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Sunday mourning

Quando muore un grande, quando si scioglie una band succedono cose brutte e cose belle.

La cosa brutta sono le cazzate che leggi in giro. Ne ho lette tantissime, su Lou Reed, più del solito – diciamo che è un segno della sua importanza: tutti che saltano sul carro del morto a dire “Io l’ho conosciuto, mi ha cambiato la vita” (persino chi ha ascoltato due canzoni, persino presunti VIP che non c’entrano nulla con lui e con ciò che ha rappresentato – ne trovate un buon campionario ritwittato da @vendommerda). Poi ci siamo noi giornalisti, sbagliati (tipo chi coglie l’occasione per distinguersi dicendo che i Velvet Underground sono uno dei gruppi più sopravvalutati della storia – ma per piacere) o autoreferenziali (ho contribuito al genere su Rockol). E poi c’è la  gara degli uffici stampa a far pubblicare i ricordi dei loro artisti, usciti su Facebook o su Twitter .  E’ l’epoca del “social mourning”.
Il premio per il peggior tweet l’ha vinto lo scrittore Sandro Veronesi, che ha scritto “I am Lou Reed”. A chi gli ha fatto notare la mancanza di stile, ha risposto stizzito: “Era quello che diceva quando saliva sul palco”. Ma cosa doveva dire, “I am Sandro Veronesi”?

E poi ci sono le cose belle, sincere. Qualche bel tweet (quello di Simon Le Bon: “#LouReed gone from this world today. Don’t for god sake say RIP, coz we all know he’s a’walking, & we all know which side he’s walking on”), qualche bel pezzo di ha frequentato davvero la sua musica (leggete quello di Enrico Ruggeri) – o il bel ritratto di Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che vedete qua a fianco

Ma soprattutto musicisti che vanno sul palco e suonano le canzoni su cui sono cresciuti. Iniziamo dai Pearl Jam, che questa notte a Baltimore hanno suonato “I’m waiting for the man” (che non avevano mai suonato prima) – sono certo che ne arriveranno altre. Un altro regalo postumo di Lou.

UPDATE – altro gran bel tributo, al Bridge Benefit: Neil Young, My Morning Jacket (ed Elvis Costello che fa solo tac tac con il piedino, in realtà) che suonano “Oh! Sweet Nuthin” (grazie a Dario per la segnalazione)

 

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Grazie, Lou Reed

L’ultima volta che l’ho incontrato è stato due anni fa, l’8 luglio del 2011: Lou Reed passò da Milano durante il suo tour italiano e decise di incontrare la stampa. 69 anni, faccia segnata, andatura traballante. Stronzo come sempre, con i giornalisti, anche se con me fu singolarmente gentile, acconsentendo a far filmare l’intervista senza problemi (un collega, invece, venne tirato scemo a suon di “aumenta la saturazione” e “virala in bianco e nero”, per il solo gusto di rompere le scatole).

Acconsentì persino a farsi fare una foto a fine intervista, bevendo un bicchiere di caffé freddo – l’ennesimo della giornata.

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Rispose a monosillabi (o poco di più, diciamo). La chiacchierata fu concentrata principalmente sul giro di concerti italiano, denominato “Power rock tour”, con accenni alla musica digitale (era un appassionato di tecnologia e gadget, tanto da avere fatto da solo un’app che aumentava i caratteri dell’iPhone, Lou’s Zoom) e al futuro disco con i Metallica, che sarebbe uscito dopo qualche mese – e che sarebbe rimasta l’ultima prova di studio. Un peccato, perché sarebbe stato una delle cose peggiori della sua carriera. Ma ormai era invecchiato, e tanto. I suoi anni valevano il triplo (“My week beats your year”, scrisse nelle note di copertina di “Metal machine music”) e li sentiva tutti. Il concerto, poi, fu traballante come la sua andatura:  brani dei Velvet Underground (“Femme fatale”, “Venus in furs”, “Pale blue eyes”, “Sunday morning”), brani quasi dimenticati dal repertorio solista come “The bells” e “All through the night”, momenti di jam session diretti brevi e precisi cenni e momenti in cui sembrava non reggersi sulle gambe.

