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Gli Swell Season, il sole, una chitarra scassata

Glen Hansard ha l’animo del busker. “Sono a Milano seduto sotto un ulivo a godermi il sole”, scrive sul suo twitter la mattina, e te lo immagini con una chitarra che canta, magari pensando a qualche scena di “Once”, il film che l’ha reso famoso dopo anni di gavetta, facendogli vincere un Oscar nel 2008 per la migliore canzone originale. Quando lo leggo dal computer di casa, non so ancora che quell’immagine sta per diventare vera, anzi ancora meglio.

L’appuntamento per l’intervista è nel primo pomeriggio. Uno spicchio di sole arriva ancora in un angolo del cortile del conservatorio, esattamente sulla panchina sotto un albero, che non è un ulivo ma una magnolia. Glen arriva, saluta, si siede, si gode il sole e con la sua chitarra scassata si mette a provare una canzone nuova, registrandola con l’iPhone.

Abbiamo un accordo per filmare un paio di canzoni, ma il posto, il tempo lo ispirano, si vede. Arriva Marketa, timida e un po’ impacciata. Glen vede passare Colm, il violinista: “Dai, vieni anche tu, che suona meglio”. Iniziano con “Gold” una canzone di “Once”, quindi passano ad una cover di un loro vecchio amico scomparso, Mic Cristopher, “Listen girl”. Poi dicono: dai facciamone ancora una, gli chiedo (loro fanno) “What happens when the heart just stops” dei Frames. “Il posto è così bello… sai cosa mi piacerebbe fare?”, dice Glen. “Quella canzone di Springsteen”. E attaccano “Drive all night”, che recentemente avevano suonato a New York: un’intensità come quella che Glen ci mette a cantarla ce l’ha solo il Boss. Che è il Boss non per niente.
Ecco, perdonatemi, me la tiro un po’, ma il mio concerto è stato questo: quando torno a casa rivedo i filmati, e mi rendo conto della fortuna che ho avuto: il luogo perfetto, la luce perfetta, l’acustica perfetta e i musicisti perfetti.

Poi la sera ho quasi rischiato di non andare al concerto per un intoppo a casa che fortunatamente si è risolto in tempo, e mi sarei perso una gran cosa. La serata si apre con Josh Ritter, americano quasi trapiantato in Irlanda, capace di ipnotizzare la platea con una chitarra e voce. La sala è piena, il concerto è esaurito da un mese. Non è la sala più grossa del conservatorio, ma fa piacere vedere che finalmente c’è gente che apprezza questo grandissimo cantautore: il successo di “Once” (che pure in Italia è stato promosso pochissimo) ha avuto qualche effetto anche qua. Sul palco ha una band, che poi sono i Frames sotto mentite spoglie: nell’intervista al pomeriggio Glen mi aveva confermato che vuole portare avanti entrambi i progetti, che con i Frames tornerà ad incidere presto, ma che entro l’anno vuole tornare in studio anche con Swell Season. Sul palco c’è lui, c’è Marketa che sembra piccolissima dietro un piano a coda che sembra enorme. C’è una band completa, che dà un suono pieno, anche se sostanzialmente acustico, alle canzoni. Ma il centro è lui, Glen, con il suo piglio da intrattenitore tra un brano e l’altro (come quando racconta le sue peripezie da turista a Milano), e con la sua carica trascinante, con i suoi crescendo. La scaletta è sbilanciata sulle ultime cose degli Swell Season, e ha un po’ perdita di tensione quando cede il microfono alla pur brava e delicata Marketa, che funziona meglio quando con la sua voce fa il controcanto alla voce più possente di Glen. L’esempio migliore arriva nella parte centrale quando, voce e chitarra, i due cantano una versione da brividi di “Buzzin fly” di Tim Buckley, in cui viene accennata anche “Grace” del figlio Jeff (la potete vedere qua sotto).

Il finale è una festa: Glen sembra non volersene più andare. Dopo un duetto con Josh Ritter, dopo “High horses”, attacca “Fitzcarraldo” (e io che mi lamentavo che non c’erano in scaletta canzoni dei Frames), e poi un finale esilarante su una versione acappella di “Devil town” di Daniel Johnston, che canta e fa cantare al pubblico quasi all’infinito.  All’uscita, in un angolo del cortile, c’è un sacco di gente che lo aspetta, e lui avrà la pazienza di fare una foto con tutti, di dare un sorriso a tutti. Queste sono serate che fanno bene alla musica.

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Soundgarden, tornate insieme!

E’ stato furbo, Chris Cornell: un tweet a mezzanotte in punto la notte di capodanno, e un milione e mezzo di followers pensvano alla reunion dei Soundgarden.

 

Il giorno dopo la notizia era ovunque, visto che non c’era molto altro da raccontare nella musica, il primo dell’anno.

