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So you have two choices

In redazione mi è arrivato il disco fisico dei Gaslight Anthem, “Handwritten”. Apro il libretto – che chissà perché non era stato incluso nella versione digitale che avevo acquistato su iTunes –  e, sorpresa, trovo le note di copertina di Nick Hornby, uno che di musica sa scrivere.

Altra sorpresa: è una delle più belle cose che possiate leggere su quello che oggi una band può fare, dopo 50 anni di r’n’r ; sono anche una bella risposta a chi accusa la musica odierna di essere retromaniaca.

Eccole:

It would be stupid to try and tell you that the music you’re listening to is like nothing you’ve ever heard before. The songs on the Gaslight Anthem’s latest album are three or four minutes long, most of them, and they’re played on loud electric guitars, and there are drums, and to be honest, if you haven’t heard anything like this before, then you’re probably listening to the wrong band anyway. What’s great about the Gaslight Anthem is that there’s an assumption you’ll have heard something like this before—on the first Clash album or on Born to Run, or the first Tom Petty and the Heartbreakers album, or maybe on a Little Richard record. That’s what hooked me in. I’ve been listening to rock’n’roll for forty years, and so maybe I’m too old to be writing this stuff, but on the other hand, maybe I know what I’m talking about, too: believe me, I know a lot of stuff sounds tired and derivative, and makes you feel as though rock music is exhausted. It’s hard to find new ways to tell stories and write songs; even clothes made out of meat won’t do much good if your music is 1980’s dance-pop.

So you have two choices.

The first is this: you do something nobody’s ever done before. You play the nose-flute underwater, put it through a computer backwards, and get a black Japanese guy to rap over the top. Or you write a novel using only consonants. Or you make a movie which nobody can see. And that’s all cool, but nobody will want to read your second novel written using only consonants, so you’ll have to write one using only vowels.

And the second is this: you think, write, play and sing as though you have a right to stand at the head of a long line of cool people—you recognise that the Clash and Little Richard got here first, but they’re not around any more, so you’re going to carry on the tradition, and you’re going to do it in your own voice, and with as much conviction and authenticity and truth as you can muster. And if you can pull that off, you’ll be amazed at how fresh you can sound.

And the Gaslight Anthem sound fresh. Anyone who has ever been frustrated by anything—a girl, a boy, a job, a self (especially that)—can listen to this music and feel understood and energised. (And if I feel energised, Lord knows what they’re going to do to you.) And Im beginning to suspect that they, like, read books, too. ‘Great Expectations’—now there’s a great title for a song. and here, ‘Howl’—there’s another one. Rockers who read. Songwriters who are not scared to go head-to-head with everyone else in rock’s great tradition. The Gaslight Anthem are my kind of people.

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La musica anticoncezionale di Ben Folds (e Nick Hornby)

(da Rockol)

“La verità è che a voi europei del sud piace la musica sexy e la mia è perfetta per il controllo delle nascite. Quanti bambini non sono stati concepiti perché coppie si sono messe ad ascoltare le mie canzoni…”. La zampata ironica arriva alla fine dell’intervista, quando gli si chiede perché in America e in Inghilterra è un personaggio di culto, e da noi se lo filano in pochi. Gli artisti che fanno dell’ironia e del sarcasmo la loro identità spesso sono assai seri, di persona. E così è con Ben Folds. Il piano-rocker con la faccia da nerd sta per pubblicare “Lonely avenue”, nuovo disco a quattro mani con Nick Hornby:  lo scrittore di “Altà fedeltà” e “Tutta un’altra musica” ha scritto le liriche, Folds le ha messe in musica.

Rockol lo raggiunge al telefono a Venezia (è in Italia per qualche giorno per un matrimonio, ci spiega). Ed è serio e preciso, nel raccontare la genesi del disco. “Hornby aveva scritto un bel pezzo su di me, in un suo libro”, dice riferendosi a “31 canzoni”, dove si parlava di “Smoke”. “Peccato che le parole di quella canzone non le avessi scritte io, così gli ho mandato una mail. Poi abbiamo lavorato assieme ad una canzone del disco di William Shatner”, ovvero dell’attore famoso come il Capitano Kirk di Star Trek.  “Lonely avenue”, ci spiega, è stato un esempio di telelavoro: “Abbiamo fatto tutto via email. La mattina mi mandava un testo, io durante il giorno lo mettevo in musica e la sera gli mandavo la canzone finita. Quando per lui era mattina, si trovava tutto”.<br>

Il risultato è un piccolo gioiello, un disco da altri tempi, inciso in analogico e da ascoltare con i testi in mano, leggendo le storie, che vanno dal registro comico – il ragazzotto di provincia che scopre di stare con la figlia di Sarah Palin, in “Levi Johnston’s blues” – a quello malinconico in “Picture window”, storia di un capodanno visto da una camera d’ospedale. Folds è riuscito a dare vita ai testi mantenendo il suo stile: un rock a base di piano, che ricorda il primo Elton John (non a caso, gli arrangiamenti sono di Paul Buckmaster, suo collaboratore storico): “Mi sono dato una politica di non revisione”, ci spiega. “Non ho toccato le sue parole, perché il ritmo di un racconto è importante per un scrittore, e chi sono io per cambiarlo? Sono affascinato dal modo in cui parole e musica lavorano assieme. Il mio compito questa volta è stato di trovare una musica che rendesse giustizia alle parole, che le facesse essere quello che sono. E’ facile rovinare delle belle parole con della brutta musica. Sapevo che se avessi fatto emergere le parole, avremmo avuto delle buone canzoni. Per me si trattava di guardare la pagine, e vedere se la melodia veniva fuori”.<br>

Anche per questo motivo il disco è stato inciso completamente in analogico: “Mi sono stufato un po’ del digitale: lo uso da anni, ma ti offre troppe opzioni, troppe scelte. Il processo di registrazione di questo album doveva essere più immediato e veloce, quindi abbiamo scelto di inciderlo su nastro. Così alla fine della giornata ti trovi con tre versioni, di una canzone e scegli quella che ti piace di più. Con il digitale hai molte più scuse per suonare meno bene, perché ti permette di aggiustare le cose, ed è un processo molto noioso e lungo”.

