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15 album del 2015 (la playlist di fine anno, pt. 2)

2015 is the new 1989

2015 is the new 1989

C’è un attimo, in molti dei dischi migliori di quest’anno. E’ un attimo in cui la chitarra elettrica suona piena e pulita, riconoscibile ma diversa da qualsiasi cosa tu abbia già sentito. Quando ascolto musica, cerco quel suono – attimi che rileggano la storia della musica pop e rock in modi nuovi e inaspettati.

Quell’attimo, quel suono che è contemporaneamente classico e nuovo, nel 2015 l’ho trovato nel mood inquietante, pieno e melodico dei Low, nelle cavalcate dei My Morning Jacket, nei Wilco di “Star wars” che a tratti sembrano una garage band. Oppure nell’operazione retromaniaca e geniale di Ryan Adams sul repertorio di Taylor Swift. In chiave elettronica, nei New Order, in versione black, nell’album degli Alabama Shakes e degli Algiers. Suoni e canzoni più legate al passato, ma non meno belle, stanno nei dischi di De Gregori che rilegge Dylan e o di Ranieri e Pagani che vira in jazz la canzone napoletana. In altri casi sono strumenti che non hanno a vedere con le chitarre, ma suonano bene e basta (come Malika Ayane e Andrea Nardinocchi).

Insomma: il 2015 ha suonato bene, per me. E questa è una lista personalissima degli album che suonavano meglio, e che ho ascoltato di più. C’è pure una playlist su Spotify, in fondo. E c’è un sacco di altra roba buona che ho lasciato fuori (Iacampo, Sleater-Kinney, Editors, Natalie Merchant, Any Other, Kurt Vile, Glen Hansard), che in parte ho recuperato in un altro playlistone, quello con le mie 50 canzoni da riscoprire)

Ecco i miei dischi dell’anno, in ordine sparso, ma non troppo. Se proprio qualcuno avesse l’insopprimibile voglia di saperne di più, cliccando sulle copertine si va su recensioni e interviste.

Low – One & Sixes. Sono un’istituzione del rock americano, ma a questo giro si sono superati. Un disco dal suono strepitoso, con chitarre elettriche atmosferiche ma che ti arrivano dritte in faccia e si uniscono alle melodie uniche delle due voci. Una goduria sonora.

 

My Morning Jacket, “The waterfall”. Continuano a suonare solo come se stessi, con canzoni fuori dagli schemi, e ogni volta sono meglio della precedente. Rock unico. Quand’è che qualcuno li porta in Italia a suonare?

 

Ryan Adams, “1989”. Fantastico nell’idea; filologico e stupendo nell’esecuzione: le canzoni di Taylor Swift riarrangiate in chiave rock anni ’80, tra Smiths e Springsteen. Suona bene a prescindere dagli originali: uno dei migliori dischi di classic rock dell’anno.

 

Wilco, “Star wars” I dischi a sorpresa non sorprendono più. Ma al di là del metodo di distribuzione, i Wilco hanno confezionato un gran album rock, giocando con i suoni e con melodie come solo loro sanno fare.

 

Alabama Shakes, “Sound & color”. E’ in testa a tutte le classifiche di fine anno del 2015, e a ragione: un sound unico, tra tradizione e contemporaneità, una grande voce, grandi canzoni. Imperdibile.

 

Francesco De Gregori, “De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto”. Sulla carta, un possibile disastro, toccare l’intoccabile. In realtà, un gioiello: il maestro rispetta il suo Maestro, con traduzioni fedeli, una scelta non banale di canzoni e un grande suono. Incontrarlo e parlare di Dylan con lui è stato uno dei miei highlight professionali dell’anno.

Massimo Ranieri – “Malia”.  Altro momento memorabile: la presentazione di questo album, con Pagani e Ranieri che fanno una lezione di storia della canzone napoletana – un lavoro gigantesco, che portano avanti da 15 anni. Qua però i due si sono superati, usando la chiave jazz e gente come Marcotulli e Rava.

