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Indie-karaoke con gli Arcade Fire

Degli Arcade Fire si sta parlando molto, giustamente. Ma c’è una cosa di cui quasi nessuno ha parlato: se comprate “The suburbs” sul loro sito, ricevete anche una strana versione digitale fatta di  canzoni in file mp4, con “Syncronized artwork”.
Funziona così: se li riproducete su iTunes o su un iPod, iPhone etc, al posto della copertina statica, vedete una sequenza di immagini, che vi mostrano i testi e vanno a ritmo. Toccando sul titolo della canzone si apre il browser con link a siti i cui temi sono collegati alla canzone.

Il risultato è una via di mezzo tra un karaoke portatile e uno slideshow di powerpoint: un’idea semplice e originale, ma anche  un po’ kitsch. Figlia di quelle vocazioni “artistiche” tipiche di molte band che arrivano dall’indie.
Dopo il salto c’è un pezzettino di “Rococo”, per farvi capire come funziona il tutto, anche se più che youtube dovete immaginarvelo su un iPod, dove fa la sua bella figura.

Ah, già; poi c’è la questione che ha reso gli Arcade Fire uno dei gruppi più chiacchierati delle ultime settimane: sono andati al numero 1 delle classifiche americane e di mezzo mondo . “Arcade Fire hitting #1 is exactly like when Nirvana hit #1. Except underground music fans were happy for Nirvana”, ha notato su Twitter Chris Weingarten.

Vero,  molti indie snob non possono sopportare l’idea che una “loro” band sia in cima alle classifiche, vicina agli Avenged Sevenfold e a Lady Gaga.
Però il paragone con i Nirvana è un po’ azzardato. E’ successo in modo molto  più semplice: “The suburbs” è uscito in una settimana di calma assoluta, quella del 2 agosto. Ha venduto, in America, circa 156.000 copie nei primi sette giorni. Ottimo risultato. Ma di quelle copie 97.000 erano in digitale, molte delle quali grazie ad Amazon, che offriva il disco a 4 dollari.
Deprezzamento – e svalutazione – della musica? Sicuramente. Marketing intelligente della Merge, la loro etichetta? Certo.

Il trucco è vecchio come il mondo della discografia: fare tutto per mandare la band ai piani alti delle classifiche la prima settimana, per far sì che dopo se ne parli il più possibile.
Gli Arcade Fire -saranno pure indie, ma non sono mica scemi.

Ps: a scanso di equivoci, il disco è bello, e sono contento che siano andati in cima alle classifiche. Che non mi si dica che sono un indie snob, non potrei più guardarmi allo specchio…

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Celebrated Summer mixtape

Mixtape, playlist, consigli per l’ascolto o per gli acquisti. Chiamatela come volete: è semplicemente una lista di un po’ di buone canzoni da portarsi in vacanza: il titolo di ogni canzone è un linkato ad un video youtube per ascoltare/vedere.

Buona estate!

1. Prince, Little Red Corvette:

Per molti l’evento dell’estate è stato il concerto degli U2. Grande, per carità. Ma per me è stato  il concerto di Prince a Nizza. Una  canzone da riscoprire, nella versione lenta, come l’ha suonata in costa azzurra. Dopo il salto, c’è un fantastico video di quel concerto: 2 minuti di “Purple rain” (buttali via) e questa canzone per intero: spettacolare.

2. Prince & Tom Petty, While My Guitar Gently Weeps

Una chicca mai pubblicata ufficialmente, venne suonata qualche anno fa ad uno show TV come tributo allo scomparso George Harrison, assieme a Jeff Lynne (ELO) e al figlio Dhani. Guardatevi tutto il video, anche questo dopo il salto: Prince entra alla fine con la chitarra, e sembra quasi indispettito da Petty che ripete il refrain, così ogni volta alza il livello di spettacolarità dell’assolo per riprendersi la scena.

3. Husker Du, Makes No Sense At all

4. Replacements, Alex Chilton

Una delle letture consigliate per l’estate è “American Indie”, di Michael Azzerad (Arcana) un libro che racconta le storie delle band che hanno ridefinito il rock americano negli anni ’80; tra queste le due glorie di Minneapolis, che non è solo la città di Prince, ma quella di  Husker Du e Replacements.

5. Mark Kozelek, Celebrated Summer

Ecco una bella cover degli Husker Du, fatta da uno che solitamente prende le canzoni più improbabili e le snatura, le rende eteree: “Celebrated summer” la potete scaricare  anche da Take The Song And Run. Kozelek è da ascoltare a prescindere, nelle sue varie incarnazioni: Red House Painters, solista, Sun Kil Moon, di cui è appena uscito il nuovo album “Admiral fell promises”.