“Lonely avenue” deve il titolo alla canzone dedicata a Doc Pomus, bluesman e paroliere di Elvis (“titolo perfetto per una foto in copertina), e uscirà la prossima settimana, anche in una versione deluxe dove le bonus tracks non saranno canzoni ma quattro racconti inediti di Hornby. Non c’è in programma un tour congiunto, ci spiega. Ma un tour da solo si – forse anche in Italia a marzo.  E magari solo qualche altro video: Folds è diventato uno dei più apprezzati creativi musicali di YouTube – la sua parodia del pianista incappucciato di Chatroulette è uno “cult”, come si dice in gergo. E per promuovere l’album ha realizzato un video di “The things that you think”, in cui compare effettivamente Hornby, che dice appunto cosa pensa, e ci sono i Pamplemoose, altro apprezzatissimo nome della videomusica in rete:

“Mi piace quello che fanno, e il loro posto è sul web, non sui dischi. Così abbiamo fatto un video assieme, che facesse vedere anche Nick, e l’abbiamo messo solo in rete, non sul disco. Così la gente vedrà il tipo che ha scritto i testi del disco. C’è stato un tempo in cui si spendeva anche mezzo milione di  dollari per un video, solo per passare su MTV. Pensavo fosse una follia allora, figurati adesso. Ogni cosa che facciamo per YouTube è basso costo, quasi per divertimento. Ci sarà un video più o meno regolare per ‘From above’, fatto in animazione; e per un’altra canzone , “Saskia Hamilton”, ho incaricato un ragazzino inglese di 19 anni. Chissà cosa tirerà fuori: lui e i suoi amici correranno per il loro campus con la videocamera e si divertiranno”.

Il finale della chiacchierata è appunto dedicato all’Italia: “Ho suonato da queste parti, quando facevo l’università, nel 1987 a Venezia. Ma mai da professionista. Comunque, facendo un po’ di interviste con gli europei per questo disco, mi è venuta voglia di suonare da voi, perché ascoltate le canzoni senza preconcetti. Voglio dire, gli Stati Uniti e l’Inghilterra sono la mia patria musicale, ma ogni volta mi chiedono cosa stavo pensando mentre ho scritto questo e quello… Spero di venire il prossimo anno, o comunque prima di essere su  una sedia a rotelle”.

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Bentornato, Nick Hornby

Ho iniziato il nuovo romanzo di Nick Hornby, “Tutta un’altra musica”, e mi sembra che finalmente sia tornato a ciò che sa  raccontare meglio: l’intreccio tra la  passione per la musica e la vita reale.

Finalmente: “Alta fedeltà” è un libro che dovrebbe leggere qualsiasi persona a cui importi della musica un poco di più del “normale”. Ma i successivi  – escluso forse “About a boy – mi sono sembrati assai faticosi.

“Tutta un’altra musica”, invece. racconta la storia di una coppia, Duncan e Annie. Duncan è ossessionato da Tucker Crowe – un cantantautore minore scomparso dalle scene da 20 anni – e passa il tempo a discuterne in rete.

Il libro si apre con una scena memorabile: Duncan che costringe Annie ad un viaggio a Minneapolis, in pellegrinaggio ai cessi di un club in cui questo cantautore prese la decisione di ritirarsi.

L’unica cosa veramente terribile è il titolo italiano. Quello originale era “Juliet, naked” e si riferiva ad una versione inedita (“nuda”, “acustica”) di “Juliet”, il disco più bello di questo cantautore, che capita nelle mani dei protagonisti. Ne riparlerò a libro finito.

Nel frattempo, già che ci sono, ecco qualche altro libro musicale che vale la pena leggere – questi non sembrano in crisi, a differenza dei DVD musicali.

  1. Alex Ross, Il resto è rumore. Il critico di musica classica del New Yorker rilegge la storia musicale del XX°, in maniera molto piacevole e senza i pregiudizi tipici di chi si occupa di musica “colta”.
  2. “Non ho l’età” di Mara Maionchi. E’ un po’ nostalgico e scritto sull’onda di X-Factor, ma è un bel retroscena della musica italiana degli ultimi decenni.
  3. A Hard Day’s Death, Raymond Benson: un giallo ambientato nel mondo del rock. Un po’ didascalico e prevedibile in alcuni momenti, ma piacevole.
  4. Nick Cave, La morte di Bunny Munro.
  5. Poi è uscito anche un nuovo libro sui R.E.M. per la Giunti, scritto da Milena Ferrante, e uno sui Pear lJam, scritto dai curatori dell’ottimo sito www.pearljamonline.it. Non li ho ancora letti, ma anche su questi tornerò in futuro.

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