La fama di “mangia-giornalisti” era ampiamente meritata: lo ricordo ad un concerto al Vittoriale, in cui mandò a quel paese (con ben altre parole) un reporter in prima fila che aveva il computer sulle ginocchia e stava scrivendo il pezzo, minacciando di interrompere il concerto. O una trasmissione di MTV in cui gelò il conduttore (Enrico Silvestrin), che preso dall’entusiasmo di avere di fronte un mito, si era lasciato prendere la mano: “So, what’s the question?”.

Se li poteva permettere, questi atteggiamenti, dall’alto della sua statura artistica. Se c’è uno per cui la parola “mito” non è fuori luogo, è proprio Lou Reed: uno che ci ha insegnato cosa vuol dire “rock”, cosa significa “trasgressione”. Il primo disco dei Velvet Underground rimane uno dei più grandi album di tutti i tempi, capace di unire – come la pop art del suo mentore Andy Warhol – l’alto al basso, le esperienze estreme alla melodia pop. E anche quando continuò da solo, raccontò un mondo che era l’immaginario del rock, con una forza lirica e musicale senza pari. Non aveva bisogno della stampa, spesso non aveva bisogno neanche del pubblico – faceva solo quello che voleva, come voleva. Sbagliava, e tanto: la sua discografia e la sua carriera hanno cadute di stile enormi, soprattutto negli anni ’80; solo alla fine del decennio, con “New York”, tornò a produrre musica degna del suo nome, riunendosi brevemente con John Cale poco dopo (“Songs for Drella”, dedicato ad Andy Warhol), e inanellando una serie di album ottimi che lo hanno portato fino al nuovo millennio, tra cui “Magic & loss”, dedicato proprio al tema della morte. Negli ultimi anni ha suonato tanto, spesso in Italia, e prodotto poco – l’ultimo incisione di rilievo è il concept-album “The Raven”, di 10 anni fa.

Ora, in questi giorni, lo ricorderanno per e con “Walk on the wild side” (che peraltro concesse pure – sacrilegio – per lo spot di un motorino: “Non accontentatevi di camminare”) o “Perfect day”: soprattutto in questa era di “social mourning” su Facebook e Twitter, si ricorre sempre alle canzoni più famose, alle più ovvie. Ma nulla renderà giustizia alla grandezza di un Artista – uno dei pochi per cui la parola non è abusata, nella musica.

Nessuna parola sarà mai abbastanza, né per raccontare la sua vita, né per raccontare la sua morte.

Forse una sola: grazie, Lou.

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#NowListening (7)

Rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

(Il titolo è un link a spotify per ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia)

Ray Stinnett – A fire somewhere

La Light In The Attic è un’etichetta inglese un po’ fighetta ma molto brava nel ripescare musica dimenticata: quella di Rodriguez o quella di quello strano caso che è la compilation “Country funk”. “A fire somewhere”, dicono, è un gioiello che doveva uscire alla fine nel ’71. Ma la A&M lo mise da parte. Ray Stinnett è  un frichettone che arriva della scena di Haight & Ahsbury, uno di quei modelli a cui si ispirano i vari Jonathan Wilson. Forse non è il tesoro dimenticato che ci raccontano, ma comunque un gran bel disco di musica psichedelica.

Jonathan Wilson – Pity Trials and tomorrow’s child

A proposito di Wilson, è uscito anche in digitale un 12″ pubblicato qualche mese fa per il record store day. Tre cover, tra cui una spettacolare versione di “Isn’t it a pity” di George Harrison (già pubblicata anche su un CD di Mojo).  Vedo che questa canzone la stanno riprendendo in molti (anche i My Morning Jacket, recentemente). Questa è la versione migliore.

My Morning Jacket – “It makes no difference”

Un altro EP per il Record Store Day, pubblicato per il Black Friday (il giorno dopo il Ringraziamento gli americani si danno allo shopping selvaggio scontato): i MMJ rendono omaggio a Levon Helm con una spettacolare cover della Band: l’avevano già incisa ai tempi di “I’m not there”, ma qua è dal vivo, con gli Alabama Shakes, assieme ad una versione altrettanto spettacolare di “Honest Man”.

