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Storia del rock a Bocconi: gli anni zero, il digitale, la retromania

L’ultimo post del corso di Storia Sociale della musica pop e rock tenuto in Bocconi. Qua i materiali dedicati alle ultime tre lezioni, sugli anni zero, al digitale e al rapporto tra musicisti, industria e media.

Qua le slide di tutto il corso.

Questi invece gli argomenti delle ultime lezioni

  • La musica e il sistema dei media
  • Il musicista e il suo staff
  • La musica diventa “democratica”? Produzione, diffusione e consumo
  • Il remix infinito
  • Napster e i suoi figliocci
  • Dal walkman all’iPod
  • Steve Jobs, l’ultima rockstar
  • Dalla tracklist alla playlist, dal possesso all’accesso, la musica “social”
  • Il musicista 2.0
  • I generi musicali degli anni zero

La playlist della musica di cui si è parlato nelle ultime lezioni

La playlist dei video visti a lezione

Infine, i testi di riferimento per questa ultima parte del corso.

  • Gianni Sibilla, Musica e media digitali (Bompiani)
  • Simon Reynolds, Retromania (ISBN)
  • David Byrne, Come funziona la musica (Bompiani)

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Storia sociale della musica pop e rock (6/7): gli anni zero, il digitale, la retromania

In questa spazio, ogni settimana pubblico i materiali del corso “Storia sociale della musica pop e rock” che tengo alla Bocconi.

Le slide sono disponibili qua, su slide share: Gianni Sibilla – Storia Sociale della musica pop e rock

Qua i materiali dedicati alle ultime due lezioni, sugli anni zero,

  • Napster e i suoi figliocci
  • La musica diventa “democratica”? Produzione, diffusione e consumo
  • Il remix infinito
  • Dal walkman all’iPod
  • Steve Jobs, l’ultima rockstar
  • Dalla tracklist alla playlist, dal possesso all’accesso

La playlist della musica da ascoltare della quinta lezione (link a Spotify).  (qua Un articolo su come attivare Spotify dall’Italia)

La playlist dei video visti a lezione

testi di riferimento

  • Gianni Sibilla, Musica e media digitali (Bompiani)
  • Simon Reynolds, Retromania (ISBN)

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iYacht

La notizia sarebbe stata di quelle ghiotte: due grandi menti del design assieme su un progetto “rivoluzionario”.

Si, va bene: la parola “rivoluzionario” è abusata, usata spesso a sproposito. Ma se viene accostata al nome Apple nessuno si stupisce. E nessuno si stupisce se viene accostata al nome di Philippe Starck, architetto e designer francese tra i più noti e stimati al mondo (e famoso, come la Apple, per il suo tocco minimalista). Starck ha già lavorato su oggetti Apple, anche se indirettamente, come questo supporto che trasforma l’iPad in una lampada, il “De-Light”

In un’intervista ad una radio francese è stato Starck a dire di essere al lavoro su un “prodotto rivoluzionario” con la casa di Cupertino,e che questo prodotto sarebbe in arrivo già tra 8 mesi. Apriti cielo: nei giorni scorsi tutti a pensare cosa potrebbe essere. Blog e fan impazziti, con la supposizione più diffusa è che si trattatasse della nuova TV Apple, il progetto che Steve Jobs avrebbe lasciato in eredità alla sua azienda.

Chi segue le cose Apple sa che la questione è più una bella suggestione che una possibilità concreta. Perché gli oggetti Apple portano una bella scritta “Designed in California”, e perché il designer Jonathan Ive – che pure è inglese – è un vanto, se non IL vanto della Apple, tanto che qualcuno sostiene sia l’erede naturale di Jobs.

Infatti, puntuale è arrivata la smentita della Apple, interpellata da AllThingsD, sezione tecnologica del Wall Street Journal. Che suggerisce quale potrebbe essere il progetto su cui in effetti è (o era) al lavoro Starck, il motivo per cui il designer si è visto regolarmente con Jobs: stava lavorando al suo yacht.

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Neil Young, Spotify, Steve Jobs: qualcuno ascolta gli artisti, ogni tanto?

Quando Neil Young parla, c’è solo da ascoltare. Magari le spara grosse, magari dice cose già dette da altri. Però è talmente credibile e coerente che le sue parole non cadono mai nel vuoto.

Nei giorni scorsi, Young ha fatto parlare di sé per due motivi. Il ritorno con i Crazy Horse, e una chiacchierata con Walt Mossberg – uno dei più importanti giornalisti tecnologici d’America: la potete vedere qua.

