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La regola degli Ac/Dc: le vendite iniziali di un album sono un referendum sul lavoro precedente?

Qualche tempo fa, leggendo di Lady Gaga, un giornalista di Pitchfork ha ri-tirato fuori la “Regola degli Ac/Dc”: spiegava  il successo di “Born this way” e il  presunto (ma mica tanto) flop di “ARTPOP”. In sostanza le prime settimane di vendita soffrono o beneficiano prepotentemente della percezione dell’album precedente. Così “Born this way” era esploso subito grazie a “The fame” (che ci aveva messo del tempo ad avere successo:  “We were slow to pick up on this last time, but we won’t make that mistake again”, in sostanza). E “ARTOP” aveva floppato anche per colpa di “Born this way” che aveva deluso le aspettative.

La Regola degli Ac/Dc era stata teorizzata da Chris Molanphy sul blog della National Public Radio ed è stata definita tale in onore  For Those About to Rock We Salute You, non il disco migliore della band australiana ma il loro primo numero 1  grazie a “Back in black”, il loro disco più amato, un un long seller  però mai arrivato in cima: “A three-star follow-up to a five-star classic”. Molanphy la applicava al successo di “The 20/20 experience” di Justin Timberlake.

L’ipotesi è sicuramente suggestiva – ma vale anche da noi? Così al Master in Comunicazione Musicale ci siamo messi a ragionarci su: i miei studenti hanno preso 9 artisti mainstream e hanno analizzato le performance dei loro ultimi 2 dischi all’uscita. Va detto che da noi la cosa è più complicata da verificare: in Italia non esisteono dati pubblici paragonabili a quelli di Soundscan. Nelle classifiche di vendita italiane sono dichiarate le posizioni, non le cifre. Sono dichiarate le certificazioni, quindi il superamento di una certa soglia di vendite, ma anche in questo caso non i dati precisi di vendita dei singoli album.

Quindi, in questa analisi, sono state analizzate le posizioni ottenute nelle classifiche italiane nelle prime quattro settimane dall’uscita di un disco.

In queste tre immagini sono riassunti a mo’ di infografica i dati essenziali di quello che è venuto fuori dall’analisi e dal lavoro certosino fatto dai ragazzi del Master Musica: la “Ac/Dc rule” è una bella ipotesi, ma non una teoria universale. Anzi, una teoria non applicabile nella maggior parte dei casi, anche in quelli di artisti che al 1° disco sono cresciuti lentamente e avrebbero dovuto capitalizzare dopo. Molti dischi si comportano indipendentemente dai risultati del lavoro precedente (per la credibilità dell’artista, soprattutto).  In fondo ci sono tutte le slide frutto del lavoro di analisi, con tutti i dati dettagliati a disposizione dei singoli artisti.

In sostanza – le conclusioni dei miei studenti (i loro nomi sono in fondo al post) sono:

  • per artisti con una lunga carriera alle spalle le vendite non subiscono necessariamente l’effetto traino dell’album precedente, questo grazie allo zoccolo duro formato dalla loro fanbase;
  • per un artista emergente o con una carriera breve alle spalle, il successo di un album può condizionare le vendite dell’album successivo anche non confermando la regola in quanto il secondo album vende di più;
  • la regola viene confermata da artisti abbastanza affermati che nonostante il successo del primo album non riescono ad eguagliare le vendite.

 

Ac:dc_Rule_1 Ac:dc_Rule_2 Ac:dc_Rule_3

 

Il lavoro di analisi è stato fatto da: Elisa Andreotti, Gabriele Aprile. Francesca Arruzzo, Elena Bartolini, Lorenzo Berard,i Michael Bertelli, Chiara Borloni, Valeria Branca, Francesco Brianti. Debora Cinganelli, Chiara Colasanti, Chiara Crispino, Dario Cunsolo, Alice Maria Degortes, Fernando Di Cristofaro, Mattia Galbiati, Francesca Ginelli, Gabriella Gnoni, Anna Landini, Aldo Macchi, Annaclara Maffucci, Alessia Marcandalli, Valentina Marcandelli, Ilaria Murruzzu, Laura Maria Ritagliati, Alberto Paolo Rossi, Matteo Antonio Staffa.

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Lightining Bolt

(Da Rockol)

Pearl Jam_Bolt

(Premessa: questa recensione inizia con un preambolo sui Pearl Jam e sulla strana attesa di questo disco sui social. Se non ve ne frega una mazza – più che legittimo – e volete sapere com’è il disco, fate il salto alla prossima parentesi. Se volete, addirittura, andate alla fine, dove ne parliamo canzone per canzone.)

