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Retromania: perché alla musica manca un David Foster Wallace e ci accontentiamo degli Arcade Fire (e di Simon Reynolds)

(premessa: è un post lungo, probabilmente noioso, che un po’ discute di lana caprina, un po’ fa pseudo polemica, ma davvero pseudo. Per cui, a) potete leggere i primi paragrafi, fino alla pseudo-polemica sugli Arcade Fire b) siete ancora in tempo a fare un “back” per tornare alla pagina da cui siete venuti) (Alllora ci vediamo più avanti) (forse)

Perché noi amanti della musica siamo così ossessionati dalla celebrazione del passato? Perché la musica attuale sembra guardare più indietro che avanti?

C’è un bel libro che prova a dare un senso a tutto questo fiorire di musei, celebrazioni, cover version, cover album, box set, sample, mash-up e quant’altro. E’ un libro di cui si parla parecchio da qualche mese e sta per uscire anche in Italia per ISBN. Si intitola “Retromania”: lo ha scritto Simon Reynolds, stimato “critico” musicale inglese, autore di diversi stimati libri.

Il libro è una cavalcata di ricordi, elenchi e fenomeni legati al “retro”, evoluzione moderna della nostalgia. La nostalgia, ricorda Reynolds, nasce come sentimento spaziale (la mancanza di casa); il “retro” è una sua evoluzione, che però ha a che fare con il tempo, con gli artefatti di ere passate, che nel presente diventano dei feticci da riattualizzare.

La tesi di Reynolds è che il problema della musica dell’ultimo decennio è l’aver smesso di guardare avanti, l’essere conservatrice perché troppo orientata al celebrare la tradizione.
Colpa, secondo Reynolds, delle tecnologie del “tutto e subito”, dall’iPod a YouTube, che hanno appiattito il presente, azzerando le prospettiva di artisti e pubblico. Il “critico” lo dice da estremista della nostalgia, da teorico del “si stava meglio quando si stava peggio”, accusa la musica di essere di non essere più rivoluzionaria, ma reazionaria. Alla fine, però, il più reazionario è proprio Reynolds, che rimpiange i faticosi tempi della  accessibilità ridotta della musica (lo nota giustamente anche Matteo Bittanti nella  bella ed esaustiva analisi sul suo blog: qui e qui).

L’idea che mi sono fatto leggendo questo libro è che Reynolds ha fatto un bellissimo elenco di fenomeni, ma non ha centrato la questione. Il problema vero non è la tendenza “retro”, come sostiene Reynolds.
Il problema vero è che per la musica nessuno che ha fatto quello che un David Foster Wallace ha fatto per la letteratura: ovvero prendere generi preesistenti – il reportage, la satira, la narrativa nel suo caso – e reinventarli ad un livello talmente alto da renderli una cosa nuova.

Nella musica ci accontentiamo – si fa per dire – degli Arcade Fire. Che sono bravi, bravissimi. Ma sono una band che non (re)inventa nulla; giustappone musica derivata, e lo fa con grande carica e stile. La loro è una musica di frizione, più che di reinvenzione. A me piacciono, e molto; ma concettualmente non sono tanto diversi dai mash-up (che però citano direttamente le fonti).

Se gli Arcade Fire sono la band più importante di questa generazione (e probabilmente lo sono), significa che la musica attuale guarda sì al passato, ed è di ottimo livello. Però non ha ancora avuto un genio vero. Non ha un DFW, ma neanche un J.J. Abrams, che ha dato “Lost” alla televisione, per intenderci.
Ma questo non è un problema causato dalla nostra ossessione per il passato, come cerca di spiegarci Reynolds. Perché Abrams e DFW sono legatissimi al passato ed estremamente immersi nel presente. Però hanno una scintilla in più.

Paradossalmente, la scintilla geniale nella musica non è arrivata nei contenuti, ma nelle tecnologie, quelle che Reynolds aborre (che in un’anticipazione del libro uscita  su Wired italiano definisce “catostrofiche” e “tettoniche”).

Il fatto è che passiamo più tempo a discutere di come ci arriva la musica che ad ascoltarla, perché le nuove tecnologie della musica sono spesso più geniali della musica stessa.

(Ok, fine della pseudo-polemica; qua inizia la parte veramente pallosa. Forse è il momento di schiacciare quel tasto “back”)  (vi aiuto: qua c’è un link alla homepage di Rockol: ci trovate cose più interessanti e meno pallose) (non l’avete cliccato? buona fortuna, ci vediamo alla fine se siete sopravvissuti ad un po’ di cara vecchia teoria)

Tornando al saggio di Reynolds, è interessante, è da leggere. Ma ritengo che sia da prendere con le molle per la sua chiave interpretativa, figlia di pregiudizi antichi di certa “critica” ancorata al passato.
Ha un paio di seri, serissimi problemi. Uno è culturale, l’altro (forse ancora più grave) è di metodo. Per quello ho messo la parola “critico” tra virgolette: sono convinto che che uno dei problemi culturali del pop è che non sia stato in grado di sviluppare una critica vera, che abbia strumenti, metodo e autorevolezza. Il saggio di Reynolds ne è la dimostrazione.

