Tag Archives: Rolling Stones

Isolation

Da qualche tempo vanno di moda le tracce vocali isolate dei classiconi: ne trovate di tutti i generi, su YouTube: qua l’Huffington Post ne ha raccolte 36, qualche mese fa (e poi ne sono arrivate altre ancora)

Però questa traccia isolata le batte tutte. Non è vocale, ma che voce unica: signore e signori, l’assolo di chitarra di Keith Richards in “Simpathy for the devil”.

(Update: è sparito dalla rete. Ma c’è questo video della prova dell’assolo. Va bene lo stesso…)

E ora tutti a rileggersi per l’ennesima volta “Life”.

(via Andrea Valentini su Facebook)

 

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Like a rolling boss

(Non potevano scegliere una canzone migliore) Rolling Stones & Bruce Springsteen: Tumbling Dice – Live in Newark, 16/12/2012

(video ‘bootleg’; il concerto è in replica questa sera su Sky alle 21, al costo di 12 euri)

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by | 16 dicembre 2012 · 9:32 am

#NowListening (6 – official bootleg edition)

Rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

A questo giro parliamo di bootleg ufficiali dal vivo. Ce n’è per tutti i gusti, a partire dal progenitore della specie


Grateful Dead: Live/Dead

Nel novembre del ’69 usciva il primo disco dal vivo dei Dead. Poi Dio sa solo quanti ne hanno pubblicati, di live. Ma questo è uno dei live più belli della storia del rock, con quella fenomenale versione di “Dark star” che potete sentire  qua. E i Grateful Dead sono  i papà di tutti i bootleg ufficiali dal vivo, che ormai pubblicano con impressionante regolarità. Ma se non avete mai ascoltato questo, è da avere assolutamente.

Grateful Dead: “So glad you made it”

A tal proposito, ne è uscito uno nuovo, tratto dal tour del ’90 (verso fine carriera,  poco prima che morisse Jerry Garcia, ed uno dei migliori della band, a detta di chi la conosce bene). Questa è una versione ridotta di due CD – sul sito dei Dead c’è un mega box di 18 CD. Ma già questa versione è ottima e abbondante.

Pearl Jam: “Instant Classic: Missoula”

Il problema con i bootleg ufficiali è che non sai mai quale scegliere. Così è ottima l’idea dei Pearl Jam di aprire una linea di concerti memorabili, “Instant classic”, li hanno chiamati. Il primo volume della serie è davvero un classico. Ne ho sentiti tanti, di bootleg ufficiali (in fin dei conti sono loro che hanno fatto partire la mania con la pubblicazione di ogni concerto del 2000). E questo è uno dei 4-5 migliori.. Suona fantastico, scaletta ottima, band in palla. Imperdibile. Costa 5 dollari…

Rolling Stones: “Roundhay Park (Live, 1982)”

Anche gli Stones hanno una linea di bootleg ufficiali: li ho riscoperti in questi giorni, complice il debutto italiano di Google Music, dove si possono acquistare più semplicemente che sul sito della band, scegliendo canzoni alla carta. Tranne questo del 1982 che è in esclusiva il negozio di musica digitale di Google e va acquistato per intero (8 euro). Ce n’è da tutti i periodi (anni ’70, ’80, ’90 e zero) e di tutti i gusti (concerti negli stadi e nei club). Il mio preferito è “Brussel Affair ’73” con una strepitosa versione di “You can’t always get what you want” da 11 minuti.

Rolling Stones – “Live at the Tokyo Dome”

I veri eredi dei Grateful Dead sono Chris Robinson e compagni. Il primo disco post Black Crowes, “Big moon ritual” era un gioiello. “The magic door”, il secondo volume uscito a settembre, molto meno. Ma ci si può rifare con i bootleg ufficiali, zeppi di jam, cover, ospiti (Phil Lesh che suona in “Bertha”, guarda caso). Tutti comprabili alla carta.

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Lezioni di stile

Quando Keith Richards parte con un riff così, cosa puoi dirgli?

Signore e signori, il nuovo singolo degli Stones, “Gloom and doom”

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by | 11 ottobre 2012 · 8:46 am

Storiografia minima del rock: Ahmet Ertegun, New York ’73-’77, 1970

A memoria, sono anni che non vedo uscire storie ambiziose della musica contemporanea: il rock ed il pop sono fenomeni sempre più frammentati, sempre più difficili da riunire e in un unico volume. Meglio allora raccontare le singole storie, piuttosto che una grande narrazione onnicomprensiva.

