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Fare il manager (e il migliore amico) di Bruce Springsteen

Certe volte incontrare chi sta dietro le quinte può essere persino più interessante di parlare con sta sotto i riflettori: questo ho pensato prima, durante e dopo l’intervista con Jon Landau, il manager di Springsteen.

Me lo sono detto un po’ per consolarmi del fatto che Springsteen non sono riuscito ad incrociarlo da vicino, nella due giorni romana – ma d’altra parte lunedì sera all’Auditorium era caos puro. Un po’ perché è bello sentirsi dire un “grazie per la bella chiacchierata” da uno come Landau ha fatto la storia rock, anche se in maniera defilata.

Sia quel che sia, ho già riferito abbondantemente di quello che è successo a Roma, qui e qui. Oltre alla videointervista ufficiale a Landau, quella dove parla di “The promise”, qua sotto ci sono due “bonus tracks”. Due spezzoni da “addetti ai lavori”, in cui Landau racconta in cosa consiste il suo lavoro di manager, e spiega qual è il metodo di lavoro di Bruce.

In questo secondo video noterete che Landau parla di tre fasi nel lavoro di Springsteen: writing, recording, touring. Ai miei studenti racconto sempre che c’è una quarta parte del lavoro di un artista: la promozione. Springsteen non ne ha bisogno o quanto meno la riduce al minimo. Ecco perché ho intervistato Landau, e non lui.

Adesso giuro che per un po’ smetto di scrivere sul Boss. Almeno fino a quando esce “The promise” (che, per inciso, si può ascoltare in streaming qua).

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Jon Landau, ‘The promise’: “L’album che Springsteen avrebbe pubblicato nel ’77’

(Da Rockol)