Ci sono poche band “universali” come i Pearl Jam. Credibilità enorme, difficilmente ne sentirete parlare male apertamente. Una cosa rara, in un periodo in cui la musica è sempre più fatta di tribù e tifoserie schierate una contro l’altra: oggi non basta dire che non ti piace, ma è necessario esprimere a voce alta lo schifo.
“Lighting bolt” arriva a 4 anni da “Backspacer”. Dire che è uno degli album rock più attesi dell’autunno è poco. Basta vedere quanto se n’è parlato in quel luogo del racconto della musica che è la conversazione sui social network. E lì si manifestano solitamente cinque figure, ad ogni uscita importante:
1)Il fan: quello a cui piace tutto, basta che sia riconoscibile
2)L’appassionato fiducioso
3)L’appassionato ma scettico/deluso (quello che ascolta il primo singolo e ha da ridire, con diverse gradazioni)
4)L’hater (“haters gonna hate”…)
5)Il convertito (quello che prima facevano schifo, ora…)
La mia cerchia di amici è fatta di addetti ai lavori, appassionati e fan dei Pearl Jam (disclaimer: io faccio parte di tutte e tre le categorie, senza soluzione di continuità). E, per la prima volta, ho notato un forte scetticismo nei confronti della band. Nessun hater – i PJ ne hanni ben pochi, mi pare. Tanti fan, molti entusiasti come sempre. Ma altrettanti che, da appassionati, hanno detto non senza amarezza che “Mind your manners” e “Sirens” facevano cagare (senza giri di parole).

Sono andato ad ascoltare questo disco con quelle conversazioni nelle orecchie e pensando che di “Backspacer”, alla fine, mi era rimasto addosso ben poco, quattro anni dopo. Ci sono ancora, i nostri? Hanno stufato? O sono una band in quella fase da “grande esperienza, grande mestiere, pochi guizzi?”

La mia idea era che quelle due canzoni erano buone cose “alla Pearl Jam”, nulla di più, nulla di meno: un bel punkettone (ma già sentito: “Spin the black circle” etc) la prima e una classica ballata/mid tempo la seconda. Entrambe sostenute dall’interpretazione di Vedder (buona nella prima, magnifica nella seconda). Ma un disco tutto così avrebbe dato ragione ai delusi.

(Qua inizia la parte dove si parla del disco. Benvenuti se avete saltato la parte precedente. Grazie per la pazienza, se avete retto il preambolo)

“Lightning bolt” non è il disco che ci si può aspettare dai Pearl Jam: “Mind your manners” e “Sirens” non sono così rappresentative della varietà dell’album. Che, per certi versi, è sorprendente.

Bisogna dar atto ai Pearl Jam, che dopo un paio di dischi tutto sommato “nella norma” hanno provato a spostare le carte in tavola, uscendo un po’ dai loro canoni. Un bel po’.

Certo, quel “canone” è ben rappresentato: la title track è un esempio di rock “alla Pearl Jam”, scritto, cantato, suonato benissimo. L’attacco di “Getaway” è un altro rock dritto, con gran tiro e grandi suoni, ma molto, molto già sentito. Ma già da “Father’s son” le cose cambiano. E cambiano in buona parte del disco – con il quasi funk-rock di “Infallible”, il bluesaccio (post)moderno di “Let the records play”, i suoni rarefatti di “Pendulum”. E’ un disco dall’andamento poco lineare, per certi versi – sicuramente meno dei precedenti.
Ora, in tutto questo è chiaro un dato: i Pearl Jam, hanno superato (da un bel po’ di tempo) l’apice della loro produzione in studio. La cosa migliore che è uscita dalle loro parti, nell’ultimo decennio, peraltro, l’ha fatta Eddie Vedder: quel capolavoro della colonna sonora di “Into the wild”; echi se ne sentono anche qua, in diverse canzoni: “Sleeping by myself” – incisa in “Ukulele songs”, che anche con la band sembra una canzone solista del cantante. Così come le due ballate finali”, “Yellow moon” e “Future Days”.

Insomma, “Lightning Bolt” non è il disco che farà gridare al miracolo e non è paragonabile con gli album “classici” della band. Ma è comunque un signor disco.

A me ha ricordato “No line on the horizon” degli U2. Non perché i Pearl Jam provino a suonare come Bono & co (Dio ce ne scampi) – ma perché lì la band arrivava da uno dei dischi più dritti (e banali) della sua carriera, e aveva provato a cambiare suoni e struttura di una parte delle canzoni, pur rimanendo riconoscibile. “Lightning bolt” fa una cosa simile. Non è ai livelli di quel capolavoro spiazzante che fu “No code”, ma fa il suo lavoro con buonissimi risultati. Il tempo dirà se è un disco che rimane.

