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With or without you

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by | 25 maggio 2012 · 6:19 am

Neil Young, Spotify, Steve Jobs: qualcuno ascolta gli artisti, ogni tanto?

Quando Neil Young parla, c’è solo da ascoltare. Magari le spara grosse, magari dice cose già dette da altri. Però è talmente credibile e coerente che le sue parole non cadono mai nel vuoto.

Nei giorni scorsi, Young ha fatto parlare di sé per due motivi. Il ritorno con i Crazy Horse, e una chiacchierata con Walt Mossberg – uno dei più importanti giornalisti tecnologici d’America: la potete vedere qua.

Da questa chiacchierata sono emerse soprattutto due cose. La prima è il progetto assieme a Steve Jobs di un lettore digitale che rispettasse la qualità sonora della musica, recuperando quel terreno perso con i terribili MP3. E’ una vecchia ossessione di Young, che già si rifiutò di stampare in CD dischi degli anni ’70 (tra cui il famoso “On The Beach”) perché il formato digitale non era abbastanza fedele rispetto al vinile. Però ha ragione, Young: il prezzo che paghiamo per la comodità degli MP3 è la perdita di una buona fetta della qualità sonora. Non è detto sapere se il progetto di un lettore digitale ad alta fedeltà fosse una cosa reale o fosse semplicemente una chiacchierata con un’idea comune lanciata lì e mai sviluppata – ma sta di fatto che Jobs ha ascoltato (o fatto finta di ascoltare) Young e il suo punto di vista. Jobs era bravissimo a sedurre e a convincere gli artisti.

E la seconda: ancora più interessante anche se non nuovissima, è che pirateria è la nuova radio. E’ importante che gli artisti riconoscano che il digitale non fa solo danni, ma è un’enorme vetrina. Il problema semmai, è quando il paragone con la radio e con la promozione in genere viene applicato ai servizi legali, quelli che dovrebbero generare soldi anche agli artisti:  Trent Reznor ha sostenuto recentemente che Spotify è una grande radio. E ancora più recentemente Paul McGuinnes – il manager degli U2- ha affermato che Spotify è soprattutto un mezzo promozionale.

Già, Spotify. Lo sto usando da qualche tempo nella versione Premium – in Italia non c’è, ma si può attivare con pochi magheggi la versione free;  per quella a pagamento, che comprende anche l’app e lo streaming ad alta qualità  bisogna attivare un account PayPal americano ed è un po’ più complicato.

Spotify è oggettivamente una figata. Quasi qualsiasi cosa ti passi per la testa è lì, pronta da ascoltare e da condividere con i tuoi amici. Ma è altrettanto oggettivamente poco artist-oriented. E’ un luogo funzionale, che piace all’industria, che viene pagata; e piace ai social network, che vedono aumentare le condivisioni di musica. Ma è un luogo un po’ freddo. Gli artisti ogni tanto non lo capiscono: vedi il caso dei Coldplay e dei Black Keys, che hanno ritirato i loro dischi per paura che lo streaming diminuisse le vendite.

Gli artisti non lo capiscono perché nessuno gliel’ha spiegato: date un’occhiata a questa immagine. E’ il report di pagamenti di Spotify di un artista minore, pubblicato dal Guardian. Vedere queste cifre infintesimali per uno streaming di una canzone fa un po’ effetto.

Una delle grandi differenze tra Spotify e iTunes, e tra Jobs e chi gestisce lo streaming, è che la Apple ha fatto di tutto per portare gli artisti dalla propria parte, seducendoli, ascoltando le loro opinioni. Anche illudendoli, per carità.

Spotify ha basato la sua diplomazia sui rapporti con le case discografiche, delegando il rapporto con gli artisti a queste ultime. Figuratevi. Poi se  Paul McGuinnes – che è uno degli uomini più potenti del music biz- dice che Spotify è poco trasparente con gli artisti e dice che persino per una band come gli U2 lo streaming a pagamento è un mezzo promozionale… Beh, allora c’è qualcosa che non quadra.

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Stand By Me

U2 ft. Bruce Springsteen in una spettacolare versione di Stand By Me, circa 1987 (poi ditemi che YouTube fa schifo) #retromania

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by | 29 agosto 2011 · 1:39 pm

40

Ogni tanto gli U2 riescono ancora a tirare qualche colpo gobbo, come quando ti suonano una canzone come questa: One Tree Hill – Live Santiago de Chile

(2011-03-25, via RollingStone)

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by | 28 marzo 2011 · 3:37 pm

Il più bel disco di Natale (e il video più trash)

Poi un giorno bisognerà affrontare sul serio la questione delle canzoni di Natale. Che è appunto una tradizione seria, poco radicata nella musica pop italiana, che ma che oltremanica e oltreoceano ha prodotto dei capolavori.

Come questo qua di fianco, probabilmente il più bel disco di natale di sempre, prodotto da quel genio maledetto di Phil Spector, con il suo muro del suono e con la sua corte di cantanti. Canzoni che sono belle a prescindere dal fatto che siano natalizie, e che state riprese infinite volte.

Mi è tornato in mente in questi giorni, perché i R.E.M., nel loro consueto singolo natalizio, hanno inciso una divertente versione di “Christmas (Baby please come home)” da quell’album, cantatata da Mike Mills. L’avevano già rifatta gli U2 20 e passa anni fa e l’ha rifatta pure Mariah Carey.

Ecco, Mariah Carey è il lato oscuro del Natale musicale, di come questo periodo ispiri non solo capolavori, ma boiate solenni, robe trash che più trash non si può. Mariah ha appena pubblicato il suo secondo album di canzoni natalizie, lanciato da questo video che mi segnala l’amico e collega Diego Perugini. Un vero capolavoro, a modo suo.

http://www.youtube.com/watch?v=anViLJh_Dfg

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