Tag Archives: #NowListening

#NowListening (pre-Sanremo edition)


La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, questa volta in veste sanremese.

Dovevo andare  in riviera per la settimana. Mi ero scelto un po’ di musica di salvataggio, oltre a quella di cui parlo di solito qua.

Poi il menisco ha fatto crack (mentre andavo ad un concerto, per la cronaca). Così guarderò il Festival in TV (non sono normale, lo so: sono dispiaciuto di non poter passare una settimana in quella gabbia di matti che è la Sala Stampa dell’Ariston)

Ma il senso di queste cose non cambia: musica alternativa per la settimana più intasata di musica di tutto l’anno.

 alt=

 

Nick Cave – “Push the sky away”

Il disco esce il 19 febbraio, la recensione completa arriva su Rockol tra qualche giorno. Basti sapere che è uno dei dischi dell’anno: tagliente, inquietante, lirico. E con le due canzoni migliori di questi primi mesi del 2013: “Jubilee street” e soprattutto “Higgs Boson Blues”, che già solo il titolo…

Chris Stamey – “Lovesick Blues”

Metà dei Db’s, gruppo storico del power pop americano. L’altra metà è Peter Holsapple (che ha suonato nei R.E.M. dall’89 al ’92). Assieme hanno fatto molte cose belle, ma da solo pure: un disco di pop-rock folkeggiante piacevole come solo i grandi autori di canzoni sanno essere. Il mondo è quello lì: R.E.M., Go-Beetweens, Teenage Fanclub. Anche la classe è quella.

Chiara Galiazzo – Un posto nel mondo

Ma non doveva essere musica di salvataggio, anti-Sanremo?  Beh, sapere che una che è appena uscita da X Factor fa subito un disco di inediti così presto, con autori di questo livello… Molti dei migliori nomi in gara quest’anno non avranno un album per qualche mese. Silvestri, gli Elii, gli Almamegretta usciranno tutti più in là. Nel frattempo Chiara c’è, le canzoni ci sono, la voce è fantastica. Devo ancora ascoltarlo bene, capire se ha trovato il suo genere oltre alle canzoni. E son curioso di sentirla sul palco.

Andrea Nardinocchi – Il momento perfetto

Uno che seguiami da tempi pre-sanremesi e non sospetti. Andrea fa qualcosa che non fa nessun altro, in Italia: soul elettronico, con incursioni nel pop e nel rap. E lo fa bene, benissimo. Il disco vale la pena – anche questo lo recensirò con calma, anche dopo avere visto cosa combinerà con le sue loop station sul palco dell’Ariston. Ottima musica, a prescindere dal Festival, ed è bello che ci sia anche lì.

Buckingham Nicks

Un disco che ho riscoperto grazie a “Sound City”, il documentario di Dave Grohl: fu uno dei primi album incisi in quegli studi e da lì nacquerò i Fleetwood Mac nella loro incarnazione più famosa. Il disco è del 1973, è da tempo fuori catalogo – non si trova ufficialmente da quasi nessuna parte, ne circolano versioni in MP3 rippate dai vinili originali (paradossi della vita digitale). Ma se lo trovate (non è difficile, dai) vale la pena: pop rock di altissima classe.

Grateful Dead – Dave’s Pick 5: 11/17/73, UCLA

Troppo tardi: l’ultimo “bootleg ufficiale” dei Grateful Dead, stampato in 13.000 copie numerate, è andato esaurito in un mese. Come tutti i dischi dal vivo dei Dead. Questo l’ho comprato soprattutto perché le note di copertina le ha scritte Bill Walton, leggenda del basket NBA (Blazers e Celtics nei ’70-’80) e “deadhead” fino al midollo: ha visto più di 650 (seicentocinquanta!) concerti della band. Sul sito c’è ancora un estratto, una spettacolare jam su “Here come sunshine”. La musica dei Dead è terapeutica, almeno lo è stata per me in questi giorni. Andrebbe prescritta dai dottori. (Per la cronaca, io ho beccato un ortopedico fan dei Marlene Kuntz: “ma lei è di Cuneo? Conosce i Marlene Kuntz? Rilassi il muscolo, pensi a “Sonica” – come se “Sonica” fosse la canzone giusta per rilassarsi…)