6. Marc Cohn, The Letter

Quest’anno se n’è andato proprio quell’Alex Chilton che cantavano i Replacements, padre del power-pop con i Big Star… “The Letter” è la sua canzone più famosa, incisa con i Box Tops, poi ripresa da Joe Cocker. Marc Cohn – quello di “Walking in Memphis” – la riprende in “Listening booth”, disco di cover appena uscito. Un po’ troppo soft-rock rispetto alle sue cose solite, ma ha sempre una gran voce e questa è una gran canzone.

7. Band Of Horses, Laredo

Poche palle, la canzone più bella degli ultimi mesi, tra Neil Young, R.E.M. e rock indipendente. I Pearl Jam hanno fatto bene a portarseli appresso in tour, ma stanno già camminando con le loro gambe, eccome.

8. My Morning Jacket, One Big Holiday

I Band Of Horses  ricordano molto anche i MMJ: ecco una loro canzone dal titolo a tema estivo, che sentiì per la prima volta in apertura di un concerto dei Pearl Jam, a Milano nel 2006: una delle performance live più intense a cui abbia assisitito negli ultimi anni. Da ascoltre nella versione live pubblicata su “Okonokos”.

9. Gaslight Anthem, The Queen of Lower Chelsea

L’anima tradizionalista del rock indipendente è un’altra band devastante dal vivo, IL rock americano in questo momento. Sono a Brescia il 18 agosto.

10. Arcade Fire, Suburban War

Il nuovo disco, “The suburbs”, non fa i fuochi d’artificio come “Neon bible”, ma è un disco comunque più maturo. Un altro gioiello della band che meglio unice l’epicità  del rock americano classico lo spirito “art” dell’indie contemporaneo.

11. National, Afraid Of Everyone

Assieme agli Arcade Fire, uno dei concerti più attesi rientro dalle vacanze: per i primi basta aspettare fino al 2 settembre, per i National bisogna attendere fino a novembre.

12. Tired Pony, Dead American Writers

Un gran bel disco, e non solo perché di mezzo c’è quella vecchia volpe di Peter Buck dei R.E.M….

13. The Coral, Roving Jewel

Se ne parla molto, di questo nuovo disco dei Coral, “Butterfly house”. Alla lunga lo trovo molto, troppo british, soprattutto nel cantanto. Siamo al limite del plagio dei Byrds, ma fatto bene…

14. Calexico, All Systems Red

Joey Burns e soci regalano un disco dal vivo in MP3. Cosa aspettate?

15. Los Lobos, Burn It Down

Trovate voi un gruppo che riesca a rimanere nella stessa formazione da 35 e passa anni e che produca ancora dischi del livello di “Tin can trust”, appena uscito.

16. Black Crowes, Wiser Time

Se ne vanno in pausa per un po’, ma prima regalano un gioiello, “Croweology” un doppio CD acustico con le loro miglior canzoni rivisitate. Qua ci sono 9 minuti di pura poesia

17. Ray LaMontagne, RepoMan

Ha in uscita un nuovo album, “God willin & the creek don’t rise”: un altro piccolo gioiello di folk rock, cantato con una voce calda come una giornata in campagna al sole.

18.John Mellencamp, Save some time to dream

In un impeto di luddismo, il nuovo disco “No better than this” lo ha inciso in vecchie stanze storiche e polverose con strumentazione d’annata. Suona polveroso, vecchio, ma cazzo se suona bene…

19. Tom Petty, Don’t Pull Me Over

Che ci si può fare se alcuni dei dischi migliori degli ultimi tempi sono stati incisi tra cantanti over 50-round 60? Vedi alla voce Tom Petty, che in “Mojo” trova il tempo di divertirsi pure con il reggae.

20. Sheryl Crow, Summer Day

A me Sheryl Crow sembra sempre indecisa tra il fare la Jennifer Lopez del rock e fare musica sul serio. Il nuovo disco è dedicato alla Stax Records e ha dei buoni momenti. Canzone estiva per chiudere, diciamo.

http://www.youtube.com/watch?v=xHfj_immLwA

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Intervista ai Gaslight Anthem: ‘Noi americani non sappiamo cosa sia l’America’

(Da Rockol) Se amate il rock americano, i Gaslight Anthem sono la band da ascoltare in questo momento. Se vi piacciono le chitarre, e se vi piace sentire raccontare storie sulle peripezie del sogno americano dovete ascoltare Brian Fallon. Rockol lo ha raggiunto al telefono a Philadelphia, per farsi raccontare il nuovo disco “American slang”, il terzo di questa band del New Jersey di cui si sta parlando molto oltremanica e oltreoceano, ancora poco da noi.

Se ne parla perché hanno prodotto un gran disco, meno sanguigno e spensierato del precedente “The ’59 sound”, ma anche più maturo. E se ne parla inevitabilmente perché Fallon ha avuto l’onore di vedere un suo duetto con Bruce Springsteen pubblicato nel recente DVD “London Calling”.

