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Anatre all’arancia

Volevo fare un’analisi semiotica di quelle che mi hanno insegnato all’università, e che per anni ho inflitto ai miei studenti. Avevo trovato l’oggetto perfetto: il nuovo spot antipirateria. Sai che bello scomporre il tutto, analizzando il ruolo dei tesitmonial, le persone giuste per far capire il problema al target; spiegare perché il linguaggio è quello giusto, perché il concetto è corretto, non mischia cose diverse ma anzi è espresso in maniera coerente e lineare. Sottolineare il ruolo  dell’atmosfera e della giusta dose di mistero suscitata dall’arancia che ha in mano una delle protagoniste.

Insomma, mi sarei potuto esercitare in una bella scomposizione linguistica e tutte quelle cose lì, su cui potrei scrivere lenzuolate accademiche.

Ci ha pensato PopTopoi, tirando in ballo pure il diagramma di Venn, per cui mi limito a linkare il suo post ed embeddare l’imperdibile video.

http://www.youtube.com/watch?v=BbCq9BDMFyw

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La musica che gira intorno (dal 2009 ad oggi)

La FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana, oggi ha annunciato che finalmente la classifica di vendita degli album includerà anche le vendite in digitale: meglio tardi che mai.

C’è un’altra cosa interessante che la FIMI fa, da qualche tempo a questa parte: pubblicare le certificazioni dei dati di vendita complessivi dei dischi e delle canzoni, a partire dal gennaio 2009. Non i dati di vendita dei singoli dischi, ma il fatto che siano dischi d’oro, platino, etc. Insomma, che abbiamo superato una certa soglia.

Ne abbiamo già parlato qualche tempo fa: nel settembre 2009 venne pubblicata la prima lista delle certificazioni. Quella lista da qualche tempo viene aggiornata ogni settimana, con gli stessi meccanismi: i dischi di diamante (oltre 300.000 copie) adesso sono 5 (un anno fa c’era solo Renato Zero), 26 multiplatino (oltre 120.000 copie), 53 platino (60.000 copie) e 114 ori (30.000). Qua sotto trovate l’elenco dei 5 album Diamante e dei Multiplatino (a questi 25 va aggiunta anche Noemi, che non sono riuscito a incollare nell’immagine).

Sotto trovate una parte dell’altra lista di certificazioni che la FIMI compila, quella dei Download delle singole canzoni. In questo caso ho riportato solo i Multiplatino (più di 60.000 download). Le altre certificazioni sono Platino (+ di 30.000) e Oro (Più di 15.000 unità. Entrambi le cassifiche partono da gennaio 2009 e sono aggiornate alla 39° settimane del 2011.  Potete trovare le liste complete a questo indirizzo.

Vale la pena darci un’occhiata, perché si vedono cose impensabili. Le prime 5 posizioni non stupiscono, Ma stupisce  la presenza tra i dischi d’oro di una raccolta di Julio Iglesias del 1991 (“Da Manuela a Pensami”), per fare un esempio. O il fatto che  “My life in the bush of ghosts”, che il mio amico Paolo Madeddu rinviene settimanalmente da mesi nella sua The Classifica su Macchianera, non è neanche disco d’oro.  O che ci sono solo due dischi stranieri nelle prime 20 posizioni degli album (Michael Jackson, 8° e gli U2, 15° – Lady Gaga è 21°), mentre nelle canzoni gli stranieri vanno meglio (anche se il secondo brano estero più scaricato è “Danza Kuduro”, dopo “Bad Romance”). O che la canzone più scaricata dei R.E.M. dal 2009 è, indovinate un po’, “Losing my religion” (datata 1991).

Potrei andare avanti all’infinito con questi dettagli che sembrano quasi aneddotti più che dati: è la musica che gira intorno nei canali di vendita tradizionali. Perché poi c’è tutta un’altra musica che in queste classifiche non si vede: è quella che gira sulle radio, sui social network e in generale in rete. Ma questa è un’altra storia.