E’ l’uomo della famosa frase: “Ho visto il futuro del rock ‘n’ roll e il suo nome è Bruce Springsteen”. E’ Jon Landau, che dopo aver scritto quella frase divenne il suo manager e lo è ancora, a 36 anni di distanza. Dopo la presentazione del film “The Promise” ieri sera alla Festa del Cinema, Landau questa mattina ha incontrato la stampa – da solo, senza Springsteen, reduce dal bagno di folla di ieri sera.
tutto su: Jon LandauLandau è una di quelle figure leggendarie che stanno dietro le quinte, come alcuni produttori e altri  manager come Paul McGuinness degli U2. Appena entrato alla Casa del Cinema a Roma – la sala è piena non solo di giornalisti, ma anche di fan che ingannano l’attesa parlando ovviamente di Bruce – inizia raccontando un paio di aneddoti. “Io e Bruce stavamo parlando ieri sera, ricordando la prima volta in cui non suonammo in Italia”, esordisce. “Era il primo tour importante, nel 1980: ci dissero che i promoter italiani erano disorganizzati. Ma suonammo in Svizzera: i fan italiani ci inseguirono per darci una petizione per venire in Italia. Tornammo in Italia nell’85 per il famoso concerto di Milano: fu uno dei nostri migliori concerti di sempre, forse il pubblico migliore che abbiamo mai avuto. E Bruce mi disse: ‘non andremo mai più in tour senza passare dall’Italia’. Poi gli viene chiesto della famosa frase: “Quando ho scritto quella frase, conoscevo già un poco Bruce. Era in difficoltà, sembra stesse per essere scaricato dalla casa discografica, e io ero molto considerato – ero tra i critici più famosi del periodo. Scrissi quella frase sull’onda dell’emozione di un concerto e per aiutarlo, perché volevo sentire il suo prossimo disco”.
Quindi si inizia a parlare di “The promise”, e Landau spiega: “Sono due uscite diverse: c’è un cofanetto; e poi c’è un CD di 21 canzoni inedite. Qualcuna è nota o è circolata in qualche bootleg,  molte Bruce le scrisse e le incise senza terminarle. Al tempo si stufava in fretta… Quest’estate Bruce le ha terminate e la abbiamo messe insieme come se fossero un disco vero. Non è una raccolta di outtakes, ma un album che rimarrà parte della discografia vera e propria di Bruce: speriamo che rimanga a lungo, non scomparendo come spesso capita ai box. Volevamo rendere il tutto disponibile ad un prezzo accessibile”.
Le 8 canzoni che vengono fatte ascoltare alla platea – a luci spente, con i testi proiettati sullo schermo – confermano l’idea espressa da Landau: si parte con una versione alternativa di “Racing in the streets”, proseguendo con “Gotta get that feelin”, “Outside looking in”, “Someday (We’ll be together)”, “Because the night”, “Ain’t good enough for you”, “Talk to me”. Si chiude ovviamente con “The promise”, il santo graal di ogni fan – per dire, quando uscì il cofanetto “Tracks” nel 1998, prima la escluse, poi scelse di reinciderla da capo, facendo arrabbiare i fan. “The promise” è ancora oggi, una delle più belle canzoni mai scritte da Springsteen, una ballata malinconica sulla fine dell’innocenza. Il suono è “vintage Bruce” – “è il suono del disco che avrebbe pubblicato tra ‘Born to run’ e ‘Darkness’, spiega Landau – con brani volutamente diversi tra loro per rappresentare l’album, e con un tono decisamente più romantico rispetto all’introspezione delle canzoni poi scelte per “Darkness on the edge of town” .
“Bruce ha lavorato da solo alle canzoni, e non mi ha voluto dire quanto è intervenuto sulla musica originale. Ha l’impressione di avere realizzato una commistione tra passato e presente e vuole che sia considerato come un tutt’uno”, spiega Landau.Si passa quindi alla visione dei materiali video: un estratto dal concerto a porte chiuse dell’anno scorso, in cui venne risuonato per intero “Darkness on the edge of town”  – di cui colpisce il suono, furioso e chitarristico – ed alcuni estratti dal concerto del ’78 di Houston e dai video d’archivio inclusi nel terzo DVD del box: “Volevamo un filmato della E Street Band oggi, per fare un paragone con il materiale d’archivio. Nell’ultimo tour abbiamo riproposto diversi dischi per intero, ma le riprese davano un’atmosfera che non era in linea con il progetto. L’idea di risuonarlo in quel modo, a porte chiuse, è stata di Bruce; ma il merito va anche a Thom Zimny, il regista, le cui luci e fotografia catturano perfettamente l’austerità e la durezza del disco originale”, spiega Landau.
Le ultime battute sono sul personale: “Conosco Bruce dal ’74. Abbiamo lavorato assieme, ma in 36 in anni di conoscenza devo dire che è il miglior amico. Ho avuto tanti dubbi su molte cose in questi anni, ma non ho mai dubitato di continuare a lavorare con lui”. E poi un inevitabile domanda sul futuro delle attività: “Non abbiamo progetti al momento, e non posso dire quando li avremo. Ma come dicevo prima, quando andremo in tour passeremo dall’italia. Decide il Boss, non io…” Nei prossimi giorni pubblicheremo una videointervista a Landau, in cui racconta il “Making of” di “The promise”, nonché il metodo di lavoro di Springsteen e che cosa sta facendo in questo periodo.

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Bruuuuce! La presentazione romana di “The promise”

(Da Rockol)