“Si, è vero: sembra che negli ultimi due anni non si sia mai smesso di parlare di noi, e ovviamente questo non ci fa che piacere”, ci racconta Fallon. “Sembra che tra un disco e l’altro non ci sia stata tregua. In realtà le canzoni di ‘The ’59 sound’ le avevo scritte molto tempo fa, quelle di ‘American slang’ sono venute fuori molto in fretta, lo scorso inverno, quando abbiamo terminato il tour e sono tornato a casa per un paio di mesi”.

Fallon, che ora si è trasferito dal New Jersey a New York, spiega che proprio l’aver scritto le canzoni in tempi recenti ha inevitabilmente trasformato i temi delle storie, che parlano sempre della ricerca del proprio posto nel mondo, ma ora dal punto di vista di qualcuno che è cresciuto e deve affrontare la vita reale: “ Ho usato il titolo ‘American Slang’ perché è un’espressione che si interroga su cosa sia l’ ‘American life’, la struttura sociale del nostro paese. C’è gente molto ricca e gente molto povera, e poi c’è ovviamente gente nel mezzo. Quella canzone, e in generale il disco, parla della ricerca di una collocazione, della ricerca di un posto tra le gente, in quella che qualcuno chiama la middle class”.

“American slang” è stato anche il primo singolo estratto dal disco, supportato da un bel videoclip che Rockol vi ha mostrato in anteprima poco tempo fa: “Anche con le immagini abbiamo cercato di mostrarare come vivere in America ti possa sopraffare, ti possa far sentire perso”, continua Brian. “Con tutto quello che ti succede attorno, hai sempre la sensazione che dovresti fare qualcosa di meglio, anche se non sai bene cosa dovresti fare di preciso. Ovviamente non è come a Hollywood o su Internet, dove tutti ti ripetono che in America puoi e devi diventare una star. Quando cresci, devi uscire là fuori e trovarti un lavoro vero, metter su famiglia, e spesso ti rendi conto che non hai una direzione. Per di più noi americani non abbiamo tradizioni a cui appigliarci: me ne rendo conto ogni conto che vengo in tour in Europa. Noi americani non sappiamo cosa sia l’America. Forse non abbiamo neanche un vero linguaggio, ma solo uno slang…”.

Dal punto di vista narrativo, Fallon ha fatto una scelta ben precisa, nell’ultimo album: evitare ogni citazione o riferimento ai suoi eroi musicali e non, che spuntavano copiosi tra le righe di “The ’59 sound”: “Le nuove canzoni parlano della ricerca della propria identità, e anche noi stiamo cercando la nostra…. In precedenza volevo semplicemente far capire alla gente da dove venivamo. Ora non credo ne avessimo più bisogno”.

Tra le citazioni preferite di Fallon nel disco precedente c’è l’artista a cui i Gaslight Anthem vengono paragonati più spesso. Proprio lui, l’uomo del New Jersey per eccellenza… “E’ strano vedere il proprio nome accostato così spesso a quello di qualcun altro. Voglio dire, ti può capitare di peggio di essere paragonato a Bruce Springsteen. Lui è un eroe, e non solo del New Jersey, che è la nostra terra. Lui è un grande, è una gran persona, è uno che non ha dato di matto nonostante il successo”, spiega ridendo Brian.

“Ma noi non abbiamo iniziato a suonare per emularlo. Abbiamo messo in piedi una band perché pensavamo che potevamo farlo da soli. Io ero l’unico della band a cui piaceva… Per di più, mentre incidevamo ‘American slang’ abbiamo ascoltato soprattutto rock inglese degli anni ’70, di quello che finalmente si era sganciato dal pop e dai Beatles, come gli Stones di quel periodo e i Clash. E, per dirla tutta, la mia band preferita sono i Pearl Jam, ma nessuno lo nota mai… Tutti continuano a dire: venite dal New Jersey, come Bruce Spingsteen… Ma il New Jersey è un posto terribile”.

Per vedere i Gaslight Anthem non ci sarà bisogno di andare così lontano, per altro: saranno in Italia il 18 agosto per suonare al Festival di Radio Onda D’Urto a Brescia.