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30 anni di musica registrata e venduta in una gif

Ogni tanto le gif raccontano meglio di mille parole: questa spiega l’evoluzione del mercato discografico negli ultimi 30 anni, sovrapponendo torte e dati ufficiali della RIAA, l’associazione dei discografici americani. La fonte è Digital Music News (che ha le singole immagini, se qualcuno ha bisogno di vederle con calma), mentre qua c’è una breve ma ben fatta analisi.

(Grazie a PopTopoi per la segnalazione)

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A proposito di festival

In questi giorni si è parlato parecchio di festival, a seguito del flop del Jammin’ di Venezia. Repubblica ha scritto un pezzo intervistando diversi promoter che spiegavano perché il modello non funziona da noi (Vorrei conoscere il titolista: “Addio allo spirito di Woodstock”? Ma è mai esistito da noi?). Claudio Trotta di Barley Arts ha continuato la discussione su Facebook, Luca Castelli ha scritto un bel post sul suo blog.

Certe volte le immagini valgono più di mille parole. Così riposto questo video, che gira dall’anno scorso, e racconta una giornata al Coachella. L’avevo visto su Twitter e la didascalia era: “Qual è la differenza tra un festival in Italia e uno in America”. In questo video non si capisce chi stia suonando, ma si percepisce l’atmosfera. La differenza è tutta lì.

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La pirateria, una storia antica

La pirateria è uno dei temi più dibattuti in questo panorama digitale, e non solo nel nostro campo. Quante volte ci siamo sentiti dire che Internet (o il file sharing, o il download o qualche altra cosa del genere) sta uccidendo la musica? Frasi che in realtà si dicevano già 30 e passa anni fa sul fenomeno della registrazione domestica, ovvero chi registrava amatorialmente le canzoni trasmesse alla radio con il proprio registratore.
Se pensate che la pirateria sia una preoccupazione (meglio: un’ossessione) recente dell’industria dello spettacolo, fareste bene ad investire un po’ di soldi e un po’ di tempo in questo poderoso saggio di Adrian Johns, storico dell’Università di Chicago. Non si parla di pirati dei Caraibi ne dei contrabbandieri (anche se da questi ultimi, i “bootleggers”, prende il nome un noto fenomeno di commercio di registrazioni “pirata” della musica). Si parla invece della “Storia della proprietà intellettuale” e dei relativi furti. La pirateria, spiega e documenta Johns, nasce assieme alla stampa, secoli fa.

Se volete scegliere solo una parte di queste quasi 700 pagine, vi consigliamo il quindicesimo capitolo, “Il pirata in casa e fuori”, che racconta la storia della pirateria dello spettacolo nel 20° secolo, della sua “economia morale”, ovvero di come, in seguito alla repulsione verso le pratiche commerciali e repressive dell’industria dell’intrattenimento, i “pirati” tendono a giustificare le loro azioni, come se fossero fenomeni di ribellione. Si legge di come, ad un certo punto, l’industria si sia illusa di avere debellato la pirateria commerciale, la duplicazione seriale e criminale dei supporti, e abbia quindi deciso di replicare la stessa strategia verso i consumatori, di fatto alienando una fetta del proprio mercato.

Tutte pratiche che conosciamo bene, che sono assolutamente attuali: quante volte si legge nei forum o in qualche commento lo scalmanato di turno che sostiene che è giusto scaricare la musica perché i musicisti sono ricchi o perché l’industria discografica deve morire? Temi attuali, appunto, ma molto più complessi di quello che sembra e dall’origine antica, che questo libro aiuta a contesualizzare e a rimettere in una prospettiva storica.
Il  tomo di Johns è di natura accademica, è una ricerca seria e documentata, ma scritta comunque in maniera piacevole. A dire la verità, la parte sul 21° secolo è un po’ sacrificata; inoltre la pubblicazione originale è del 2009, e 2 anni vogliono dire moltissimo vista l’accelerazione esponenziale degli eventi. Fatte queste premesse, il libro di Johns è un volume non soltanto rivolto agli studiosi, ma a chiunque voglia approfondire una questione che riguarda tutti, produttori o consumatori.

(da Rockol)

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