(Ecco, qua si va veramente nel dettaglio: una piccola descrizione canzone per canzone, di quelle che hanno senso solo per la curiosità, visto che questa recensione esce con due settimane buone di anticipo sull’album. Se avete retto fino a qua leggendo tutto fate parte davvero dei fan o degli appassionati “borderline”. Grazie.)

“Lightining bolt” – canzone per canzone.

“Getaway”: rock dritto dall’andamento tradizionale, scritto tutto da Vedder. Gran suono di chitarre – ricorda molte cose “classiche” della band – pure troppo – senza l’atteggiamento punk del singolo. Vedder parla di trovare un rifugio: “It’s ok/Sometimes you find yourself/Having to put all your faith/In no faith”.

“Mind your manners” : Questa già la conoscete. Un punkettone bello ma anche questo tutto sommato di maniera, un genere già frequentato spesso in passato dalla band, che non ha mai fatto mistero dell’amore per band com X, Dead Kennedys, Bad Religion.

“My father’s son” : Uno strano rock, dall’andamento quasi altalenante, o dominato dal giro di basso di Ament – che infatti ha scritto la musica. Non sembrerebbero i PJ – ed è un gran bene – se non per la voce di Vedder. Che racconta una storia di rapporti complicati con i genitori, dalla cui eredità bisogna liberarsi (“From the moment I fail/I call on DNA/Why such betrayal? /I gotta set sail”).

“Sirens” : anche questa la conoscete. Ho letto di gente che la ama alla follia e gente che la trova noiosa, paragonandola ai Nickelback (non scherziamo, dai). Un pezzo basato sulla 12 corde acustica e soprattutto sull’interpretazione da urlo di Vedder. Senza di lui…

“Lightning Bolt” Scritto tutto da Vedder – parte come un mid tempo, che ricorda molte cose già storiche della band: il giro di chitarra iniziale sembra un po’ “Wish list”, ma più veloce; poi la canzone accelera, e parecchio, nel ritornello, che è rock puro; gran brano, anche se questo forse un po’ di maniera – la prima “title track” della storia del gruppo.

“Infallible” : Altro pezzo dall’andamento strano, quasi sincopato, scritto a tre mani da Vedder con Gossard e Ament, con una bella apertura nel ritornello. C’è addirittura il Tenori-on usato come sequencer da Brendan O’ Brien – ma quasi non si sente. Vedder canta della presunzione umana: “By thinking we’re infallible/We are tempting fate instead”

”Pendulum” Altra canzone scritta a tre mani da Vedder/Gossard/Ament: una ballata dal suono, rarefatto, stratificato, con strumenti quasi lontani. Anche la voce di Vedder, si allontana nell’acuto: canta della condizione umana, questa volta delle sue continue oscillazioni, come un pendolo, appunto: “Easy come and easy go/Easy left me a long time ago”

“Swallowed whole” : rock elettro-acustico, ricorda un po’ alcuni momenti del disco precedente, un power-pop quasi remmiano, con la 12 corde elettrica che si inserisce sull’acustica, mentre Vedder canta del sentirsi parte di qualcosa di più grande, la natura.

“Let the records play” rock blues con chitarre distorte tra Neil Young e i Black Keys. Anche qua, andamento e suoni che non ti aspetti dai PJ. Dio fa il DJ? “When the Kingdom comes/He puts his records on/And with his blistered thumb hits play”.

“Sleeping by myself”: trasformata in un folk rock, con chitarre acustiche – suona più piena (e migliore) di quella su “Ukulele” songs” del solo Vedder. L’ukulele rispunta alla fine, però.

“Yellow moon” Una ballata abbastanza tradizionale, basata su una chitarra acustica su cui arriva l’elettrica – la band gioca sul sicuro.

“Future Days” Altra ballata, che parte con il piano – poi entra una chitarra arpeggiata, dopo addirittura un violino. Una canzone d’amore, il rapporto a due come redenzione, in un brano che sembra arrivare dritto dalla produzione solista di Eddie Vedder, potrebbe stare su un suo disco.

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Buona Maniere

Insomma, da oggi è in rete “Mind your manners”, il nuovo singolo dei Pearl Jam: una bella fucilata rock, come solo loro sanno fare.

L’album, “Lighting bolt”, esce il 15/19.

Ecco, tutto bene. Però non facciamo scherzi: adesso dovete venire a suonare in Italia.

 

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#NowListening (12)


La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti torna dopo una giustificata assenza.

La solfa è la solita: musica alternativa oltre a quella di cui parlo di solito qua. E ce n’è tanta, di roba buona in giro in questo periodo…

Josh Ritter – “The beast in its tracks”

Su NPR c’è in streaming il disco intero di Josh Ritter, che esce il 5 marzo. Per me è il miglior cantautore classico di questa generazione e un primo ascolto lo conferma. “Joy to you baby” (scritta dopo il divorzio, cercando di venire a patti con la separazione) mi commuove.

