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Cose che ho imparato leggendo un libro di 800 pagine sulla storia del pop

800 pagine. 776, per la precisione. Ci vuole un bel coraggio a scrivere un libro così, di questi tempi: oggi passiamo tempo a raccontare storie e storielle della musica recente con tweet status articoli recensioni. E invece c’è qualcuno che prova a ricostruire “The big picture”. A raccontare LA storia, non le storielle. E non quella del rock (che se ne sono già scritte troppe). Ma quella del pop.

Il risultato è godibilissimo: “Yeah yeah yeah – the story of modern pop” è ben documentato, scritto bene; l’autore è uno che ne sa: Bob Stanley non è solo uno stimato giornalista, è anche membro dei Sain Etienne, band che certi meccanismi li ha vissuti in diretta. Il pop è tensione, opposizione, progresso e paura del progresso, dice Stanley. Le classifiche fanno nascere il pop moderno nel 1952 e sono delle capsule del tempo: ti fanno capire la musica meglio di ogni altra cosa. Nel rock vendere è quasi una colpa, invece. Una storia della musica con questa prospettiva è interessante per definizione. 

Se non fosse per qualche “dettaglio”, questo è uno dei  libri musicali più belli degli ultimi anni. Stanley è dichiaratamente un nostalgico  – il libro si ferma alla fine degli anni ’90, il capitolo finale è tutto un “si stava meglio quando si stava peggio”, “il CD è il cavallo di troia del digitale” – che ovviamente ha distrutto la musica; “che bello quando andavi  nei negozi di dischi”, e così via. Sì, era bello. Ma è bello anche adesso, che puoi leggerti un libro così e trovare in un attimo tutta la musica di cui si parla, con un click.  Stanley poi dice di voler rimediare al “rockismo”, allo snobismo rock, ed è cosa buona è giusta. Ma poi è snob al contrario: impazzisce per l’indie-pop (la scena che ha calcato con i Saint Etienne), spara qualche giudizio affrettato sulle cose che evidentemente non gli piacciono.

Mi piacerebbe questo libro venisse tradotto in Italiano, ma non lo farà mai nessuno (lo dico per essere smentito….). Così qua sotto trovate in forma più o meno grezza un po’ dei miei appunti: aneddoti, citazioni (quelle in corsivo e virgolettate sono di Stanley, alcune lasciate volutamente in inglese), cose note e meno note. Sono in ordine più o meno cronologico e seguono il filo dei capitoli del libro. In fondo c’è un playlist di 150 canzoni: anche qua l’ordine è più o meno cronologico, la scelta è tra le migliaia citate nel libro, ma evitando i classiconi-oni. Ma scegliendo cose strane, dimenticate, comunque importanti, comunque hit. Potete andare direttamente a quelle, se volete.

Sia quel che sia: appunti, storie, citazioni – ovvero le cose che ho imparato leggendo un libro di 800 pagine sulla storia del pop. In  fondo le tre peggiori cazzate del libro.