 

Andrea Nardinocchi, “Supereroe” In Italia, a fare questo pop, c’è solo lui. Il secondo disco è uscito un po’ in sordina, rispetto all’esordio, ma mantiene le promesse e conferma la statura di Andrea. Prima o poi se ne accorgeranno in tanti.

 

Carmen Consoli, “L’abitudine di tornare”. Non è solo tornata dopo anni, è tornata anche a quel suono, a quel pop-rock che negli ultimi dischi aveva messo da parte a favore di una dimensione più acustica.   Ed è sempre unico il suo modo di raccontare storie.

 

Malika Ayane, “Naif”. Come al solito, dal Festival di Sanremo rimane poco o nulla, sulla media e lunga distanza. Di quello del 2015 mi sono rimaste la bella cover di “Se telefonando” di Nek, e i “Silenzi per cena” di Malika Ayane, e tutto il suo album: belle canzoni, con la notevole produzione dei Jazzanova, in equilibrio tra suoni tradizionali e moderni.

Dave Gahan & Soulsavers,“Angels & Ghosts”. Meglio di tutti gli ultimi dischi con i Depeche Mode: un suono cupo e nero, che a tratti mi ricorda Nick Cave.

 

New Order – Music Complete. Il primo disco in non so quanti anni, il primo in assoluto senza Peter Hook. E sono ancora i migliori a mischiare così rock, pop, dance ed elettronica

 

La ristampa dell’anno: Bruce Springsteen – The Ties That Bind – The river collection. Al di là dei miei noti fanatismi, perfetta per contenuto inedito (“Stray bullett” da sola vale tutto), materiali aggiuntivi (il documentario con Bruce in cucina, che racconta) e packaging. Vale ogni centesimo. Secondo posto personale per “The cutting edge”, dedicata al periodo ’65-’66 di Dylan: la versione da 18 CD è da veri maniaci.

 

il disco più sorprendente: Algiers. Trovare un album, una band dal suono suono completamente nuovo e originale: un’impresa, oggi. Un mix esplosivo di rock, black e chissà quante altre robe.

 

I dischi più “fuori” : “Circles around the sun” – Interludes for the Dead/ Kamasi Washington, “The epic”. Il primo sono 3 ore di musica strumentale, originariamente pensata come colonna sonora degli intervalli dei concerti dei Grateful Dead, bellissima e psichedelica. Il secondo è il sassofonista di fiducia di Kendrick Lamar, un jazzista che ha inciso un triplo album sulla scia di Coltrane con una band di 11 elementi ed orchestra. Debordante, godibile anche per i non jazzofili (forse soprattutto per loro). Ed epico come promette il titolo.


IL CONCERTO DELL’ANNO: U2, Innocence + Experience Tour, Torino, 4 settembre.
 Il tour migliore da 20 anni a questa parte degli U2, uno stupendo equilibro tra “effetto wow” delle scenografie e scelte musicali. L’inizio è puro rock, da brividi.

 

Delusione dell’anno: Blur, “The magic whip”. Puoi rimanere deluso da un disco che non ti aspetti?Si, se arriva da una band che ami e hai amato, anche se pensavi che ormai non avrebbero più inciso album. Del disco dei Blur, il primo dopo 12 anni, non mi è rimasto niente addosso. Stilando questa lista, non mi era neanche venuto in mente, e così su due piedi non mi ricordo neanche una canzone. E’ un problema mio, sicuramente, ma non solo: non lo vedo in nessuna lista di fine anno, e qualcosa vorrà dire….

Album/Artista più sopravvalutato dell’anno: Tame Impala. Lodi sperticate ovunque, per un disco che, mi sembra, va ovunque per non arrivare da nessuna parte. La dimostrazione di una tendenza degli ultimi anni: l’inversione di ruoli tra indie e pop.  L’indie come questo che cerca suoni (e visibilità) mainstream, mentre il pop cerca suoni (e credibilità) indie. I New Order giocano con questi suoni da più tempo, e ancora meglio (vedi sopra, “Music complete”).