L’immagine della serata arriva quando tutto deve ancora cominciare: un manipolo di fan, assiepati lungo le transenne del “Red Carpet” che conduce alla Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma. Sono lì da diverse ore, incuranti della pioggia battente, solo perché Bruce Springsteen percorrerà il tappeto rosso per andare alla prima di “The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town”, il film diretto da Thom Zimny sul suo storico album del 1978, ripubblicato il 16 novembre in un lussuoso box zeppo di inediti di cui abbiamo parlato in abbondanza. < Poco prima delle 9 Bruce arriva. Anticipato dal manager Jon Landau, che si ferma a chiacchierare con qualche telecamera. Bruce, giacca di pelle, stivaloni e occhiali da sole nonostante sia già buio si barcamena tra i fotografi che lo reclamano a gran voce, i fan ai quali si avvicina per qualche stretta di mano. Dopo 3 minuti è già finita la prima parte dello show: Bruce entra, e finalmente la sala viene aperta anche a chi ha il biglietto per vedere il film.http://www.youtube.com/watch?v=wyCOeKG6j6Q Dentro, è quasi il caos: la sala era occupata da un’altra proiezione fino a poco prima – il tutto si svolge all’interno della Festa del Cinema – il pubblico che cerca di entrare si scontra con quello che esce. Appena entrati in sala c’è giusto il tempo di prendere posto, di sentire una breve introduzione e il film inizia. E che film. “The promise” racconta la parabola di Springsteen tra il ’75 e il ’78, dallo smaltimento della sbornia del successo di “Born to run” alle beghe legali con l’ex manager Mike Appel (intervistato per il film, dopo una recente riappacificazione) che gli impedirono di registrare musica, fino al caos creativo che diede vita ad un disco più adulto e scarno.

In sala, sembra di  essere ad un concerto: il pubblico applaude le scene, le canzoni e le facci,  soprattutto quelle del compianto Danny Federici e dell’amatissimo Clarence Clemons. Il film scorre via con un ottimo lavoro di costruzione narrativa del regista, che si divide tra interviste recenti e immagini d’epoca recuperate e restaurate. Il finale è da brivido, con un montaggio tra i volti di 32 anni fa e quelli attuali, e con una intensa versione di “Darkness on the edge of town” suonata in un teatro vuoto l’anno scorso (fu suonato tutto il disco, ed è uno dei DVD bonus del box). Finito il film le luci rimangono spente, mentre gli inservienti portano ben sei sedie: sul palco salgono alcuni giornalisti,  Landau, Zimny e, buon ultimo, il boss.

Qualcuno, in giornata, ne lamentava il divismo, vistro che non erano previsti incontri con la stampa. Ma i divi sono quelli che la stampa la incontrano, la fanno aspettare per ore, e poi danno risposte elusive a domande precise, senza guardare in faccia chi le fa.  Springsteen non è venuto per la stampa; è una serata cinematografica, cui Springsteen si presta di buon grado: è loquace, risponde in maniera precisa a domande spesso un po’ lunghe (quelle del critico cinematografico di turno). Stravaccato su una poltrona rossa, scherza: “Se ci fossimo accorti all’epoca di come stavamo bene così magri lo avremmo sfruttato di più, mi dice sempre Steve”, riferendosi ovviamente a Little Steven, uno dei veri protagonisti del film.  Poi passa a parlare del film. “Come si capisce dalle immagini, ho un carattere ossessivo compulsivo. Volevo fare qualcosa di essenziale con quel disco, e ci voleva pazienza, bisognava saper aspettare; era importante saper catturare il momento giusto quando si presentava, e questo non era sempre facile. Stavo cercando di capire chi sono, ma non so ancora adesso chi sono… La musica per me è uno strumento d’indagine, a cui sono legato in maniera molto profonda. Ero molto confuso, e questo era il mio modo di capire. Siamo tutti addetti alle riparazioni, in qualche modo”. Prende in giro il suo manager, che risponde in maniera eccessivamente lunga ad una domanda – anche se la traduttrice se la cava benissimo senza perdere una parola. E scherza sull’inclusione nel box di una replica del suo quaderno di appunti – altro protagonista del film: “Nessuno mi ha detto che l’avrebbero usato, se no  l’avrei impedito. Scrivo malissimo…”. Poco più di mezz’ora di chiacchiere, ed è tutto finito. Due strette di mano ai fan e una battuta per finire: “La chitarra? La prossima volta, sarà di sicuro più facile cantare….”

Domani, invece, Jon Landau incontrerà i giornalisti – per presentare in anteprima i contenuti del box, che uscirà il 16 novembre.

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