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15 album del 2015 (la playlist di fine anno, pt. 2)

2015 is the new 1989

2015 is the new 1989

C’è un attimo, in molti dei dischi migliori di quest’anno. E’ un attimo in cui la chitarra elettrica suona piena e pulita, riconoscibile ma diversa da qualsiasi cosa tu abbia già sentito. Quando ascolto musica, cerco quel suono – attimi che rileggano la storia della musica pop e rock in modi nuovi e inaspettati.

Quell’attimo, quel suono che è contemporaneamente classico e nuovo, nel 2015 l’ho trovato nel mood inquietante, pieno e melodico dei Low, nelle cavalcate dei My Morning Jacket, nei Wilco di “Star wars” che a tratti sembrano una garage band. Oppure nell’operazione retromaniaca e geniale di Ryan Adams sul repertorio di Taylor Swift. In chiave elettronica, nei New Order, in versione black, nell’album degli Alabama Shakes e degli Algiers. Suoni e canzoni più legate al passato, ma non meno belle, stanno nei dischi di De Gregori che rilegge Dylan e o di Ranieri e Pagani che vira in jazz la canzone napoletana. In altri casi sono strumenti che non hanno a vedere con le chitarre, ma suonano bene e basta (come Malika Ayane e Andrea Nardinocchi).

Insomma: il 2015 ha suonato bene, per me. E questa è una lista personalissima degli album che suonavano meglio, e che ho ascoltato di più. C’è pure una playlist su Spotify, in fondo. E c’è un sacco di altra roba buona che ho lasciato fuori (Iacampo, Sleater-Kinney, Editors, Natalie Merchant, Any Other, Kurt Vile, Glen Hansard), che in parte ho recuperato in un altro playlistone, quello con le mie 50 canzoni da riscoprire)

Ecco i miei dischi dell’anno, in ordine sparso, ma non troppo. Se proprio qualcuno avesse l’insopprimibile voglia di saperne di più, cliccando sulle copertine si va su recensioni e interviste.

Low – One & Sixes. Sono un’istituzione del rock americano, ma a questo giro si sono superati. Un disco dal suono strepitoso, con chitarre elettriche atmosferiche ma che ti arrivano dritte in faccia e si uniscono alle melodie uniche delle due voci. Una goduria sonora.

 

My Morning Jacket, “The waterfall”. Continuano a suonare solo come se stessi, con canzoni fuori dagli schemi, e ogni volta sono meglio della precedente. Rock unico. Quand’è che qualcuno li porta in Italia a suonare?

 

Ryan Adams, “1989”. Fantastico nell’idea; filologico e stupendo nell’esecuzione: le canzoni di Taylor Swift riarrangiate in chiave rock anni ’80, tra Smiths e Springsteen. Suona bene a prescindere dagli originali: uno dei migliori dischi di classic rock dell’anno.

 

Wilco, “Star wars” I dischi a sorpresa non sorprendono più. Ma al di là del metodo di distribuzione, i Wilco hanno confezionato un gran album rock, giocando con i suoni e con melodie come solo loro sanno fare.

 

Alabama Shakes, “Sound & color”. E’ in testa a tutte le classifiche di fine anno del 2015, e a ragione: un sound unico, tra tradizione e contemporaneità, una grande voce, grandi canzoni. Imperdibile.

 

Francesco De Gregori, “De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto”. Sulla carta, un possibile disastro, toccare l’intoccabile. In realtà, un gioiello: il maestro rispetta il suo Maestro, con traduzioni fedeli, una scelta non banale di canzoni e un grande suono. Incontrarlo e parlare di Dylan con lui è stato uno dei miei highlight professionali dell’anno.

Massimo Ranieri – “Malia”.  Altro momento memorabile: la presentazione di questo album, con Pagani e Ranieri che fanno una lezione di storia della canzone napoletana – un lavoro gigantesco, che portano avanti da 15 anni. Qua però i due si sono superati, usando la chiave jazz e gente come Marcotulli e Rava.