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10 dischi, 30 canzoni, quisquilie e pinzillacchere: l’inevitabile classifica del 2014

“Chi dice che questo è stato un anno banale per la musica l’ha cercata nei posti sbagliati”. Non mi ricordo dove l’ho letta, forse su Twitter, ma sono d’accordo. Ad ogni dicembre sento dire “Ah, ma gli anni passati c’era di meglio..” . Quest’anno va di moda dire che il 2014 è stato un anno banale, mi pare di capire. Io, sfogliando nella mia libreria, vedo dischi e canzoni del 2014 che mi accompagneranno per un po’ di tempo.

2014Poi, certo, anche quest’anno è uscita tanta roba banale. Artisti che fanno nuovamente quello che han sempre fatto, solo un po’ meno bene. Artisti che ripubblicano. Artisti che assomigliano ad altri. Cose che succedono da sempre e succederanno anche nel 2015.

Per cui: nel 2014 si è continuato a dare più importanza alla forma che ai contenuti, più importanza ai metodi di distribuzione della musica che alla musica in sé (vedi il caso U2, il cui album a me è piaciuto, peraltro).
Ma i contenuti non mi sembrano malaccio, anzi. Così ecco l’inevitabile e personalissima classifica degli album, una playlist delle canzoni, più qualche premio a casaccio.

Cose che mi hanno sorpreso, quest’anno: certi ritorni, come quello stupendo di Neneh Cherry, prodotta da Four Tet, quello di Damien Rice. E poi gli Alt-J – meno sorprendenti degli esordi, ma li ho ascoltati di più al secondo album: il campionamento di Miley Cyrus in “Hunger of the pine” è una delle cose che mi sono piaciute di più del 2014.

Concerto dell’anno: la doppietta dei Pearl Jam, a Milano ma soprattutto a Trieste (anche se ho trovato una band diversa dall’ultima volta, un po’ invecchiata, forse, o più matura).

Momento dell’anno: Sentire Neil Young che fa “Cortez the killer” a Barolo (un concerto dalle condizioni proibitive, peraltro) e i Counting Crows che mi fanno “Round here” a Milano.

Boutade dell’anno: Neil Young e il suo disco vintage (ma anche  una Suora dalla voce esile che fa la cantante…)

Delusione dell’anno: Il disco dei Pixies. Inutile: era meglio se continuavano a far concerti di canzoni vecchie.

Film musicale dell’anno (forse del decennio): “20.000 days” on Earth di Nick Cave

 

I miei DISCHI DELL’ANNO, STRANIERI

1. Neneh Cherry, “Blank project”
2. The Delines, “Colfax”
3. Damien Rice, “My favourite faded fantasy”
4. Alt-J, “This all yours”
5. Against Me!, “Transgender dysphoria blues”

 

I miei DISCHI DELL’ANNO, ITALIANI

1. Cesare Cremonini – “Logico”
2. Pan Del Diavolo – “Folkrockaboom”
3. Zibba, “Senza pensare all’estate”
4. Ghemon, “Orchidee”
5. Fabi, Silvestri, Gazzè, “Il padrone della festa”

 

Le mie 30 CANZONI DELL’ANNO, in due agili playlist, su Deezer e Spotify

 

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Cose che ho imparato leggendo le classifiche di fine anno (ovvero il listone dei listoni del 2013)

Ad un certo punto ho perso il conto. Ne ho lette a decine. Mi sono sempre piaciute le classifiche di fine anno, ma questa volta mi sono messo di buzzo buono e  ho spulciato in maniera (quasi) sistematica tutte quelle che sono riuscito a trovare in rete.

Patologico, nevvero?