Ferndando Saunders – Happiness

Lui è il bassista di Lou Reed, quello che ha sempre la banadana ai concerti. Ha fatto un disco niente male, pop-soul suonato come dio comanda, con ospiti. Lou Reed – che canta in “Jesus” , coprodotta dall’italiano Giovanni Pollastri, Suzanne Vega. Brutta copertina, posso dirlo? Ma gran bel disco.

Sacri Cuori – Rosario

Antonio Gramentieri,  Christian Ravaglioli e Francesco Giampaoli sono italianissimi. Ma incidono per la Decor (Mark Eitzel, Richmond Fontaine). E nei loro dischi c’è gente come John Convertino (Calexico), Isobel Cambpbell, David Hidalgo (Los Lobos), Marc Ribot. Un disco prevalentemente strumentale, atmosferico e desertico, spaghetti western music di grande fascino,

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L’inevitabile classifica del 2011

…E come tutti gli anni, si tirano le somme della musica uscita negli ultimi mesi. Per Rockol ho fatto le mie top 5 “regolari”:

STRANIERI

1. Jonathan Wilson – “Gentle Spirit”

2. My Morning Jacket – “Circuitail”

3. Tom Waits – “Bad as me”

4. Tinariwen – “Tassili”

5. Wilco – “The whole love”

ITALIANI:

1. Verdena – “Wow”

2. Jovanotti – “Ora”

3. Daniele silvestri – “S.C.O.T.C.H.”

4. Ivano fossati – “Decadancing”

5. Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice”

Però poi uno le scrive, le riscrive e rimangono fuori un sacco di cose, di musica e di pensieri. Rivedendole, mi viene in mente che sia nei dischi italiani che in quegli stranieri le prime posizioni sono in realtà degli ex-aequo. Il disco di Jonathan Wilson l’ho recuperato recentemente, è retromaniaco, è vero. Ma è quello che sto ascoltando di più; è bello quanto quello dei My Morning Jacket, che sono la mia nuova passione, qualcuno l’avrà capito: li seguito da tempo, ma con “Circuital” hanno fatto un (altro) salto in avanti. Idem tra gli italiani: i Verdena e Jovanotti sono i due lati della stessa medaglia, due opere enormi, in tutti in sensi, quantitativo e qualitativo.

E poi ci sono i dischi rimasti fuori da queste classifiche, dischi che ho amato e consumato: Bon Iver, Decemberists, Horrible Crowes, Green Like July, Joan As Police Woman… Ed ecco qualche personalissimo premio aggiuntivo.

Concerto dell’anno:I Black Crowes a Vigevano e Fossati a Milano. Poi: qugello a cui mi sono divertito di più è stato quello di Cyro Baptista; quello che mi ha emozionato di più è Glen Hansard a Roma (ex-aequo con Keith Jarrett agli Arcimboldi) Quello che mi ha incantato di più è Jovanotti.

Band dell’anno: i Roots. Più per le cose fatte con altri (il disco con Betty Wright, quello con Booker T Jones) che per il loro disco, “Undun”.

Disco peggiore/Operazione WTF dell’anno: “Lulu”, Lou Reed & Metallica (anche se c’è una gran canzone, “Junior Dad”, vedi sotto).

Delusione dell’anno:  L’incomprensibile scelta dei Pearl Jam di non venire in Italia nel 2012. E anche John Mellencamp, che è arrivato per la prima volta nel nostro paese, ha fatto un bel concerto ma comportandosi da divo, quale non è da queste parti: un’ora di documentario inutile prima dello show e tante bizze, che hanno portato all’annullamento della data di Udine. Uno aspetta una vita di vedere un cantante, e questo fa lo stronzo…

Sorpresa dell’anno: Fraser Anderson, “Little glass box”. Un disco che ho scoperto in  una scena alla Alta Fedeltà, in un bellissimo negozio di dischi di Piacenza, Alphaville, dove mi sono rifugiato parecchie volte quest’estate. Un cantautore semplice semplice, con toni jazzati e grandi canzoni. Mi ha tenuto compagnia parecchio, questo album (anche se tecnicamente è uscito nel 2010). Grazie ai ragazzi di Alphaville per avermelo fatto scoprire. Se passate da quelle parti, fateci un giro: hanno un gran bel negozio, di quelli come se ne trovano ancora, e un bel blog su cui parlano di musica e cinema.

