Tag Archives: MusicBusiness & Technology

Buona musica, buona comunicazione (e idee vecchie)

Le notizie che arrivano da Cannes sono per certi versi confortanti e per certi versi disarmanti.

E’ sconfortante che al Midem – la fiera della musica più importante del mondo – ci sia ancora gente che sostiene che la soluzione ai mail dell’industria sia la logica del controllo totale, come il CEO della Vivendi-Universal Bernard Levy. Come se dieci anni non avessero insegnato niente.

http://www.youtube.com/watch?v=6aj0V1I-uek

Ma la notizia confortante è che le posizioni di Levy sono sempre più isolate, a giudicare dalle reazioni al suo intervento. Mi dicono che i commenti che arrivavano via Twitter al suo intervento (proiettati in sala) erano impietosi.

Ma, soprattutto, dal Midem arrivano tante storie di artisti e imprenditori che, nel loro piccolo o nel loro grande, cercano nuovi modi di far arrivare la musica alla gente, di fare business e di reinventare un modello. Tra i tanti video che il canale del Midem sta postando in questi giorni per chi, come me, non è stato a Cannes, c’è anche questo.

E’ un po’ lungo, ma c’è la storia di due artisti come gli OK Go e Imogen Heap che a loro modo hanno fatto innovazione.Magari non tanto nella musica in sé, ma nel modo di comunicarla. Perché serve anche questo, oggi: non solo fare buona musica, ma anche buona comunicazione. Comunicazione in spazi diversi dai media tradizionali, quelli che una buona parte dell’industria – la stessa di Levy – continua a ritenere gli unici veramente importanti.

Commenti disabilitati su Buona musica, buona comunicazione (e idee vecchie)

Filed under MusicBusiness & Technology

The waiting is (not) the hardest part

Recentemente un paio di case discografiche inglesi hanno annunciato l’intenzione di mettere in vendita le canzoni lo stesso giorno in cui vengono mandate in radio.

Lo so, il primo commento ad una notizia potrebbe essere quello del famoso Grande Capo indiano di “610”… Perché la musica è ovunque in rete, e metterla in vendita nei negozi digitali lo stesso giorno di un’anteprima radiofonica è semplicemente la constatazione di una pratica già diffusa.

Questa notizia contiene però un dato interessante, ovvero la certificazione  della morte dell’attesa: “Per molti dei fan e dei consumatori più giovani la parola ‘aspetta’ non fa più parte del vocabolario”, ha dichiarato un discografico della Universal UK, che ha lanciato l’iniziativa.

Il creare attesa è stata storicamente la strategia di lancio di ogni disco importante: seminare pezzi qua e là, per stuzzicare l’appetito. Ora, chi ha quarant’anni come me – anno più, anno meno – ha sicuramente vissuto quella fase in cui l’uscita del disco del tuo artista preferito era un rito quasi religioso, e il giorno in cui il primo singolo andava in radio, stavi lì attaccato per cercare di sentirlo. E poi aspettavi fino al giorno di arrivo nei negozi.

Oggi siamo abituati fin troppo bene, la musica ci raggiunge e ci insegue ovunque, altro che aspettarla. Non è un male, anzi.

Ma non contiamoci balle: l’industria non ha – giustamente – rinunciato del tutto all’idea del creare attesa. Semina pezzi di dischi ovunque. Però fa ancora fatica a capire che il successo di un disco non si gioca più sul controllo completo: il tono un po’ pomposo con cui le case discografiche inglesi hanno annuciato la contemporaneità della vendita dei singoli radiofonici è ancora  figlia del vecchio metodo. Oggi per ottenere visibilità, bisogna rinunciare a qualcosa. Le canzoni che creano attesa si regalano, si mettono in streaming, si fanno girare. E sì, le si mette in vendita, ma è solo una parte del processo.

Poi, questo metodo dei “teaser” digitali ha generato addirittura degli eccessi: per esempio, sinceramente, non condivido molto la strategia dei R.E.M. di mettere in rete quattro canzoni diverse del nuovo disco a ben due mesi dall’uscita: “Discoverer” (regalata sul sito della band), “It happened today” (in vendita su iTunes e regalata chi pre-acquista l’album), “Oh my heart” (streaming e trasmissione radio su NPR) e “Mine smell like honey” (singolo in vendita su iTunes e in radio). Posso capirla, con la necessità di dimostrare che il nuovo disco sarà molto vario. Apprezzo la diversificazione dei canali. Ma per creare attesa si rovina del tutto la sopresa dell’ascoltare il disco nel suo insieme.

Ah, già, i dischi non si ascoltano più così. Non solo non sappiamo più cosa sia l’attesa, non sappiamo quasi più cosa sia un album; e anche questo, sia chiaro, non è necessariamente un male; in alcuni casi – non tutti – è meglio avere poche canzoni ma buone piuttosto che una raccolta piena di riempitivi.

Però, per quello che mi riguarda, ho risolto così la questione: ho ascoltato le canzoni una volta, per sentire come suonavano, e poi basta. Almeno per una band come i R.E.M., che fa ancora dischi-dischi, ho deciso di regalarmi  un po’ di attesa.

http://www.youtube.com/watch?v=pK7Bks4XbD4

Commenti disabilitati su The waiting is (not) the hardest part

Filed under MusicBusiness & Technology, Nuova musica

Mettersi un paio di Air Jordan sulle orecchie

“I said, ‘Dre, fuck sneakers. Let’s sell speakers,’ “”, disse Jimmi Iovine.