Così, dopo avere fatto i miei listoni personali, dopo avere coordinato il referendum di Rockol, ho fatto un listone dei listoni. Ho scelto  le mie classifiche musicali preferite tra quello che ho letto e le ho classificate: la più bella, la più classica, la più eclettica, e così via. Una sorta di personalissima metaclassifica delle classifiche (redazionali).

Leggendo tutte queste classifiche ho imparato che:

  • La classifica di fine anno non è solo un dovere per le testate musicali, è un diritto inalienabile di chiunque ascolti/scriva/scribacchi di musica (siamo un paese di allenatori della nazionale di calcio e critici musicali, dico sempre).
  • Lamentarsi delle troppe classifiche di fine anno è un diritto altrettanto inalienabile. Anzi, per molti sembra diventato un dovere da esercitare a voce alta.
  • A spanne, il disco dell’anno è “Yeezus” di Kanye West, per acclamazione delle varie testate. C’è anche chi ha fatto i conti precisi, sommando i vari risultati. Il che ha generato effetti tragicomici  – secondo Metacritic  il voto più alto del 2013 lo ha ottenuto un album del ’77 (vedi  “le classifiche più matematiche”,  in basso).
  • La matematica è un’opinione, nelle classifiche di fine anno.
  • Nel 2013 c’è chi fa le liste di fine anno usando excel. Ma perché non un Power Point con 20 righe per slide?
  • “I soliti noti più un paio di botte di fighettismo per far scena”. (Luca DeGennaro sulla classifica di Billboard, su Twitter)
  • La frase di cui sopra è la regola aurea di ogni classifica.
  • I beneficiati del fighettismo per far scena non sono oscuri album indie. Anzi, la scelta più fighetta nel 2013 è spesso il pop.
  • Fighettismo estremo (1): mettere al numero 1 di una classifica importante un disco uscito una settimana prima della classifica stessa, (quasi) solo per poter fare “gne gne” a tutti gli altri che non han fatto in tempo a “classificarlo”.  (Beyoncé nella classifica di Billboard).
  • Fighettismo estremo (2): mettere solo 10° il disco a cui hai dato il secondo voto più alto durante l’anno: (“Reflektor” degli Arcade Fire su Pitchfork).
  • Il grande mistero dell’anno sono i Vampire Weekend. Non perché “Modern vampires of the city” non sia bello, anzi. Ma perché vederlo in cima a così tante classifiche… Boh. Mi sembra un’effetto a valanga (“L’han messo loro? Lo mettiamo anche noi!”) e continuo a pensare che sia il disco più sopravvalutato dell’anno, ma è evidentemente un problema mio.
  •  Pitchfork e Rolling Stone hanno lo stesso numero 1 (Vampire Weekend, appunto). Pitchfork ha un problema. E anche Rolling Stone.
  • C’è addirittura chi fa già le classifiche del 2014. Una lista di 100 dischi, mica 10. Indovina? Vince lo stesso artista che ha trionfato nel 2013. Kanye West ha vinto già la prima classifica dell’anno prossimo, quella di Stereogum.

Bando alle ciance – ecco le classifiche classificate secondo il mio personalissimo gusto – cliccando sull’immagine si va all’originale. In coda le classifiche individuali di amici/conoscenti/blogger/giornalisti/critici pescate in giro sui social (ma diverse persone di cui avrei voluto leggere le classifiche non le hanno fatte: pigrizia o fighettismo?).

 

emusicLA PIÙ BELLA: Emusic

(Numero 1: The Knife, “Shaking the habitual”; fighettismo: The Knife, “Shaking the habitual” al primo posto).

La più bella, non la migliore: una classifica interattiva (anche su bellissime app per iOS) fatta di dischi sfogliabili come mazzi di carte, con recensioni e preascolti. Una goduria per occhi e orecchie: peccato che in lista ci siano scelte tra l’assurdo e il fighetto estremo (Costello & i Roots al 98° posto… oltre al primo posto: Knife. Vabbé.). C’è stato un tempo in cui emusic era un ottimo servizio di musica digitale – grazie ad una sua classifica di fine anno scoprii uno dei miei album preferiti degli ultimi anni (“The ’59 sound” dei Gaslight Anthem). Ora è stato scavalcato dallo streaming, ma ciò nulla toglie alla bellezza (estetica e funzionale) di questa classifica.