  • Il pregio dei grandissimi artisti non è solo quello che fanno, è quello che non fanno e che ti fanno dimenticare. Creare un prima e un dopo: un gap. Pre-Elvis, Pre-Beatles, Pre-Dylan…
  • Il bello del pop è che è culturalmente onnivoro. Il bello del rock è l’essere snob, dirti cosa è giusto, cosa no.
  • La prima canzone ad usare una strumentazione elettronica andò in classifica in UK nel ’53: “Little red monkey” di Frank Chacksfield.
  • La prima produzione “indipendente” è del 1953: “It’s almost tomorrow” dei Dreamwavers. Arrivò in classifica nel ’56.
  • Negli anni ’50 potevi praticamente inventarti un genere che ha cambiato la storia della musica, incidere un singolo epocale, avere altri 5 o 6 hit, andare in tour e venire dimenticato in un amen. Perché la gente ti vedeva in faccia, pensava fossi uno zio, non un divo. (Poi ci lamentiamo che oggi le cose succedono troppo in fretta: rileggetevi la storia di Bill Haley – sì quello di “Rockin’ around the clock”)
  • I primi divi del rock ’n’ roll ne facevano una più del diavolo. Pedofili (Jerry Lee Lewis, che aveva una moglie di 13 anni), ubriachi, androgini ambigui che si ritiravano per diventare predicatori (Little Richard). Ma nel 1960 erano già tutti spariti.
  • Prima del rock ’n’ roll la musica veniva registrata, pensando a catturare le performance in studio. Poi venne prodotta, pensando all’effetto che faceva su disco (oggi lo diamo per scontato, ma fu un cambiamento epocale).
  • I Monkees sono considerati la prima boy band: 9 album in tre anni a fine anni ’60, tra cui uno, “More of the Monkees”, ancora tra i 20 più venduti di sempre in US. Ma sapevano suonare e imposero ai loro produttori le loro canzoni.
  • Uno dei Monkees, Michael Nesmith, ha praticamente inventato il videoclip e il formato che poi sarebbe diventato MTV, PopClips
  • Le canzoni della Motown, oggi venerate come classici,  erano prodotte con un metodo simile a quello che oggi attribuiamo alle tanto odiate boy band: una sorta di catena di montaggio su cui gli artisti avevano non avevano parola.
  • Se compri una macchina non hai bisogno di sapere chi ha montato il carburatore” (Barry Gordy, il padre-padrone della Motown, che non voleva stampare i crediti dei musicisti sui suoi dischi). 
  • La prima netta distinzione tra pop e rock arriva con i Beatles contro gli Stones (i “Bartleby della musica”, più inclini a negare che altro, gli snob per definizione, sostiene Stanley).
  • Il soul non ha avuto questo nome fino al ’67, con “What is soul” di Ben E. King,. La Atlantic Records rispose pubblicando una compilation “This is soul”.
  • I cantanti soul ne facevano di cotte e crude, quanto quelli rock. Sam Cooke, per esempio: la storia della sua morte ha dell’incredibile – girava nudo urlando in un Motel perché una prostituta gli aveva rubato i vestiti e la proprietaria gli sparò, spaventata.  La moglie di Sam Cooke si vendicò del marito sposandosi con Bobby Womack 10 settimane dopo.
  • “Sad songs about happiness” (Nik Cohn sui beach boys). “Brian Wilson era il Charlie Brown del pop” (Stanley sulla proverbiale goffaggine e riservatezza del loro leader).
  • E’ con la psichedelia che chi fa musica inizia a definirsi  “band” e non “gruppo”: si vuole  sembrare dei fuorilegge. “Psychedelia was were modern pop decided it could look beyond the dance floor“.
  • I Doors sono stati il primo gruppo famoso ad usare il nome come un logo.
  • Dopo la sfida tra Beatles e Stones, l’altro grande spartiacque tra generi fu il Monterey Pop Festival (’67): i Beach Boys rinunciarono ad andarci per paura di essere insultati dal pubblico. Fu la prima volta che pop e rock, soft e hard si separarono nettamente, due parti incapaci di interagire, sostiene Stanley.
  • Ad Altamont gli Hell’s Angels e non solo ammazzarono un ragazzo, ma picchiarono diversi musicisti in cartellone. Fu l’altro spartiacque, la fine di un’illusione, il lato oscuro del rock che prende il sopravvento.
  • Il formato album è diventato davvero popolare solo alla fine degli anni ’60, con la diffusione di massa degli stereo casalinghi- il pop è sempre stato 45-oriented, il rock album-oriented. I Led Zeppelin non pubblicavano singoli non per questioni artistiche ma perché il loro manager pensava che il margine di profitto sugli album fosse maggiore sugli album.
  • Burt Bacharach inizialmente non voleva scrivere canzoni per Dionne Warwick, che era “solo” una corista – “Dont make me over!” gridò lei. E fu il titolo di una delle prime canzoni che Bacharach compose per lei.