Ah, poi se volete vedere un bel rockumentary, guardate quello qua sotto. E’ della serie “Classic albums” (sempre sia lodata) è dedicato ad “Anthem of the sun” e soprattutto ad “American beauty”, il miglior disco di studio dei Grateful Dead. Ma soprattutto, racconta la scena di San Francisco nella seconda metà degli anni ’60 e le differenze/difficoltà nel fare musica dal vivo e in studio: “Fare musica in studio è come costruire una nave in una bottiglia. Suonare dal vivo è come remare su una zattera in mezzo all’oceano”.

Buon festival!

Commenti disabilitati su #NowListening (pre-Sanremo edition)

Filed under Nuova musica

#NowListening (10)


Nuova puntata della rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

(Il titolo è un link a spotify per ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia) (questa guida vi servirà ancora per poco…)


 alt=

Aaron Neville – My True Story

Quel vibrato, quel pugnale tatuato sulla guancia. E’ impossibile confondere questo gigante con qualcun altro. La sua voce è unica e questo disco è un capolavoro: classici senza tempo rivisitati in stile doo-woop, con la produzione di Don Was e Keith Richards. Esce per la Blue Note, e ne riparleremo come si deve a breve su Rockol.

Otis Taylor – ContraBand

Un disco uscito l’anno scorso, recuperato grazie alla playlist di fine anno di Cristiano Godano su Il Fatto Quotidiano. Blues-soul costruito su pochissimi accordi e reso ipnotico dalle ripetizioni. Suonato da Dio e assai affascinante. Come dice Godano: “mi piace l’intento affascinante e riuscito di ottenere una sorta di resa ipnotica utilizzando una materia consolidata come il blues”.

Four Tet – 0181

Annunciato improvvisamente via Twitter e pubblicato un paio d’ore dopo su Soundcloud: è una raccolta di brani inedito incisi tra il ’99 e il 2001. Ma è molto meglio delle ultime cose pubblicate da Kieran Hebden negli ultimi tempi, soprattutto è meglio della noiosa raccolta di singoli “Pink”, del 2011.

Bobby Long

La ATO Records è diventata la mia etichetta preferita: non sbaglia un’uscita. A fine febbraio pubblica “Wishbone”, secondo album di questo cantautore inglese trapiantato a NY: il primo pezzo, “Devil moon”, è un gioiello. Anche il primo disco, “Winter tales”, non è male: cantautorato rock molto classico, ma fatto come Dio comanda.

The Twylight Zones – “Not Fade Away OST”

Un film uscito da poco in U.S.A., ambientato negli anni ’60, in cui la musica è centrale: un gruppo di amici decide di fondare una band dopo avere visto gli Stones in TV. La band si chiama Twylight Zones ed è stata creata davvero per l’occasione da David Chase (ideatore dei Sopranos) e Steve Van Zandt: classici del periodo e originali composti per l’occasione. Power Pop allo stato puro, suonato con classe.

.

Commenti disabilitati su #NowListening (10)

Filed under Ascolti

#NowListening (9)


Dopo la pausa natalizia, ecco la rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

(Il titolo è un link a spotify per ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia)


 alt=

James Maddock: Another Life

Di questo inglese trapiantato in America ho parlato parecchio nell’ultimo anno. Un po’ Springsteen, un po’ Rod Stewart, con grandi canzoni. Ha un nuovo disco in uscita a febbraio che si può finanziare tramite il sito di crowdfunding PledgeMusic – e ascoltare in streaming in anteprima. E’ un po’ più intimo e folkeggiante delle cose precedenti, e lui è davvero sempre bravo, se piace il genere.

