con quello studio. Un rapporto che si è trasformato in un documentario – “Sound City”.

Del film si è parlato soprattutto per  i Sound City Players: il gruppo estemporaneo di musicisti messo in piedi da Grohl – che ha debuttato al “Sandy relief concert” lo scorso dicembre. Venne spacciata per una reunion dei Nirvana (Grohl con Novoselic e Pat Smear + Paul McCartney alla voce). Ma era invece un’anticipazione della colonna sonora/album legati a questo film. L’album uscirà a marzo. Grohl sta suonando spesso con i suoi amici musicisti in questo periodo – forse anche al SXSW, dove è “Keynote speaker”. Ma intanto ecco il film: si può comprare o nolleggiare su iTunes (in inglese ma con i sottitoli italiani, a questo indirizzo)

Ci sono due cose da dire su questo film. La prima è emotiva: “Sound city” è una bella storia. Una di quelle “micro storie”, di persone o luoghi apparentemente minori del mondo rock, che però sono rappresentative, paradigmatiche. Un po’ come la biografia di un discografico o la storia di una scena musicale, la storia di Sound City è la storia del rock in piccolo.  Dal boom degli anni ’60, quando bastava un singolo azzeccato per diventare ricchi, allo stardom, al passaggio al digitale, ad oggi.

La seconda è più razionale e riguarda il film.  Grohl ha messo in piedi un cast di primissimo piano: dai Fleetwood Mac a Trent Reznor, nel film ci sono tutti quelli che sono passati da questo studio. Il film è costruito bene, la storia raccontata come si deve, ricca di aneddotti memorabili e materiali di archivio rari o inediti. Forse il tono è un po’ nostalgico, anzi retromaniaco. Del genere “si stava meglio quando si stava peggio” – tipo quando si racconta il passaggio alla registrazione digitale, a come dopo venne rifiutata dallo studio per diverso tempo – e di come il software Pro Tools ha costretto alla chiusura molti studi di registrazione, tra cui lo stesso Sound City. Infine, il montaggio, spesso troppo frenetico (la regia ggiovane!), spezza un po’ la storia: diciamolo Grohl ha tanti pregi, ma non è proprio un regista di esperienza.

Ma a parte questo, “Sound City” è da vedere, poche storie.

Il finale, l’ultima mezz’ora che racconta quello Grohl ha fatto con quella console, dopo la chiusura dei Sound City, nel 2011.

Il finale che giustifica la colonna sonora in uscita a marzo.

L’ennesima dimostrazione che Dave Grohl è l’uomo più r ‘n’r dell’universo.

(Ma, Dio mio, tutto questo spazio a Rick Springfield?)

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Robe blasfeme

Lana Del Rey mischiata con Johnny Cash: Born to Hurt

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by | 15 gennaio 2013 · 1:10 pm

Corso di dizione per aspiranti cantanti

Un disco così dovrebbero farlo studiare a quelli di X-Factor e Amici. Questo ho pensato quando ho ascoltato il nuovo lavoro di Stan Ridgway, “Neon mirage”.

Figuriamoci se sanno chi è, questo signore che faceva cover di Johnny Cash con i Wall Of Vodoo, quando il Man In Black era uno sfigato che non si cagava nessuno; Ridgway è uno che da solista racconta storia in musica fondendo generi musicali e letterari come pochi, dal noir alla canzone d’autore.

I cantanti di X-Factor sono ignoranti musicalmente: in una delle puntate scorse  – ho sentito il seguente scambio: “Dovete cantare una canzone di Carole King” “Chi, carotina?”. Sono uno spettatore tutt’altro che snob di questo genere di programmi, ma potete immaginare cosa mi è passato per la testa in quel momento.

Comunque il motivo per cui si dovrebbero studiare questo disco  è la dizione perfetta, cristallina di Stan Ridgway, il modo in cui porge le parole, degno dei grandi come Sinatra, o Ella Fitzgerald. Credo che il modo in cui questi due pronunciavano quel “Terrificly” in “I got a kick out of you” sia uno dei punti più alti della musica del 20° secolo.

Poi, certo, c’è gente che sulle parole rese incomprensibili ci ha costruito una carriera (Michael Stipe, anyone?). Però la dizione nelle canzoni è un’arte da riscoprire e studiare.

http://www.youtube.com/watch?v=g0b6IOCpvFM

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