 

LA PIÙ CLASSICA: MOJO 

(Numero 1: Bill Callahan, “Dream river”; fighettismo: la completa assenza di dischi pop).

Mojo è la bibbia del classic rock e la sua classifica rispecchia in pieno questo status. Al secondo e al terzo posto, Bowie e Daft Punk, per dire. E’ quella con cui la mia scelta personale ha più punti in comune, ma al di là di questo è forse la più equilibrata in circolazione, fatta salva la quasi totale assenza di pop (solo i Per Shop Boys che, beh, sono classic pop). Per dire, quella del rivale Uncut è molto, ma molto più noiosa. Sfogliare la classifica di Mojo sul numero di fine anno è una goduria, per appassionati del genere.

 

 LA PIÙ ECLETTICA: NPR MUSIC 

(Numero 1: nessuno, non sono in ordine; fighettismo: metter in lista “The Jazz Age” di Brian Ferry,)

La radio pubblica americana è una fonte inesauribile per chi ascolta musica, tutta la musica. Questa lista secondo me è la più bella che ci sia in circolazione: spazia dal classic rock al jazz, passando per l’hip-hop, il pop e tutto quello che sta in mezzo, con micro recensioni che ti fan venire voglia di ascoltare tutto. Non la metto al primo posto della classifica delle classifiche solo perché è una lista in ordine alfabetico.

 

   LA “INSTANT CHART”: BILLBOARD

(Numero 1: Beyoncé, “Beyoncé”; fighettismo estremo: Beyoncé al 1° posto)

Beyoncé ha fregato tutti, con la pubblicazione a sorpressa del disco. E tutti quelli che hanno fatto le classifiche di fine anno se ne sono fregati : di tutte quelle che ho letto, quella redazionale di Billboard è l’unica ad includere il disco, uscito il 13 dicembre. E l’han messo addirittura al primo posto.  Ecco,mettere al numero 1 di una classifica annuale un disco una settimana dopo la sua uscita – è proprio quella cosa lì: fighettismo estremo.

 

L’ANALISI PIU’ INTERESSANTE: GRANTLAND

A proposito di Beyoncé – Grantland ha fatto uno specialone sul 2013 dove la cosa più più interessante non è la (banale) classifica, ma questa analisi: il 2013 è The Year Music Failed to Blockbust – che, tradotto, significa: la fine del mega hype costruito per lanciare i dischi (Lady Gaga, anyone?): “The “Beyoncé model” will be the rage in 2014, since it seems to be a smashing success. Music will be falling out of the sky like formerly space-bound 30 Seconds to Mars singles. This will be the new delusion”. Tenete un ombrello a portata di mano. Anzi, forse è meglio un casco.

 

LA PIÙ DIVERTENTE: VICE UK

Non amo particolarmente lo stile di Vice, ma questa meta-classifica è da piegarsi in due. Due chicche:

36: Band trying to be the band Arcade Fire were trying to be four years ago.

35: Band trying to be the band Arcade Fire were trying to be eight years ago.

E così via. Amen.

 

LA PIÙ DIVERTENTE (ITALIA): SOLO MACELLO (tutta la verita’ sui dischi più di merda del 2013)

(Numero 1: Pearl Jam, “Lightining Bolt”):

Quando ho letto che i Pearl Jam avevano vinto il “Premio Tom Petty” (sottotitolo “menzione d’onore, stronzo d’oro, palma de cazzi, orso ricchione”) mi sono capottato dal ridere.