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Fables of the reconstruction

(da Rockol)

Per lungo tempo, i R.E.M. hanno avuto la nomea di band che non sbaglia un disco. Una nomea interrotta solo negli ultimi tempi, soprattutto – e immeritatamente, se posso permettermi – con quell’ “Around the sun” che ha lasciato freddi molti fan.
Questa nomea, però, era in parte sbagliata: c’è un disco, nella loro carriera, che ha sempre diviso tutti, ed è quello che viene adesso ristampato, 25 anni dopo: “Fables of the reconstruction”. Il “difficile terzo album”, per usare una definizione abusata di Billy Bragg. Dopo due dischi fulminanti come “Murmur” e “Reckoning” (le cui ristampe sono uscite tra 2008 e 2009 in America, e vengono stampate finalmente in Italia dalla EMI in contemporanea a questa uscita), la band si trovò ad un bivio, e fece una scelta sbagliata: incidere il disco lontano da casa, a Londra. Alla consolle c’era Joe Boyd, storico produttore del folk inglese (di cui recentemente è uscita anche in Italia la biografia “Le biciclette bianche”, limitata però agli anni ’60). Il risultato fu una tensione interna che quasi portò il gruppo all’implosione, ed un sound meno diretto, più elaborato che agli inizi.
Riascoltato oggi, “Fables of the reconstruction” non è così tremendo come ogni tanto si legge in giro. Anzi, le canzoni sono notevoli, tanto che fanno parte del repertorio live della band a distanza di decenni, da “Driver 8” a “Feeling gravitys pull” (di cui esiste una bellissima versione sul recente “Live at the Olympia”). Certo, qualche caduta di tono c’è, come il simil-funky di “Can’t get there frome here”. Ma insomma.
E che le canzoni siano notevoli lo dimostra il secondo CD allegato alla ristampa, 14 demo incisi ad Athens prima di partire per Londra, materiale mai circolato neanche in forma di bootleg, e quindi completamente inedito. C’è un inedito, “Throw those trolls away”, un work in progress di quella che poi sarebbe diventata “I believe” su “Life’s reach pageant”, c’è “Hyena”, anch’essa ripresa sul disco successivo, c’è “Bandwagon”, pubblicata come b-side in altra versione. E ci sono tutte le canzoni del disco, suonate live in studio, private di tutti gli orpelli, secche, diritte, più vicine al sound dei primi due dischi.
Certo, parliamo di materiale che interesserà soprattutto ai fan. E molti faranno la legittima obiezione: i R.E.M. stanno pubblicando troppo materiale di recupero. Vero, anche se delle tre ristampe fin qui pubblicate, questa è quella che ha il materiale più succulento (le altre avevano due live dell’epoca). In generale, questa è una obiezione che si può fare a molte ristampe, pubblicate con aggiunte raccogliticce e per spennare i fan. A patto di prenderla per quella che è – la rivalutazione di un disco sottovalutato, indirizzata ai fan – questa ristampa fa il suo dovere, e lo fa bene.

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Playlist 2009 – i dischi

Se a qualcuno dovesse mai interessare, ecco i miei premi di fine anno.

Qua invece le  classifica tradizionale per Rockol.

Premio  “disco dell’anno” e premio “Ma perché non li ho mai ascoltati prima”Richmond Fontaine, “We used to think the freeway sounded like a river”

Premio “Disco del 2008 scoperto in ritardo“: Gaslight Anthem – “The ’59 sound”

Premio “Sparare sulla Croce Rossa” per il disco più brutto dell’anno: Chris Cornell, “Scream”

Premio “Disco più sopravvalutato dell’anno”: Animal Collective, “Merriweather post pavillion”

Premio “Delusione dell’anno”: Elvis Costello che torna a farsi produrre da T Bone Burnett dopo “King of america”, e ne esce un disco noiossimo, “Secret, profane & sugarcane”.

Premio “Buffonata dell’anno”: i Muse a “Quelli che il calcio”.

Premio Copertina più brutta dell’anno: Bruce Springsteen, “Working on a dream” – ma anche “Wilco (The album)” non scherza

Premio “Non se ne può più”: i supergruppi, quelli di Jack White in testa

Premio “Ritorno alle origini – finalmente” R.E.M. – “Live at the Olympia”

Premio “Rickenbacker” per il miglior suono di chitarre: Tom Petty & The Heartbreakers, “The live anthology”, ex-aequo con R.E.M. – “Live at the Olympia”

Premio “continuerò a parlarne, anche se non se li fila nessuno”BellX1, “Blue lights on the runaway” e Fredo Viola, “The turn”

Premio “Finalmente qualcuno inizia a filarseli”Swell Season, “Stricy joy”

Premio “non ne parlo neanche, tanto non se li filerà mai nessuno”Peter Holsapple & Chris Stamey, “hERE aND nOW”

Premio “Concerto prevedibilmente più bello dell’anno”Bruce Springsteen, Stadio Olimpico, Torino, 21 luglio

Premio “Quest’uomo è un genio”: Nels Cline, per il concerto dei Wilco a Milano, 14 novembre

Altri dischi per cui non sono riuscito ad inventarmi un premio, ma che ho ascoltato ed amato quest’anno:

Giorgio Canali – “Nostra signora della dinamite”; PGR – “Ultime notizie di cronaca”; Local Natives, “Gorilla manor”; Mumford & Sons – “Sigh no more”; Robbie Williams – “Reality killed the video star”; Allen Toussaint – “The bright Missisipi”, The xx, “XX”.

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