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Lo shuffle e l’intelligenza degli ascoltatori

Periodicamente, in questi anni digitali, salta fuori qualche nostalgico che dice: “si stava meglio quando si stava peggio”. La solfa è più o meno sempre la stessa: questa o quella cosa sta ammazzando la musica. Nulla a che vedere, almeno questa volta, con la  pirateria e il suo impatto sull’economia della musica. Questa volta si parla di musica e cultura.

Ad essere sotto accusa è lo shuffle, reo di diminuire il valore culturale della musica. C’è un lungo e a suo modo interessante articolo sul Seattle Weekly, a firma di John Roderick, che sostiene che la fruizione casuale dei lettori MP3 appiatisce il contesto culturale della musica:

The endless playlist has reduced every song to top-40 status, to an equal footing in a shuffle roulette. Songs that once stood for something are interspersed randomly with ones that didn’t, all just a skip button away from oblivion. I’m going to make an effort from now on to try to remember a little bit of the world each song came from

E’ un tema in cui ci si imbatte spesso, chiacchierando con i musicisti come Roderick. L’ultimo con cui mi è capitato di parlarne è Jovanotti, che ostiene che il suo ultimo disco “Ora” non è un album, ma una playlist da consumare come ci pare. Ma, in generale, solitamente questa tesi viene sostenuta con una connotazione negativa. Ovvero: a che servono le “tracklist” quando ci sono le “playlist”? Le playlist rovinano l’intentio autoris.

Però credo che una tesi come quella di Roderick – e in generale quella di chi accusa lo shuffle – , manchi di di prospettiva storica. La canzone è da sempre un oggetto fatto per essere consumato assieme ai suoi simili, che siano le altre tracce di un album, che siano le altre canzoni di un mixtape o quelle del flusso di una radio o la sequenza di un DJ set.

La funzione shuffle ha solo preso questa caratteristica del consumo e l’ha portata alle (estreme) conseguenze. Pensare che lo shuffle diminuisca il valore culturale della musica  significa sottovalutare l’intelligenza degli ascoltatori, e signifca negare una delle grandi conquiste del consumo digitale della musica.

La grande conquista non è la libertà di poter scaricare tutto come ci pare. La conquista è quella iniziata con il walkmen nei tempi analogici: la libertà di poterci portare la musica sempre con noi, e di poterla fruire quando e come ci pare, seguendo un’indicazione altrui (una tracklist, o una playist condivisa), mettendole in fila come pare a noi, o delegando il tutto alla scelta casuale di una macchina. Ma la prima scelta, quella della modalità, è sempre la nostra.

Nello scenario digitale, lo shuffle mi sembra sinceramente l’ultimo dei problemi.

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L’inevitabile playlist di fine anno – il meglio del 2010

Tempo di riassunti musicali, tempo di inevitabili playlist: massì, prestiamoci ancora una volta al gioco….

Qua c’è la mia classifica di fine anno per Rockol, qua sotto trovate la playlist con le canzoni più suonate dai miei vari ammeniccoli digitali. Il mio disco dell’anno è quello di Josh Ritter. Dalla classifica di Rockol ho lasciato fuori per qualche strano motivo “Infinite arms” dei Band Of Horses: se i numeri non mentono, “Laredo” è la canzone che ho ascoltato più volte quest’anno.

Schermata-2010-12-18-a-10.52.58-300x230In questa lista c’è quasi tutto quello che secondo me è uscito di buono quest’anno, tra canzoni, artisti e dischi. Riguardandola, mi viene da pensare che alla fine, il 2010 è stato un buon anno, per la musica almeno.


Alcune cose fuori lista da segnalare: Alexi Murdoch: Time without consequence è un disco del 2006 che ho scoperto di recente, ma che non riesco a smettere di ascoltare. Il nuovo disco di Joan As Police Woman, “Deep field”, che esce a gennaio, così come il nuovo Decemberists, “The king is dead”: “Down by the water” è la canzone più bella di questi ultimi mesi del 2010.

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La (mia) canzone del 2010

Tra un referendum e l’altro si inizia a tirare le somme di questo anno e anche di questo decennio: fatevi un giro su Dieci!, che abbiamo messo in piedi a Rockol con un po’ di amici, oppure se volete una cosa più esterofila guardate questa bella lista di Paste

Per il momento segnalo la mia canzone preferita dell’anno. Una di quelle canzoni da “something stays in place”, per dirla alla Billy Bragg, che ha tutto quello che dovrebbe avere una grande canzone: grande melodia, grande testo, interpretazione da brividi, e soprattutto qualcosa che ti emoziona, ti rimane adosso in momenti belli e meno belli.

E’ “Lantern”, di Josh Ritter, cantautore di cui ho già parlato parecchio altrove. E’ uscito EP con tre versioni della canzone, di cui due live davvero spettacolari. E’ uscito solo in Irlanda, dove Josh Ritter ha un gran seguito, ma lo si può ascoltare su SoundCloud.

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