Accanto alle care vecchie monografie/biografie di e sugli artisti, accanto alla saggistica che ha tentato di raccontare i cambiamenti della musica, negli ultimi anni hanno preso piede due filoni: raccontare le canzoni (l’infinita variazione sul tema della playlist)  o i singoli album. E, appunto, le storie minime del rock: non gli artisti, ma personaggi apparentemente laterali, periodi precisi, scene e filoni ristretti.

E’ un filone di racconto della musica interessantissimo: negli ultimi mesi ha prodotto diversi libri che vale la pena consigliare e soprattutto leggere. Libri che difficilmente verranno pubblicati in Italia, ma da recuperare comunque se si vuole leggere storie di rock ‘n’ roll raccontate come si deve, scritte attingendo a fonti di prima mano.

Il primo è “The Last Sultan”, di Robert Greenfield (si trova in digitale su iTunes Book Store e su Amazon, in inglese). L’ultimo sultano è Ahmet Ertegun: figlio di un diplomatico turco talmente potente da bloccare la produzione hollywoodiana di un film sul genocidio degli armeni. Ahmet crebbe assieme al fratello Neshui in un ambiente ultra-aristocratico, ma entrambi avevano una passione per la musica che li portò ad allontanarsi dalle proprie origini.  Ertegun – che conservò il suo lignaggio soprattutto nel modo di presentarsi, tanto da venire considerato uno degli uomini più eleganti d’America – divenne il fondatore e l’anima della Atlantic Records, etichetta che ha attraversato più di mezzo secolo di storia della musica, dal jazz e dal blues, al pop e al rock. La sua prima grande scoperta fu Ray Charles, negli anni ’70 mise sotto contratto i Rolling Stones e lanciò i Led Zeppelin. Ertegun era una rockstar di suo, un rappresentate perfetto del romanticismo dell’industria musicale degli esordi, basata più sul talento e sul fiuto che sull’imprenditorialità pura. Tanto per dire: è morto nel 2006 a seguito di una caduta nel backstage di un concerto degli Stones (che stavano registrando “Shine a light”, film diretto da Scorsese). E gli Zeppelin, in suo onore, si sono riuniti per il famoso e unico concerto del 2007. Greenfield racconta benissimo questa storia, con precisione maniacale delle fonti (interviste originali, rigorosamente citate in nota), ma mai senza appesantire il racconto, zeppo di imprendibili storie di rock ‘n’ roll.

Altro libro che è un vero e proprio concentrato di leggende è “Love goes to buildings on fire” di Will Hermes (sempre in inglese, si trova su Amazon). Il titolo è quello del primo singolo dei Talking Heads (“Love->Building on fire”), perché il libro racconta la New York del ’73-’77: un periodo e un luogo interessantissimo: ha visto nascere e crescere una generazione di icone, da Patti Smith a Bruce Springsteen, dai Television agli stessi Talking Heads, dal minimalismo di Philip Glass alla trasgressione di Lou Reed solista. Ma in quel luogo e in quel periodo si costruì soprattutto una reazione all’idealismo degli anni ’60, del flower power californiano che era terminato in una disillusione totale. A New York, in quegli anni, non ci fu solo il proto-punk, l’art rock a cui quel periodo (e lo storico CBGB’s) sono associati. Succedeva di tutto: dal jazz alla musica latina. Il libro è costruito in 5 macro capitoli, uno per ogni anno, che in realtà sono una serie di racconti intrecciati tra di loro, le storie dei personaggi dei luoghi, degli eventi.

Se poi si vuole capire come si è arrivati a quel periodo, un terzo libro è Fire and Rain, di David Browne (anche questo in inglese, e su Amazon) Una storia ancora più minima, quella di un solo anno, ma un anno cerniera tra due ere: il 1970, raccontato attraverso quattro dischi: “Let it be” dei Beatles, “Sweet baby James” di James Taylor, “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel e “Deja vu” di CSN&Y. Un consiglio complementare: qualche tempo fa è uscito un particolare “cover album” dedicato a canzoni di quell’anno. Lo ha inciso Marc Cohn (“Walking in Memphis”, ricordate?) e si intitola “Listening booth”.

Se dovessi consigliarne uno, e uno soltanto: “The last sultan”, il mio libro musicale del 2011.

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