Notizia musicale dell’anno. Ce ne sono tante, non sempre belle: lo scioglimento dei R.E.M.  e il ritiro di Ivano Fossati, la morte di Amy Winehouse e di Clarence Clemons. O l’arrivo per la prima volta dopo 25 anni di Tom Petty. Ma se proprio deve sceglierne una:  il ritorno di Springsteen in tour, in Italia, con la E Street Band. Posso tollerare di vivere in un mondo musicale in cui i R.E.M. non fanno più dischi e concerti, ma non in uno in cui non posso più sperare di vedere il Boss dal vivo…

Libro musicale dell’anno. Ne sono usciti parecchi. Ma direi “The last sultan” di Robert Greenfield, che racconta la storia di Ahmet Ertegun, il fondatore dell’Atlantic Records (ci ritornerò con un post). E poi: la biografia di Bob Mould, “Il tempo è un bastardo”, di Jennifer Egan. E, ma si, “Retromania” (premio hype dell’anno).

Film Musicale dell’anno: PJ20, di Cameron Crowe. Ovvero come dovrebbe sempre essere fatto un rockumentary.

Canzone dell’anno: “One Sunday Morning” dei Wilco: come costruire un piccolo capolavoro su un unico giro di chitarra, ripetuto per 12 minuti.

E, già che ci sono, ecco anche le altre canzoni: questa lista non ha la pretesa di essere una vera e propria playlist. Sono solo le canzoni più suonate sui miei vari ammennicoli digitali nel 2011, ordinate per numero di riproduzioni, secondo il contatore di iTunes. Ne ho tenuta una sola per album (e ho tolto dal conteggio i R.E.M., che sono fuori gara, soprattutto quest’anno…). Però rappresentano bene, nel mio piccolo, uno spaccato della buona musica di quest’anno.

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Lou Reed, le rughe, il caffé freddo e il sassofono

Lou Reed è invecchiato. E neanche troppo bene: ha 69 anni, la faccia solcata dalle rughe. Lo portano sul palco quasi di peso. E beve caffé freddo macchiato (latte freddo, non schiumato), come vedete dalla foto con intruso qua a fianco. Ma cosa volete che beva uno a quell’età, dopo la vita che ha fatto?
IMG_1872-300x200E sul palco se la cava ancora egregiamente. Ieri l’ho intervistato, poi sono andato a vederlo all’Arena Civica. L’ho visto un sacco di volte: da solo, con John Cale, nella reunion con i Velvet Underground, in trio con John Zorn e Mark Ribot… Gli ho visto fare concerti così così. Ma ieri sera ha portato a casa la serata con dignità.

Ho letto un po’ di commenti impietosi in giro, scritti da gente che leggo e stimo (qua e qua). Se la prendevano soprattutto con il sax: Lou Reed è in tour con una formazione estesa di 7 elementi, con il fido Rob Wasserman e un po’ di altri musicisti giovani. E sì, c’è anche il sax. Che Lou usò in “The bells”, criticatissimo disco di fine anni ’70, da cui sono stati ripescati la title tracks e “All through the night”. Che, invece, secondo me sono stati due dei pezzi migliori della serata (la seconda la si può ascoltare qua sotto, nella versione “reharsal” postata sul suo sito). Insomma, dai, non è la prima volta che lo usa, il sax. Non mi sembra una roba così tragica.

Vero, la band funziona solo a sprazzi, ma in almeno un paio di casi (la bella versione di “Ecstasy” e “Small town”, da “Songs for Drella”) girava bene. E, contro ogni aspettativa, la scaletta è stata notevole, dopo che nel pomeriggio aveva raccontato che avrebbe scelto solo pezzi dimenticati.

Insomma, sì: Lou non è più quello di una volta. Ma a 69 anni non ha deciso di dimettersi da rockstar, e fa bene. Con una classe del genere se lo può permettere.

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