Partiamo dalla questione culturale. Reynolds ce l’ha a morte con la “museificazione” del rock – tra le pagine più cattive ci sono quelle dedicate all’ “ascesa dei curatori” del rock. Reynolds ricorda che “museo” ha la stessa radice di “mausoleo”. Per fare un esempio, dice che, secondo lui, i box set assomigliano a delle bare che disseppelliscono musica che non avrebbe dovuto vedere la luce.

La ragione della museificazione del rock ha un’altra radice, secondo me. Reynolds la accenna ma non la approfondisce: la musica ha fatto molto più fatica ad avere riconoscimenti istituzionali rispetto ad altri settori della popular culture.

Quello che Reynolds fa finta di non vedere è che la musica usa il “retro” per affermare la propria identità, per ottenere un riconoscimento sociale più ampio. Auto-celebra una tradizione, laddove altri settori della cultura ritengono ancora il rock una questione di solo intrattenimento.
(Ok, la tradizione  è in contraddizione con i principi stessi rivoluzionari del rock delle origini – “hope I die before I get old”, etc etc. Ma che la rivoluzione permanente sia un’utopia impraticabile non lo scopriamo oggi. Bisogna crescere, anche rivendicando le proprie radici – ce lo insegnavano già i Clash con la stupenda copertina di di “London Calling” che citava Elvis Presley: quello è il momento in cui il Punk è cresciuto).

Il secondo problema del libro di Reynolds è quello più serio: il metodo. Reynolds è un bravissimo narratore, ha una scrittura fluida ed evocativa anche quando fa solo elenchi di fenomeni – per una buona parte del libro. E’ bravo ad interpretare i fenomeni, a trovare chiavi di lettura pescando in numi tutelari come Benjamin, Derrida, Attali, Barthes, (ma anche i più recenti Lanier e il controverso Nicholas Carr). Ma lo fa in maniera disordinata, senza citare direttamente le fonti, mai.

Ora: per essere rigorosi non bisogna necessariamente scrivere un saggio pallosamente accademico (ve lo dice uno che lo stile pallosamente accademico lo ha usato spesso, talvolta per scelta, talvolta inconsapevolmente).

Però, per dirla in modo oxfordiano, non si può citare definizioni importanti e dati, così, a cazzo, senza uno straccio di riferimento diretto. Non si può riportare virgolettati senza dire da dove arrivano, semplicemente cavandosela con “secondo tizio” o “dice caio”, come Reynolds fa in tutto il libro.
Mettere una bella bibliografia in fondo non basta, perché poi si finisce comunque per scrivere delle citazioni sbagliate nella fonte e nella sostanza (esmpio: la “remediation”, concetto citato in modo sbagliato, attribuito agli autori sbagliati).

Insomma, il metodo è (quasi) tutto.

O si è DFW – ancora lui: si è capaci di parlare di TV, cinema, navi da crociera, tennis, trigonometria e quant’altro con intuizioni talmente geniali ed originali che non hanno bisogno di sostegni esterni. O si è degli scrittori più o meno bravi, ma comunque normali. A diversi livelli, lo siamo tutti: giornalisti, critici, blogger, scrittori di tweet, status e commenti.  E tutti dovremmo avere l’umiltà di fare i nani sulle spalle dei giganti, citando a dovere quando peschiamo da idee altrui.

Insomma: questo è il saggio musicale più importante dell’anno. Ma non è necessariamente una bella notizia, perché è vecchio, più vecchio dei fenomeni che cerca di criticare. Ed ecco perché la “critica” musicale finisce spesso per rimanere tra virgolette: spesso ha ottime idee e intuizioni. Me le vende male, finendo per non essere mai davvero autorevole.
“Retromania” ti fa rimpiangere che Lester Bangs sia morto da troppi anni e che non sia mai arrivato un David Foster Wallace a scrivere di musica. Dobbiamo accontentarci di Simon Reynolds, e pazienza se siamo retrò.

(Bonus track: se siete arrivati fin qui, vi meritate un video di David Foster Wallace che legge un suo articolo sulla convention di Majorette. “They can do some serious twirling” è la frase che avrei voluto scrivere io)
(Già che ci sono e doverosamente: un ringraziamento a Paolo Madeddu, a cui ho rubato l’uso delle parentesi negli intermezzi di questo post)

http://www.youtube.com/watch?v=u8aDTrU4ffk


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