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Sheryl Crow con i capelli alla Bon Jovi: la cosa più bella del documentario di Spike Lee su “Bad” di Michael Jackson

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by | 7 dicembre 2012 · 4:02 pm

Storia sociale della musica pop e rock (4): gli anni ’80, l’era della videomusica

In questa spazio, ogni settimana pubblico i materiali del corso “Storia sociale della musica pop e rock” che tengo alla Bocconi

Dopo l’incontro con il discografico e manager Stefano Senardi, oggi in aula si parla di anni ’80, l’era d’oro del videoclip

  • MTV e la nascita della videomusica
  • Michael Jackson
  • Musica di plastica vs. musica di qualità
  • L’immagine pop e la MTVizzazione del rock
  • La spettacolarizzazione del concerto

La playlist della musica da ascoltare della seconda lezione (link a Spotify).  (qua Un articolo su come attivare Spotify dall’Italia)

La playlist dei video visti a lezione

testi di riferimento

  • Gianni Sibilla – “Musica da vedere” (RAI, 1999)
  • Andrew Goodwin -“Dancing in the distraction factory”

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Everybody hurts but We are the world

Ma sono solo io a trovare terribilmente kitsch – musicalmente parlando s’intende  i due singoli beneifici per il disastro di Haiti?

“Everybody hurts”, quello messo in piedi da Simon Cowell, è abbastanza simile all’originale, ma con tutti quei fraseggi e virtuosismi inutili… Si salvano solo Robbie Williams e (ho detto tutto) James Blunt.

Il peggio è “We are the world”. Che non ha un centesimo del pathos dell’originale, e che mette in scena cose che… Il duetto virttuale tra Michael e Janet Jackson, e soprattutto il finale in autotune affidato ovviamente a T-Pain.

Poi, si sa, queste canzoni non vanno acquistate per la bellezza. Ma un po’ di buon gusto non guasterebbe, a prescindere.

http://www.youtube.com/watch?v=Glny4jSciVI http://www.youtube.com/watch?v=Ts1HxVopG2k

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This is it, really?

Ieri sera sono andato a vedere “This is it”, il film di Michael Jackson: la sala era deserta (davvero sta facendo incassi record?), ma non è questo ciò che mi ha colpito di più.

Mi ha ricordato la mia tesi di dottorato, soprattutto: che era sul rapporto tra racconto e retorica. In soldoni: ogni storia cerca di intrattenerci, ma in realtà – più o meno esplicitamente – ci vuole convincere di qualcosa. Vuole rendere credibile un mondo, venderci un’idea o una visione.

Molto si è detto del film – rimando al resconto di un mio collega di Rockol. Ma la cosa che mi ha colpito è la sottigliezza retorica – fatta di montaggio, scelta dei materiali da una quantità di “girato” enorme – con cui si cerca di ridare dignità a Jacko, di dimostrare allo spettatore che, pur magrissimo, era lucido e in ottima salute. Sembra quasi che tutto il film sia un’unica, lunga accusa verso i suoi presunti assasini, il medico e i media che non facevano altro che sbeffeggiarlo.

“This is it” è un racconto che nasconde la sua retorica dietro l’ “effetto di realtà” che danno le immagini documentaristiche, che sembrano quasi rubate.

Nessuno di noi saprà mai quale è il vero Michael Jackson, perché il “vero” Michael Jackson  non esiste. Di certo anche “This is it” è uno dei tanti tasselli – non necessariamente il più “vero” – di una storia tra le più complesse del mondo dello spettacolo.

Ora siamo tutti qui a lodare Jackson – giustamente – per il suo impatto sulla cultura popolare degli ultimi 30 anni, e a lodare quello che stava per fare. Ma nessuno mi leva dalla testa il pensiero che se “This is it” fosse andato in scena, l’avrebbero massacrato comunque. Forse riusciremo ad essere lucidi su Michael Jackson solo tra qualche tempo, quando l’onda emotiva della sua morte sarà esaurita.

http://www.youtube.com/watch?v=cyrkcz7msfY

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