  • Uno dei primo tentativi di affermarsi di Elton John fu scrivere una canzone per l’Inghilterra per l’Eurovision, nel ’69, cantata da tal Luli. Tra le sei candidate, arrivò sesta.
  • Free your mind and your ass will follow (Funkadelic). 
  • “Ridurre la Giamaica e la sua importanza a Bob Marley è come ridurre il pop britannico a Rod Stewart”: ma Il reggae è uno degli esempi migliori di unione di marketing e musica, sostiene Stanley. Il boss della Island Chris Blackwell – che conobbe Marley grazie al cantante pop Johnny Nash, che portò i Wailers in tour in UK –  inizialmente pubblicizzò Marley come una sorta di Hendrix esotico.
  • Bowie ha costruito la sua carriera sull’immagine più che su un suono specifico, sostiene Stanley.  Dichiarò la sua bisessualità in pubblico usandola come strumento di comunicazione (anche se poi se ne pentì): “Bowie was not about consensus, but confusion, angles, ch-ch-ch-ch-ch-anges”
  • “Philadelphia soul is the fulcrum of modern pop: orchestration with an R&B feel”
  • I Genesis vennero accolti in America al grido di “boogie!” (insomma: “fatece ballà”)
  • “Repetition in our music and we’re never gonna lose it”: Mark E. Smith che costruì i Fall – basandosi sul minimalismo del krautrock, opposto al massimalismo del progressive rock. Da buon anglofsassone anglofilo, Stanley pensa ai Fall come ad uno dei gruppi più importanti di sempre, gli inventori del pop moderno.
  • I Jackson 5 non hanno mai avuto un numero 1 in UK. Gli Osmonds (???) sì. L’era delle boy band inizia con la liberazione sessuale di Marc Bolan: puntare agli ormoni delle teen-ager e pre-teenager funziona, si inizia a pensare ad una formula ripetibile per i gruppi.
  • Il country è l’unico genere che predata e sopravvive al pop – una sorta di binario parallelo al pop.
  • Il country uscì dai confini locali grazie al calo dei costi dei biglietti arerei negli anni ’60: i cantanti si spostarono più facilmente in California, arrivando ad influenzare i musicisti locali e da lì tutta la nazione.  
  • “In the 70s the singer-songwriter quickly became the most successful economic model in the history of entertainment”.
  • Il soft rock californiano venne chiamato poi Yacht Rock. By 1975 rock was neutralized – classic rock was a business model more than a genre”.
  • John Lydon era un fan dei Pink Floyd. I Sex Pistols andarono sulla BBC solo perché i Queen avevano rinunciato e la EMI non voleva perdere lo slogo promozionale. “The sex pistols wanted to destroy rock, The Clash wanted to save it”.  Punk had put rock back on the streets but without a road map”.
  • Il termine New Wave si usava già nel ’77: era il titolo di una compilation della Phonogram (ed era sinonimo di punk, per gli addetti ai lavori)
  • Nei Police, Stewart Copeland era talmente incazzato con Sting (che gli aveva fregato la leadership della band) che fece un tour urlando un insulto ogni volta che colpiva la cassa della batteria.
  • “Disco is as political as punk”, perché racconta la liberazione dopo la fine della guerra del Vietnam. Però su Rolling Stone si vendevano magliette “Death to disco”, “shoot the Bee Gees”. A Chicago si organizzò un “Disco demolition derby” durante una partita dei White Sox: parteciparono 50.000 persone, migliaia di vinili vennero distrutti.
  • I Bee Gees scrissero/produssero 8 numero 1 nel 1978. Divennero il simbolo della disco, anche se originariamente non avveravano nessun legame con il genere.
  • Martin Hannett, il produttore dei Joy Division, ha prodotto anche il terzo singolo degli U2, “11 O’ clock tick tock”, uscito in contemporanea a “Love will tear us apart”. Gli U2 poi diventarono tutto ciò che il post-punk cercava di non essere, dice Stanley: retrospettivi e trionfalistici. Il manager dei Joy Division pensava invece che la band avrebbe conquistato gli stadi.
  • I Jam furono il primo gruppo della generazione punk ad andare in TV a “Top of the pops”.
  • Una delle regole del pop: se qualcuno dichiara che qualcosa non è morto, lo è sicuramente. Se qualcuno dichiara che una scena è morta, sicuramente non lo è. Per esempio: “Punk’s not dead” degli Exploited, che arrivò nell’81, oltre tempo massimo.
  • I Blondie sono stati l’anello di congiunzione tra punk americano, post punk, disco, e college rock. “Parallel lines” è un capolavoro (verissimo, riascoltatelo).
  • “Too drunk to fuck” dei Dead Kennedys è entrata in classifica in UK.
  • “Pochi gruppi si sono distanziati così tanto dal pop allo steso facendo così tanto per il pop come i Kraftwerk”