 

  LA PIÙ ECUMENICA

(Numero 1: Vampire Weekend, “Modern Vampires of the City”; fighettismo: il primo posto ai Vampire Weekend)

C”è tutto e il contrario di tutto: Kanye West, Paul McCartney, i Daft Punk, John Fogerty, gli Arctic Monkeys.. tutti a distanza di poche posizioni l’uno dall’altro. Ma, seriamente: i Vampire Weekend disco dell’anno per Rolling Stone? La sindrome dell’avere bucato il disco precedente, come commentava su Twitter Paolo Madeddu? O tentativo in extremis di Pitchforkizzazione?

 

LA PIÙ PREVEDIBILE:  NME

(Numero 1: Arctic Monkeys – ‘AM’; fighettismo: gli Strokes al 41° posto – credo sia l’unica classifica in cui il disco è entrato)

Per chi, come me, è cresciuto musicalmente negli anni ’80 e ’90, recuperare il numero di fine anno dell’NME era uno dei riti natalizi più belli: la stampa inglese, al tempo era la bibbia. Però già allora si capiva con largo anticipo chi sarebbe finito al primo posto, e oggi è ancora più facile. Infatti: “AM”, Arctic Monkeys. Perché mettere Kanye West o, peggio, gli Arcade Fire (14!) sarebbe stato troppo prevedibile. The thrill is gone, come diceva quel vecchio adagio blues.

 

PitchforkQUELLA CHE ERA MEGLIO UNA VOLTA:  PITCHFORK

(Numero 1: Vampire Weekend, “Modern Vampires of the City”. fighettsimo: gli Arcade Fire solo decimi)

Il dato più interessante è che Pitchfork e Rolling Stone hanno lo stesso numero 1 – il che dice molto sulla direzione di entrambi. Mi immagino i Pitchforkoni sotto la redazione brandendo “Reflektor” solo (decimo) e “Yeezus” (solo secondo), urlando “9.2!” e “9.5!”, incazzati perché non hanno vinto i loro beniamini. Prima di leggere questa classifica, comunque, passate da quella di ViceUK di cui si diceva sopra, e vedete l’effetto che fa…

 

LA PIÙ ISTITUZIONALE: MUSICA & DISCHI 

(Numero 1: Jonathan Wilson e Samuele Bersani; fighettismo: Imany miglior debutto internazionale).

Una classifica storica, compilata dalla testata storica dell’industria musicale italiana, con giornalisti musicali “storici” italiani. Con tutto il rispetto per Imany e per i miei colleghi, con tutta la roba buona che è uscita quest’anno, che sia quello il debutto dell’anno, ecco, ehm.

LA PIÙ OSCURA: ITUNES

(Scelta più improbabile: Imany tra i dischi pop italiani dell’anno)

 iTunes non pubblica solo le classifiche di vendita (su cui bisognerebbe fare un discorso a parte). Pubblica anche i dischi dell’anno, “le scelte della redazione”. Come queste vengano effettuate – non solo per il fine anno, ma anche per i dischi che vengono promossi con banner e iniziative nell’iTunes Music Store – è un po’ come la formula della Coca Cola: qualcuno pensa di saperla e poterla maneggiare, me nessuno ne conosce con precisione il metodo. Alla fine, sono scelte abbastanza banali, dai. Quella italiana, peraltro, è molto succinta rispetto a  quella americana.

 

LE PIÙ MATEMATICHE: METACRITIC, ALBUM OF THE YEAR, ACCLAIMED MUSIC

(Numero 1:Fleetwood Mac “Rumours [35th Anniversary Deluxe Edition]”. Non è una scelta, è una somma. Ma cosa c’è di più fighetto?)

Il disco del 2013 è uscito nel 1977. Quando la matematica non è un’opinione nelle classifiche succedono cose del genere: una ristampa che ha un punteggio di 99 su 100, il più alto dell’anno.  Ok, è di un capolavoro vero, “Rumours” e, OK, Metacritic è uno strumento utilissimo per capire l’aria che tira su un album, però… Selezionando tra i dischi usciti nel 2013, Metacritic dice che in realtà l’album con il voto più alto è “Sunbather” dei Deafheaven. 92. Sette punti in meno di “Rumours”, 8 in più di “Yeezus”. Ehm.