La reunion dei Soundgarden è in fin dei conti banale. Gli Elii farebbero fatica a scriverci una canzone: gli ex membri non si sono insultati pubblicamente; qualcuno è più o meno scomparso dalla scene, qualcun altro ha fatto una gran carriera con un’altra band, qualcuno ha fatto una mediocre carriera solista. Però insomma.

Ho ancora qualche dubbio suo questa reunion. Soprattutto: che farà Matt Cameron, uno migliori batteristi rock in circolazione, ora in pianta stabile nei Pearl Jam, che l’anno prossimo sono in tour?

Ho intervistato Chris Cornell non più di sei mesi fa. Me la ricordo come una brutta intervista, fatta in un buio camerino dell’Alcatraz, poco prima di un concerto. Io che sbaglio approccio, lui molto sulla difensiva. Il tutto perché l’ultimo disco, Scream”, era davvero imbarazzante.

Gliel’avevo chiesto, della reunion. Lui aveva smentito gentilmente ma fermamente. Si sa, le rockstar contano un sacco di balle, se gli fa comodo.


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Liquid download

Su Twitter leggo di un nuovo gadget, la nuova frontiera della distribizione digitale: una chiavetta USB che permette di scaricare contenuti “liquidi”, ma non musica liquida. E’ in francese, ma si capisce benissimo.

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Un giorno, in metropolitana

Ho sempre sospettato che il metal e gli strumenti ad arco fossero pericolosamente simili, anche prima che i Metallica incidessero un disco sinfonico con orchestra. Ora questo video  – che ho scoperto grazie al “Twitter Demi-God” Ashton Kutcher – lo conferma. Pensate di tornare a casa stravolti dal lavoro, scendete in metropolitana e vedete uno che suona il violino così…

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Tweets never sent: Bruce Springsteen

Ecco i tweet che forse avrei scritto dallo stadio. O forse no, visto che il concerto di Springsteen a Torino all’Olimpico è stato uno dei più coinvolgenti della sua lunga storia di performance italiane, e ho cercato di non stare troppo attaccato all’iPhone.

  • Torino è una città ordinata, si accede allo stadio facilmente. Faccio fatica a trovare parcheggio: vedo uno che armeggia con la portiera di una macchina. Mi fermo per vedere se sta andando via. Poi mi accorgo che stava cercando di rubarla. Ho cambiato zona.
  • Perché San Siro è San Siro. Ma anche l’Olimpico non scherza. Una volta era il Comunale, il Boss ci suonò nell’88. Ma la capienza era quasi doppia. Dove sono finiti quei posti?
  • Il Boss che apre un concerto parlando in piemontese è qualcosa che non avrei mai creduto di vedere in vita mia. Per fortuna non me sono accorto, l’ho letto e visto dopo. (vedi video in fondo al post…)
  • Già dalle prime canzoni si capisce che è una serata speciale. 6 brani mai suonati nel tour, a partire da “Loose Ends”. I fan americani di Backstreets moriranno d’invidia. Tié.
  • Alla prima inquadratura sul megaschermo di Clemons, mi rendo conto con orrore che ha le unghie laccate d’oro. Alla seconda mi rendo conto di quanto è invecchiato.
  • Max Weinberg pesta come un dannato per tutta la sera. E non ha mai un capello fuori posto, neanche dopo tre ore. Che lacca usa, la stessa di Clemons per le unghie?
  • Cosa contengono quei beveroni che Springsteen tracanna tra una canzone e l’altra? Li voglio anche io, che ho 20 anni di meno e un decimo della sua energia.
  • Il momento più bello dello show è la raccolta delle richieste. Scritte su: un materassino, un dirigibile volante, cartelli di varie fogge e colori.
  • Ci voleva: una bella inquadratura sul megaschermo sul retro di un cartello di cartone con la scritta “Esselunga”.
  • Correggo: il momento più bello dello show è “Drive all night”, una ballata torci-budella che non so da quanto non suonava. La mia compagna piange come una fontana, e non l’aveva mai sentita.
  • Ma la scenetta in cui apre tre buste sigillate e timbrate, da cui esce sempre la richiesta di “Drive all night”, l’ha messa in piedi lui o arriva dal pubblico?
  • Compreste una macchina usata da quest’uomo? Anzi, portereste vostro figlioletto ad un concerto di quest’uomo? Si, a giudicare dalla quantità di under-10 presenti sul prato. Il boss li fa pure cantare e ballare: altro che Courtney Cox nel video di “Dancing in the dark”.
  • Il pubblico del Boss è il più bello, il più tollerante, il più accogliente. Non ce n’è per nessuno: ovunque ti giri c’è un sorriso.
  • Ma come: il Boss fa una scaletta della madonna, e poi lascia fuori “Thunder Road” dai bis? Unica pecca di una serata perfetta.
  • Correggo: la vera pecca è uscire dallo stadio dopo una chilometrica “Twist & Shout” sulle note di Morricone. Lo vogliamo dire che sono noiose?

http://www.youtube.com/watch?v=prvqqzrS4vs

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