Le cuffiette bianche fanno schifo. Non la musica, non gli iPod che la riproducono digitalizzata e compressa. Poprio le cuffiette, quelle che la Apple ha usato come simbolo per molto tempo. Se ne avete un paio vecchie in casa, diciamo di 4-5 anni fa – tiratele fuori, mettete su qualcosa e vi chiederete “ma come ho fatto ad ascoltare musica con queste robe qua?”. Quelle attuali sono un po’ meglio, ma insomma.

Jimmy Iovine è una vecchia volpe del music biz, fin dagli anni ’70 – quando esordì come ingegniere del suono con gente come Springsteen e Tom Petty. E’ stato ed è un importante produttore, ora è a capo della Interscope. E assieme a Dr.Dre ha costruito un altro impero basato su questa intuizione, quella che le cuffie bianche fanno schifo. L’impero delle “Beats by Dre”, cuffie di alto profilo. C’è un bel pezzo su Billboard che ne racconta la storia e l’evoluzione.

“I felt it was the weakest link. With a bad file and a bad-sounding computer, you have at least a shot at pumping the emotion back with a good pair of headphones”.

Questa  citazione di Iovine racconta bene come il tutto sia partito da un’esigenza giusta -preservare la qualità di almeno una parte del modo in cui la musica ci arriva – e poi si sia evoluta come un’operazione di marketing come tante altre. Il che non è un male, ovviamente, ma l’altra citazione, quella messa in apertura del post, spiega bene quale fosse il modello di riferimento dell’operazione: le Air Jordan, le scarpe su cui la Nike costruì un impero, sfruttando l’immagine del più forte giocatore di basket di sempre.

“Do Beats by Dre really sound as good as they look?”, si chiede Billboard? Si, abbastanza. E comunque il trucco è sempre il solito: pompare i bassi. Perché i bassi nella musica vendono, e sono come la maionese per i cuochi e l’edera per gli architetti: coprono qualsiasi cosa.



Commenti disabilitati su Mettersi un paio di Air Jordan sulle orecchie

Filed under MusicBusiness & Technology

Fare il manager (e il migliore amico) di Bruce Springsteen

Certe volte incontrare chi sta dietro le quinte può essere persino più interessante di parlare con sta sotto i riflettori: questo ho pensato prima, durante e dopo l’intervista con Jon Landau, il manager di Springsteen.

Me lo sono detto un po’ per consolarmi del fatto che Springsteen non sono riuscito ad incrociarlo da vicino, nella due giorni romana – ma d’altra parte lunedì sera all’Auditorium era caos puro. Un po’ perché è bello sentirsi dire un “grazie per la bella chiacchierata” da uno come Landau ha fatto la storia rock, anche se in maniera defilata.

Sia quel che sia, ho già riferito abbondantemente di quello che è successo a Roma, qui e qui. Oltre alla videointervista ufficiale a Landau, quella dove parla di “The promise”, qua sotto ci sono due “bonus tracks”. Due spezzoni da “addetti ai lavori”, in cui Landau racconta in cosa consiste il suo lavoro di manager, e spiega qual è il metodo di lavoro di Bruce.

In questo secondo video noterete che Landau parla di tre fasi nel lavoro di Springsteen: writing, recording, touring. Ai miei studenti racconto sempre che c’è una quarta parte del lavoro di un artista: la promozione. Springsteen non ne ha bisogno o quanto meno la riduce al minimo. Ecco perché ho intervistato Landau, e non lui.

Adesso giuro che per un po’ smetto di scrivere sul Boss. Almeno fino a quando esce “The promise” (che, per inciso, si può ascoltare in streaming qua).

1 Comment

Filed under Interviste, MusicBusiness & Technology, Nuova musica

Archeologia del walkman e dell’iPod

Ieri è stata presentata l’annuale ricerca sull’economia della musica in Italia, curata dallo IULM per conto delle associazioni di settore.

Il dato è che il sistema musica “tiene”, dice il sunto della complessa ricerca (un analisi più approfondito la trovate qua, mentre la ricerca la potete scaricare qua). La musica nel 2009 valeva complessivamente 3,7 miliardi di euro, contro i 3,9 del 2008.

Cala la vendita dei supporti fisici (-25% rispetto al 2008), cresce – ma non di molto la musica digitale – e la musica dal vivo.

Crolla, ancora di più del 2008, l’elettronica di consumo: un -25% secco rispetto all’anno prima. Davvero? I lettori MP3 hanno saturato il mercato e non vendono più? Paradossalmente questa notizia arriva quasi in contemporanea al 9° anniversario della nascita dell’iPod e alla notizia che Sony non produrrà più il caro vecchio Walkman a cassette.

La realtà è che, come ha specificato il responsabile della ricerca Luca Barbarito, questo dato sull’elettronica di consumo comprende solo i lettori MP3 puri, gli iPod e simili. Non comprende quelli ibridi, come gli iPhone, gli iPod Touch, i tablet.

Insomma: siamo qui a celebrare la morte del Walkman e il compleanno dell’iPod, ma il mercato degli strumenti di consumo è già da un’altra parte. L’iPod è già un oggetto di mordernariato….

1 Comment

Filed under MusicBusiness & Technology, Università/Lezioni