  • Paul Morley, icona del giornalismo musicale inglese, nell’82 scrisse che le Tight Fit (chi???) erano meglio dei Led Zeppelin.
  • “High Infedility” dei REO Speedwagon è rimasto al numero 1 in USA più al ungo di di “Thriller” e” Purple Rain”; “Bat out of hell” di Meat Loaf ha venduto di più di “Born in the USA”.
  • Michael Jackson voleva essere chiamato “The King of pop, rock and soul”, non “The king of pop”
  • “Madonna acted as she was the only woman allowed in pop” (come Margaret Tatcher, dice Stanley, che  voleva fare trattative politche solo con uomini).
  • Il metal, più che un genere, è un rito di passaggio. Una sorta di “starter pack” rock, “rock per dummies”, dice sempre Stanley: velocità, potenza, “escapism” , ma senza la pesantezza di Dylan. E’ conservatore, con un suo canone quasi immutabile, i suoi eroi, il suo codice di condotta. 
  • Nel 1976 Lester Bangs scrisse che il metal era già storia. Ma ogni top 20 britannica dell’80 o 81 aveva almeno una hit metal: Rainbow, Whitesnake, Judas Priest… Una delle ragioni della popolarità del metal negli anni ’80 fu MTV, che passava a ripetizione i video della band.
  • “Questa musica è il minimo comun denominatore. E pane e circo per la gente comune. Le etichette cercano di fare soldi: così come Porky è stato fatto per fare soldi, una casa discografica può far soldi con i Motley Crue” (Jerry Jaffe, A&R dei Bon Jovi, negli anni ‘80)
  • I Def Leppard hanno venduto 20 milioni di copie di “Hysteria”; i Motorhead hanno venduto più magliette che dischi.
  • I Metallica e i Def Leppard, ovvero i gruppi simbolo del metal più intransigente e di quello più pop, avevano lo stesso manager, Cliff Burnstein.
  • Il glam metal era soprannominato “Hair Metal” dai suoi detrattori: “Look at me riding a horse with a big sword in my hand” (James Hetfield sul testo tipico dell’Hair Metal).
  • Desmond Child ha co-firmato alcuni tra i maggiori successi di Kiss (“I was made for loving you”), Aerosmith (“Angel), Alice Cooper (“Poison”), Bon Jovi (“Living on a prayer”, “You give love a bad name”. E anche “Living la vida loca” di Ricky Martin.
  • “Appetitite for destruction” dei Guns n’ Roses è il disco di debutto più venduto di sempre: 28 milioni di copie.
  • la prima canzone di Indie Pop ad andare al numero uno in classifica era dedicata a Star Trek, “Where’s captain kirk”, degli Spizz Energy (’83). I R.E.M. ne fecero una cover per un singolo natalizio nel ’92. La parola chiave dell’indie pop è, dice Stanley “intense”, intenso: on c’è voglia di essere nuovi, ma di crederci.
  • “British indie was so anti-macho to the point of being sexless”.
  • La maggior colpa del suono degli anni ’80 è il riverbero – il colpevole principale è la batteria di “In the air tonight” : Stanley dice che Phil Collins si ispirò al suono cupo dei Joy Division.
  • Il disco preferito di George Michael era “Closer” dei Joy Division,
  • Stock Aitken & Waterman sono stati la cosa più simile alla Motown che UK abbia mai avuto: “Impara il testo, vedi la luce rossa, canta il testo, nessuna domanda, promuovilo, e voilà” (Kylie Minogue, sui suoi esordi con i tre produttori).
  • “Chart friendly radicals” (Stanley su New Order e Pet Shop Boys).
  • House e Techno Music sono i primi sound intenzionali del pop: potevano essere facilmente imitatati, sfruttati espansi da chiunque, ovunque.
  • L’ufficio stampa dei Public Enemy promuoveva Chuck D sostenendo fosse il nuovo Dylan – etichetta che non si usava più da anni.
  • Brett Anderson venne mollato da Justine Frischmann per Damon Albarn, che era già famoso. Anderson, sostiene Stanley, trasse da questo “incidente” la cattiveria per rendere i Suede più famosi dei Blur per rivincita.
  • I Suede sono una delle ultime consensus band – quelle che mettono tutti d’accordo – in filone come il Brit Pop che era tribale, basato sul tutto contro tutti.

Le tre peggiori cazzate scritte dall’autore nel libro.

  1. Gli AC/DC: hanno sempre lo stesso suono, in pochi saprebbero distinguere una canzone dall’altra (eh???)
  2. I video di Peter Gabriel erano meglio delle canzoni (Quelle di “So”, che conteneva “Red rain”, “Don’t give up”, “Sledgehammer”. Per dire.)
  3. I R.E.M. avrebbero fatto meglio a sciogliersi negli anni ’90. Dopo Michael Stipe diventa una pallida imitazione di Bono. (Mi tocca sul vivo, qua. Ma non bisogna essere fan per capire che è una cazzata dire che la carriera dei R.E.M. dopo “Automatic” è da buttare…).

 

 

 

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