Philip Glass Reworked

Una delle operazioni più fighette degli ultimi tempi. Prendi il compositore che ha rappresentato l’avanguardia minimalista newyorchese. Fallo remixare da Beck, Amon Tobin e altri nomi come si deve. E il risultato è esattamente quello ci si può immaginare. Fighettismo minimale elettronico di altissimo livello. C’è anche un’app per iPhone e iPad con belle visualizzazioni interattive delle singole tracce e la possibilità di remixare un po’ di musica: iperfighettismo multimediale. A dire la verità, ha un sacco di limiti: costa quanto il disco, che poi non si può ascoltere fuori dall’app. E l’interattività è limitata. Ma è gran un bel tentativo.

Toad The Wet Sprocket: 5 Live

Band iperminore californiana riformatasi qualche tempo fa, che ha il pregio di avere scritto una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi, “Something’s always wrong”, gioellino di melodia remmiana, compreso anche in questo EP dal vivo che si può comprare su Bandcamp per pochi spiccioli. E “Something’s always wrong” si può scaricare gratis. Correre, se non l’avete mai sentita.

Low- Plays Nice Places

A marzo esce il loro nuovo album – che peraltro circola già in rete – prodotto da Jeff Tweedy. Nel frattempo sul si può scaricare gratuitamente questo bellissimo EP dal vivo che ha come ospite Benjamin Gibbard dei Death Cab For Cutie. Le loro ballate minimali dal vivo tolgono il fiato, in particolare “Sunflower”.

Mostly Other People Do The Killing – “The Coimbra Concert”

Questo album l’ho comprato per la copertina, che percula allegramente uno dei miei dischi preferiti di sempre, il “Koln Concert” di Keith Jarrett. Questo quartetto ha un dono raro nel jazz: l’ironia. Sono cattivi, dissacranti, come dovrebbe essere il jazz e come spesso non è. Mettono talmente tante cose nella loro musica che fanno venire il mal di testa. Usare con cautela.

Umphrey’s McGee – “Hall of fame – class of 2011”

Passano per “Jam band”, ma sono un po’ meno psichedelici dei soliti eredi dei Grateful Dead. In realtà, più che questo disco, il consiglio è di andare su livedownloads.com e scaricare un po’ delle cover/mashup che fanno dal vivo. Sono divertenti e suonate da dio, come quella che unisce “Another brick in the wall” a “Thriller” e quella qua sotto: “Life during exodus”, i Talking Heads mischiati con Bob Marley. Geniale.

.

Commenti disabilitati su #NowListening (9)

Filed under Nuova musica

#NowListening (8)

Rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

(Il titolo è un link a spotify per ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia)


 

Grateful Dead: 30 days of dead

Ancora loro. Ne avevo parlato qualche settimana fa, ma ci ritorno. Perché sul New Yorker è uscito uno stupendo articolo sui loro archivi e sulle “Deadheads”. Oggi l’engagement dei fan è una parolina magica, una legge non scritta nell’era della musica digitale, ma i Dead erano già avanti decenni fa nel coinvolgere e gratificare i loro seguaci. E continuano, anche ora non esistono più. Se ne volete una prova attuale: nel mese di novembre hanno regalato un MP3 al giorno. Roba inedita. Una stupenda compilation. con quasi tutti i classici: per i fan, ma non solo un ottimo posto da dove cominiciare per scoprire la magia di questo gruppo. Si possono scaricare qua.

Nashville

In questo caso dovrei dire #NowWatching: è una bella serie che mi ha consigliato l’amico EmmeBi ambientata nel mondo del country-rock. La storia gira attorno ai conflitti di  due cantanti, una in declino e una giovane rampante. La serie è assai godibile, molto ben scritta – un po’ soap opera (che per me è un pregio). E con ottima musica, supervisionata da quel genio di T-Bone Burnett. La prossima settimana esce un disco-raccolta, un po’ di canzoni sono già su Spotify. Le ho raccolta in una playlist, qua.