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Mark Kozelek – Like Rats

Kozelek è inarrestabile, pubblica dischi a raffica, da solo o con i Sun Kil Moon. Ad Aprile esce un disco collaborazione con Album Leaf, poi c’è un “Live in Melbourne”. E questo “Like rats”, un disco di stralunate cover come solo lui sa fare. Io lo preferisco con la chitarra elettrica che con quella spanish guita con cui indugia da tempo. Ma la cover di “I got you babe” vale un ascolto. Qua ho fatto una playlist con le cover più strambe della sua carriera

10.000 Maniacs – Music from the motion picture

Sì, quei 10.000 Maniacs. Primo disco in 13 anni. Robert Buck, il chitarrista, è mancato nel 2000. Natalie Merchant fa la solista da 20 anni ma la la sua sostituta Mary Ramsey ha una voce (quasi) identica. Un tuffo nel passato: pop rock d’altri tempi.

Tyler Lyle – Expatriates

Altro cantautore classico, scoperto grazie a Fuel/Friends: Heater Browne, la titolare, ha un gran gusto nel pescare artisti di questo genere. Un Ep, ascoltabile e acquistabile su Bandcamp a 5$ che è un vero gioiello, e che non smetto di ascoltare. I 12 minuti di “Ithaca” sono una sorta di “Desolation row” contemporanea (hai detto niente).

Bobby Long – Wishbone

Ne avevo parlato tempo fa, dopo avere sentito il primo singolo “Devil moon”. Ora è uscito il disco (10$, sul sito), ed è anche meglio: ballate cantautorali su chitarre elettriche tese e affilate come coltelli. Gran disco, ne riparleremo con calma

E poi, in chiusura, se non l’avete ancora visto, una cosa di cui vado orgoglioso: la settimana scorsa è passato in redazione Glen Hansard e l’ho praticamente costretto a suonare “Wishlist” dei Pearl Jam.

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#NowListening (6 – official bootleg edition)

Rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

A questo giro parliamo di bootleg ufficiali dal vivo. Ce n’è per tutti i gusti, a partire dal progenitore della specie


Grateful Dead: Live/Dead

Nel novembre del ’69 usciva il primo disco dal vivo dei Dead. Poi Dio sa solo quanti ne hanno pubblicati, di live. Ma questo è uno dei live più belli della storia del rock, con quella fenomenale versione di “Dark star” che potete sentire  qua. E i Grateful Dead sono  i papà di tutti i bootleg ufficiali dal vivo, che ormai pubblicano con impressionante regolarità. Ma se non avete mai ascoltato questo, è da avere assolutamente.

Grateful Dead: “So glad you made it”

A tal proposito, ne è uscito uno nuovo, tratto dal tour del ’90 (verso fine carriera,  poco prima che morisse Jerry Garcia, ed uno dei migliori della band, a detta di chi la conosce bene). Questa è una versione ridotta di due CD – sul sito dei Dead c’è un mega box di 18 CD. Ma già questa versione è ottima e abbondante.

Pearl Jam: “Instant Classic: Missoula”

Il problema con i bootleg ufficiali è che non sai mai quale scegliere. Così è ottima l’idea dei Pearl Jam di aprire una linea di concerti memorabili, “Instant classic”, li hanno chiamati. Il primo volume della serie è davvero un classico. Ne ho sentiti tanti, di bootleg ufficiali (in fin dei conti sono loro che hanno fatto partire la mania con la pubblicazione di ogni concerto del 2000). E questo è uno dei 4-5 migliori.. Suona fantastico, scaletta ottima, band in palla. Imperdibile. Costa 5 dollari…

Rolling Stones: “Roundhay Park (Live, 1982)”

Anche gli Stones hanno una linea di bootleg ufficiali: li ho riscoperti in questi giorni, complice il debutto italiano di Google Music, dove si possono acquistare più semplicemente che sul sito della band, scegliendo canzoni alla carta. Tranne questo del 1982 che è in esclusiva il negozio di musica digitale di Google e va acquistato per intero (8 euro). Ce n’è da tutti i periodi (anni ’70, ’80, ’90 e zero) e di tutti i gusti (concerti negli stadi e nei club). Il mio preferito è “Brussel Affair ’73” con una strepitosa versione di “You can’t always get what you want” da 11 minuti.

Rolling Stones – “Live at the Tokyo Dome”

I veri eredi dei Grateful Dead sono Chris Robinson e compagni. Il primo disco post Black Crowes, “Big moon ritual” era un gioiello. “The magic door”, il secondo volume uscito a settembre, molto meno. Ma ci si può rifare con i bootleg ufficiali, zeppi di jam, cover, ospiti (Phil Lesh che suona in “Bertha”, guarda caso). Tutti comprabili alla carta.

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