Da questa chiacchierata sono emerse soprattutto due cose. La prima è il progetto assieme a Steve Jobs di un lettore digitale che rispettasse la qualità sonora della musica, recuperando quel terreno perso con i terribili MP3. E’ una vecchia ossessione di Young, che già si rifiutò di stampare in CD dischi degli anni ’70 (tra cui il famoso “On The Beach”) perché il formato digitale non era abbastanza fedele rispetto al vinile. Però ha ragione, Young: il prezzo che paghiamo per la comodità degli MP3 è la perdita di una buona fetta della qualità sonora. Non è detto sapere se il progetto di un lettore digitale ad alta fedeltà fosse una cosa reale o fosse semplicemente una chiacchierata con un’idea comune lanciata lì e mai sviluppata – ma sta di fatto che Jobs ha ascoltato (o fatto finta di ascoltare) Young e il suo punto di vista. Jobs era bravissimo a sedurre e a convincere gli artisti.

E la seconda: ancora più interessante anche se non nuovissima, è che pirateria è la nuova radio. E’ importante che gli artisti riconoscano che il digitale non fa solo danni, ma è un’enorme vetrina. Il problema semmai, è quando il paragone con la radio e con la promozione in genere viene applicato ai servizi legali, quelli che dovrebbero generare soldi anche agli artisti:  Trent Reznor ha sostenuto recentemente che Spotify è una grande radio. E ancora più recentemente Paul McGuinnes – il manager degli U2- ha affermato che Spotify è soprattutto un mezzo promozionale.

Già, Spotify. Lo sto usando da qualche tempo nella versione Premium – in Italia non c’è, ma si può attivare con pochi magheggi la versione free;  per quella a pagamento, che comprende anche l’app e lo streaming ad alta qualità  bisogna attivare un account PayPal americano ed è un po’ più complicato.

Spotify è oggettivamente una figata. Quasi qualsiasi cosa ti passi per la testa è lì, pronta da ascoltare e da condividere con i tuoi amici. Ma è altrettanto oggettivamente poco artist-oriented. E’ un luogo funzionale, che piace all’industria, che viene pagata; e piace ai social network, che vedono aumentare le condivisioni di musica. Ma è un luogo un po’ freddo. Gli artisti ogni tanto non lo capiscono: vedi il caso dei Coldplay e dei Black Keys, che hanno ritirato i loro dischi per paura che lo streaming diminuisse le vendite.

Gli artisti non lo capiscono perché nessuno gliel’ha spiegato: date un’occhiata a questa immagine. E’ il report di pagamenti di Spotify di un artista minore, pubblicato dal Guardian. Vedere queste cifre infintesimali per uno streaming di una canzone fa un po’ effetto.

Una delle grandi differenze tra Spotify e iTunes, e tra Jobs e chi gestisce lo streaming, è che la Apple ha fatto di tutto per portare gli artisti dalla propria parte, seducendoli, ascoltando le loro opinioni. Anche illudendoli, per carità.

Spotify ha basato la sua diplomazia sui rapporti con le case discografiche, delegando il rapporto con gli artisti a queste ultime. Figuratevi. Poi se  Paul McGuinnes – che è uno degli uomini più potenti del music biz- dice che Spotify è poco trasparente con gli artisti e dice che persino per una band come gli U2 lo streaming a pagamento è un mezzo promozionale… Beh, allora c’è qualcosa che non quadra.

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Never Die Young

Stamattina mi è tornata in mente questa canzone di James Taylor, che forse c’entra poco. Però a me in questo momento spiace per l’uomo, che se n’è andato a 56 anni, gli ultimi 7 convissuti con una terribile malattia.

E mi fa ancora più impressione pensare alle cose che ha fatto non tanto nella sua vita, ma anche solo in quest’ultimo periodo.

Poi, non sono convinto che abbia rivoluzionato la nostra vita, né in generale né quella quella di ascoltatori di musica. L’ha cambiata profondamente, quello sì. Perché senza l’iPod – figlioccio stiloso del walkman – il modo in cui consumiamo le canzoni non sarebbe lo stesso. Si può discutere all’infinito se tutto questo ha fatto bene o no alla musica, sicuramente il processo – che però era stato innestato da Napster, non da Apple – ha fatto tanti danni quante migliorie.

Però Jobs era un appassionato vero di musica. E ci credeva. Andate al minuto 8’47” di questo video, quello della presentazione del primo iPod, nel 2001. Steve dice “Boom” e c’è qualche attimo di imbarazzo vero. Poi scatta un applauso di circostanza. All’inizio della saga musicale di Apple era l’unico a crederci. Indovinate un po’ chi ha avuto ragione….

Alla fine, i geni dell’industria culturale sono quelli che sanno davvero unire questi due termini, che spesso, soprattutto nella musica, sono un ossimoro: sanno che lavorano su oggetti frutto del talento, lo rispettano, lo valorizzano. Sanno inserirli in un processo di produzione che crei dei profitti e che assicuri la loro sopravvivenza. E tengono sempre in mente chi quegli oggetti li userà. E’ stato l’elemento umano della macchina, parafrasando le parole di Jovanotti.

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