Ed Romanoff – “Ed Romanoff”

Rimanendo nello stesso campo: un cantautore non giovane, ma all’esordio discografico. E’ andato in tour con Rachel Yamagata, nel disco c’è Josh Ritter. Il mondo di riferimento è quello: sound pulitissimo, voce profonda, scrittura narrativa fantastica. “St Vincent De Paul” è un capolavoro. Poi ci tornerò, mi sa.

Macklemore & Ryan Lewis: “The heist”

Cambiando genere: un rapper bianco che ho scoperto grazie ad un “Tiny desk concert” (i concerti in redazione della NPR che abbiamo copiato per Live@Rockol). “Same love” vale il disco, da sola – sia per la passione dell’intepretazione, sia per il tema, l’omofobia: “It’s human rights for everybody/There is no difference”. L’amore è uguale per tutti.

.

Finley Quaye – 28th february road

Una volta era “lo zio di Tricky” (ma il trip-hopper si incazzò per questa trovata pubblicitaria). Poi azzeccò una canzone, “Dice” (con Beth Orton), che ebbe successo grazie all’inclusione in una scena topica di “The O.C.” – e che generò una memorabile parodia in “Chuck”. Poi è scomparso. Da talmente tanto tempo che non ha neanche un sito, ora. Però ha pubblicato un disco nuovo e non è niente male. Pop un po’ elettronico, un po’ reggae. L’ho inserito come scusa per poter postare i due video, quello di “The O.C”. e soprattutto la parodia di “Chuck”…

Commenti disabilitati su #NowListening (8)

Filed under Nuova musica

#NowListening (7)

Rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

(Il titolo è un link a spotify per ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia)

Ray Stinnett – A fire somewhere

La Light In The Attic è un’etichetta inglese un po’ fighetta ma molto brava nel ripescare musica dimenticata: quella di Rodriguez o quella di quello strano caso che è la compilation “Country funk”. “A fire somewhere”, dicono, è un gioiello che doveva uscire alla fine nel ’71. Ma la A&M lo mise da parte. Ray Stinnett è  un frichettone che arriva della scena di Haight & Ahsbury, uno di quei modelli a cui si ispirano i vari Jonathan Wilson. Forse non è il tesoro dimenticato che ci raccontano, ma comunque un gran bel disco di musica psichedelica.

Jonathan Wilson – Pity Trials and tomorrow’s child

A proposito di Wilson, è uscito anche in digitale un 12″ pubblicato qualche mese fa per il record store day. Tre cover, tra cui una spettacolare versione di “Isn’t it a pity” di George Harrison (già pubblicata anche su un CD di Mojo).  Vedo che questa canzone la stanno riprendendo in molti (anche i My Morning Jacket, recentemente). Questa è la versione migliore.

My Morning Jacket – “It makes no difference”

Un altro EP per il Record Store Day, pubblicato per il Black Friday (il giorno dopo il Ringraziamento gli americani si danno allo shopping selvaggio scontato): i MMJ rendono omaggio a Levon Helm con una spettacolare cover della Band: l’avevano già incisa ai tempi di “I’m not there”, ma qua è dal vivo, con gli Alabama Shakes, assieme ad una versione altrettanto spettacolare di “Honest Man”.

Ferndando Saunders – Happiness

Lui è il bassista di Lou Reed, quello che ha sempre la banadana ai concerti. Ha fatto un disco niente male, pop-soul suonato come dio comanda, con ospiti. Lou Reed – che canta in “Jesus” , coprodotta dall’italiano Giovanni Pollastri, Suzanne Vega. Brutta copertina, posso dirlo? Ma gran bel disco.

Sacri Cuori – Rosario

Antonio Gramentieri,  Christian Ravaglioli e Francesco Giampaoli sono italianissimi. Ma incidono per la Decor (Mark Eitzel, Richmond Fontaine). E nei loro dischi c’è gente come John Convertino (Calexico), Isobel Cambpbell, David Hidalgo (Los Lobos), Marc Ribot. Un disco prevalentemente strumentale, atmosferico e desertico, spaghetti western music di grande fascino,

Commenti disabilitati su #NowListening (7)

Filed under Nuova musica