Sullo stesso genere c’è pure un sito, Albumoftheyear.org, che ricostruisce le classifiche in base ai voti dati durante l’anno. Così come anche il foglio Excel di Acclaimed Music, compilato sulla base dei risultati di oltree 70 testate . Sì, un foglio Excel. Meglio leggere il riassunto che ne fa Luca Castelli su La Stampa.

 

    LA PIÙ ILLEGGIBILE: GUARDIAN

Non per i risultati – abbastanza in linea, con Kanye West al numero 1, e qualche “botta di fighettismo” (cit.) all’8 e 5 con John Wizards e Kelela – ma per la forma. Sul sito non c’è un listone completo – bisogna leggerlo da altre parti, tipo su Brooklyn Vegan. Un peccato, perché il Guardian rimane uno dei migliori posti dove leggere di musica. Ma la forma con cui vengono presentate le classifiche è importante quanto la classifica in sé. Meglio allora tutti ciò che di contorno hanno fatto, tipo l ‘a-z del pop del 2013 in foto.

 

LA PIÙ FUTURISTICA: STEREOGUM

(Numero 1 del 2014: Kanye West. Sì, del 2014.)

Non bastassero le classifiche del 2013, ci sono già quelle del 2014. E Kanye West è in testa anche lì. I dischi più attesi del 2014 secondo Stereogum è un esercizio di critica preventiva talmente campata per aria da essere divertente, a suo modo….

 

 

LA PIÙ (INSERIRE AGGETTIVO A CASO): TOP TEN K-POP OF 2013 (Dazed)

Questa si commenta da sola. E non c’è neanche PSY.

 

CLASSIFICHE INDIVIDUALI DA LEGGERE

Internazionali

FuelFriends Blog

Sasha Frere-Jones sul New Yorker

I Best Bits di Simon Reynolds

26 Things That Defined Music In 2013 (Matthew Perpetua su BuzzFeed)

Ryan’s Smashing Life

Italiane

Le playlist  dei redattori e collaboratori di Rockol

Il disco Uau! secondo i redattori e collaboratori di Rolling Stone

30 dischi del 2013 di EmmeBi

Le 55 migliori canzoni pop del 2013  (PopTopoi)

Giovanni Ansaldo su Internazionale

Polaroid Blog

Quasi 2014 di Emiliano Colasanti (su Stereogram)

Kekkoz

Paolo Bogo su Facebook

LA CLASSIFICA DEL 2013, o qualcosa che ci va vicino (Disappunto su Bastonate)

Niccolò Vecchia su Facebook

Luca Villa (Pearljamonline.it) su Facebook

2013 (playlist di Giuseppe Marmina su Spotify)

Philip DiSalvo su Wired.it

Tredici buoni motivi per ricordare, almeno per un po’, il 2013 nel 2014 (John Vignola su Spotify).

La faccenda della musica nel 2013 (Paolo Madeddu)

Il meglio e il peggio del 2013 secondo Carlo Vergano (aka CrossoverBoy) e i redattori e collaboratori di OutTune.it

I 20 dischi più belli del 2013 secondo Alberto Storaro/Radio Musik

 

 

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Feel good songs – 2013

2013

Tempo di iniziare a fare i conti con questo anno, che di musica buona ne ha messa in giro tanta: così, per cominciare, ho fatto due playlist  con le canzoni che ho ascoltato di più, incrociando i dati di iTunes, Spotify e Deezer. Due, una su Deezer e una su Spotify, per essere ecumenici, e perché da una parte ci sono cose che non ci sono dall’altra.  Ne è venuta fuori una lista che non è delle migliori canzoni dell’anno in assoluto, ma una personalissima scelta di roba buona da (ri)scoprire.