 

Andrea Nardinocchi, “Supereroe” In Italia, a fare questo pop, c’è solo lui. Il secondo disco è uscito un po’ in sordina, rispetto all’esordio, ma mantiene le promesse e conferma la statura di Andrea. Prima o poi se ne accorgeranno in tanti.

 

Carmen Consoli, “L’abitudine di tornare”. Non è solo tornata dopo anni, è tornata anche a quel suono, a quel pop-rock che negli ultimi dischi aveva messo da parte a favore di una dimensione più acustica.   Ed è sempre unico il suo modo di raccontare storie.

 

Malika Ayane, “Naif”. Come al solito, dal Festival di Sanremo rimane poco o nulla, sulla media e lunga distanza. Di quello del 2015 mi sono rimaste la bella cover di “Se telefonando” di Nek, e i “Silenzi per cena” di Malika Ayane, e tutto il suo album: belle canzoni, con la notevole produzione dei Jazzanova, in equilibrio tra suoni tradizionali e moderni.

Dave Gahan & Soulsavers,“Angels & Ghosts”. Meglio di tutti gli ultimi dischi con i Depeche Mode: un suono cupo e nero, che a tratti mi ricorda Nick Cave.

 

New Order – Music Complete. Il primo disco in non so quanti anni, il primo in assoluto senza Peter Hook. E sono ancora i migliori a mischiare così rock, pop, dance ed elettronica

 

La ristampa dell’anno: Bruce Springsteen – The Ties That Bind – The river collection. Al di là dei miei noti fanatismi, perfetta per contenuto inedito (“Stray bullett” da sola vale tutto), materiali aggiuntivi (il documentario con Bruce in cucina, che racconta) e packaging. Vale ogni centesimo. Secondo posto personale per “The cutting edge”, dedicata al periodo ’65-’66 di Dylan: la versione da 18 CD è da veri maniaci.

 

il disco più sorprendente: Algiers. Trovare un album, una band dal suono suono completamente nuovo e originale: un’impresa, oggi. Un mix esplosivo di rock, black e chissà quante altre robe.

 

I dischi più “fuori” : “Circles around the sun” – Interludes for the Dead/ Kamasi Washington, “The epic”. Il primo sono 3 ore di musica strumentale, originariamente pensata come colonna sonora degli intervalli dei concerti dei Grateful Dead, bellissima e psichedelica. Il secondo è il sassofonista di fiducia di Kendrick Lamar, un jazzista che ha inciso un triplo album sulla scia di Coltrane con una band di 11 elementi ed orchestra. Debordante, godibile anche per i non jazzofili (forse soprattutto per loro). Ed epico come promette il titolo.


IL CONCERTO DELL’ANNO: U2, Innocence + Experience Tour, Torino, 4 settembre.
 Il tour migliore da 20 anni a questa parte degli U2, uno stupendo equilibro tra “effetto wow” delle scenografie e scelte musicali. L’inizio è puro rock, da brividi.

 

Delusione dell’anno: Blur, “The magic whip”. Puoi rimanere deluso da un disco che non ti aspetti?Si, se arriva da una band che ami e hai amato, anche se pensavi che ormai non avrebbero più inciso album. Del disco dei Blur, il primo dopo 12 anni, non mi è rimasto niente addosso. Stilando questa lista, non mi era neanche venuto in mente, e così su due piedi non mi ricordo neanche una canzone. E’ un problema mio, sicuramente, ma non solo: non lo vedo in nessuna lista di fine anno, e qualcosa vorrà dire….

Album/Artista più sopravvalutato dell’anno: Tame Impala. Lodi sperticate ovunque, per un disco che, mi sembra, va ovunque per non arrivare da nessuna parte. La dimostrazione di una tendenza degli ultimi anni: l’inversione di ruoli tra indie e pop.  L’indie come questo che cerca suoni (e visibilità) mainstream, mentre il pop cerca suoni (e credibilità) indie. I New Order giocano con questi suoni da più tempo, e ancora meglio (vedi sopra, “Music complete”).

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