 Cantautori che sono passati in secondo piano come Joy Ritter, Tyler Lyle, Widower, Justin Currie e John Murry. Chi invece ha avuto una buona visibilità e la ripaga con un perfetto esempio di california-rock (“Moses pain” di Jonathan Wilson), la title track dei Pearl Jam (credo sia l’unica canzone che ha messo tutti d’accordo, anche quelli che non sopportano il nuovo album), belle ristampe (R.E.M., Waterboys… ), dischi dal vivo (la sempre emozionante “Round here” dei Counting Crows), ka stupenda jam dei My Morning Jacket con gli Alabama Shakes su Fela Kuti e la ancora più bella jam  dei Grateful Dead su “Dark Star” (in “Sunshine Dayddream”, concerto del ’72 pubblicato ufficialmente quest’anno). E le schitarrare di Kurt Vile su “Wakin on a pretty day” – star male non ha mai suonato così bene, come dice Pitchfork della canzone…

E sì, secondo me la canzone dell’anno è “Higgs boson blues”: immensa, per suoni , tensioni, parole, interpretazione. Miley Cyrus citata prima che diventasse quella Miley Cyrus. Il Bosone di Higgs prima che prendesse il premio Nobel, e tutto il resto.

Buon Ascolto!

 

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Lo shuffle e l’intelligenza degli ascoltatori

Periodicamente, in questi anni digitali, salta fuori qualche nostalgico che dice: “si stava meglio quando si stava peggio”. La solfa è più o meno sempre la stessa: questa o quella cosa sta ammazzando la musica. Nulla a che vedere, almeno questa volta, con la  pirateria e il suo impatto sull’economia della musica. Questa volta si parla di musica e cultura.

Ad essere sotto accusa è lo shuffle, reo di diminuire il valore culturale della musica. C’è un lungo e a suo modo interessante articolo sul Seattle Weekly, a firma di John Roderick, che sostiene che la fruizione casuale dei lettori MP3 appiatisce il contesto culturale della musica:

The endless playlist has reduced every song to top-40 status, to an equal footing in a shuffle roulette. Songs that once stood for something are interspersed randomly with ones that didn’t, all just a skip button away from oblivion. I’m going to make an effort from now on to try to remember a little bit of the world each song came from

E’ un tema in cui ci si imbatte spesso, chiacchierando con i musicisti come Roderick. L’ultimo con cui mi è capitato di parlarne è Jovanotti, che ostiene che il suo ultimo disco “Ora” non è un album, ma una playlist da consumare come ci pare. Ma, in generale, solitamente questa tesi viene sostenuta con una connotazione negativa. Ovvero: a che servono le “tracklist” quando ci sono le “playlist”? Le playlist rovinano l’intentio autoris.

Però credo che una tesi come quella di Roderick – e in generale quella di chi accusa lo shuffle – , manchi di di prospettiva storica. La canzone è da sempre un oggetto fatto per essere consumato assieme ai suoi simili, che siano le altre tracce di un album, che siano le altre canzoni di un mixtape o quelle del flusso di una radio o la sequenza di un DJ set.

La funzione shuffle ha solo preso questa caratteristica del consumo e l’ha portata alle (estreme) conseguenze. Pensare che lo shuffle diminuisca il valore culturale della musica  significa sottovalutare l’intelligenza degli ascoltatori, e signifca negare una delle grandi conquiste del consumo digitale della musica.

La grande conquista non è la libertà di poter scaricare tutto come ci pare. La conquista è quella iniziata con il walkmen nei tempi analogici: la libertà di poterci portare la musica sempre con noi, e di poterla fruire quando e come ci pare, seguendo un’indicazione altrui (una tracklist, o una playist condivisa), mettendole in fila come pare a noi, o delegando il tutto alla scelta casuale di una macchina. Ma la prima scelta, quella della modalità, è sempre la nostra.

Nello scenario digitale, lo shuffle mi sembra sinceramente l’ultimo dei problemi.

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