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Lezioni di trash (o di grottesco?)

E così, in questo periodo, arriva  la fine delle lezioni al Master in Comunicazione Musicale. La mia ultima lezione, da qualche anno, è dedicata ad un’attività semi-ludica di fine corso, dedicata ai videoclip “trash”: ogni studente sceglie un clip, la classe vota, si elegge il vincitore.

In realtà in gara finisce di tutto un po’, non solo trash. Che dovrebbe essere  l’imitazione mal riuscita  di un modello “alto” – in questo caso il videoclip “classico”, mainstream e ad alto budget.

Ma orma la rete è piena di video musicali fatti “per il LOL”, che imitano il trash, cercando volutamente la viralizzazione attraverso la risata, la ridicolizzazione estrema di se stessi. Il trash inconsapevole e senza ironia, in questo senso, è sempre più difficile da trovare. Si finisce più facilmente nel grottesco consapevole.

Insomma, l’impressione che ho avuto vedendo i video quest’anno è che sia difficile definire il trash videomusicale nell’epoca di YouTube.  E lo dico anche perché guarda caso, il vincitore è di quest’anno – come spesso è capitato negli anni passato è un video “LOL Rap”.

Ecco, il LOL Rap: da Truce Baldazzi a Spitty Cash… A farlo apposta, l’altro giorno, prima della lezione, ho visto questo bellissimo documentario girato da Andrea Girolami per Wired – che spiega il fenomeno del LOL Rap con molta attenzione, molto rispetto e senza giudicare. Noi, invece, vediamo questi video con l’atteggiamento: “guarda che sfigati”, ci sentiamo superiori… Forse è quello che vogliono questi rapper: concederci superiorità in cambio di attenzione. O forse no: un amico mi faceva notare il momento in cui Truce Baldazzi racconta in maniera disarmante di non riuscire a credere a chi gli fa i complimenti…

La lezione è che dietro a questi fenomeni, spesso, non c’è solo l’esibizionismo, l’imitazione mal riuscita e senza ironia, l’incapacità di fare una cosa bella. Il trash è molto di più di una risata. Però, se volete, cominciate con quella. Poi correte a vedere il documentario di Wired.

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Storia sociale della musica pop e rock (4): gli anni ’80, l’era della videomusica

In questa spazio, ogni settimana pubblico i materiali del corso “Storia sociale della musica pop e rock” che tengo alla Bocconi

Dopo l’incontro con il discografico e manager Stefano Senardi, oggi in aula si parla di anni ’80, l’era d’oro del videoclip

  • MTV e la nascita della videomusica
  • Michael Jackson
  • Musica di plastica vs. musica di qualità
  • L’immagine pop e la MTVizzazione del rock
  • La spettacolarizzazione del concerto

La playlist della musica da ascoltare della seconda lezione (link a Spotify).  (qua Un articolo su come attivare Spotify dall’Italia)

La playlist dei video visti a lezione

testi di riferimento

  • Gianni Sibilla – “Musica da vedere” (RAI, 1999)
  • Andrew Goodwin -“Dancing in the distraction factory”

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MTV – Music Television Victims (ovvero Springsteen al suo peggio)

MTV compie 30 anni in questi giorni: il 1° agosto dell’81 iniziava le trasmissioni con “Video killed the radio star”, dei Buggles. Ricorrenza indubbiamente importante, perché MTV negli anni ’80 ha cambiato davvero la musica e il costume.

Quella televisione musicale, fatta di un flusso di clip, oggi non esiste quasi più.  Aveva già smesso di esitere ben prima di YouTube: la transizione di MTV dal modello tematico a quello generalista è in atto da molti anni. L’aver tolto la parola “music” dal marchio è stata una constatazione più che una dichiarazione.

Comunque, MTV, negli anni ’80, ha fatto anche tante vittime: in quel periodo tutti si sentivano obbligati a fare videoclip. Anche se molti non capivano come usare lo strumento, e finivano per fare cose imbarazzanti. Un po’ come tutti gli artisti oggi si sentono obbligati a stare sui social network anche se non sanno come funzionano.

Tra le vittime illustri di MTV negli anni ’80 c’è Bruce Springsteen, serio candidato al titolo di video più brutto della storia con “Dancing in the dark”, diretto da Brian DePalma, con una giovanissima Courtney Cox a fare la parte della ragazzina sgallettata che viene tirata su della platea. Eppure c’è di peggio di quel video, in cui il boss recita male se stesso e fa uno dei balletti più brutti della storia.

Si, c’è di peggio di quel video: c’è la versione originale del video, diretta da Jeff Stein,  saltata fuori in questi giorni:

http://www.youtube.com/watch?v=g9iejG-kgSE

E’ un “literal video” ante-litteram, con il Boss che balla al buio (davvero?). Poi, Springsteen decise che di quelle riprese gli piaceva solo il balletto…. Lo aveva provato a lungo, come dimostra  quest’altro video, che circola in rete da tempo.

Così, dopo avere faticato per imparare quei passi di danza affidò delle nuove riprese a Brian DePalma, che girò durante un concerto un clip con la canzone in playback, con l’effetto finale che vedete qua sotto e che molti si ricordano. No comment: anche per i fan più accaniti, qua Springsteen è davvero indifendibile.

Video killed the rock star.

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La musica anticoncezionale di Ben Folds (e Nick Hornby)

(da Rockol)

“La verità è che a voi europei del sud piace la musica sexy e la mia è perfetta per il controllo delle nascite. Quanti bambini non sono stati concepiti perché coppie si sono messe ad ascoltare le mie canzoni…”. La zampata ironica arriva alla fine dell’intervista, quando gli si chiede perché in America e in Inghilterra è un personaggio di culto, e da noi se lo filano in pochi. Gli artisti che fanno dell’ironia e del sarcasmo la loro identità spesso sono assai seri, di persona. E così è con Ben Folds. Il piano-rocker con la faccia da nerd sta per pubblicare “Lonely avenue”, nuovo disco a quattro mani con Nick Hornby:  lo scrittore di “Altà fedeltà” e “Tutta un’altra musica” ha scritto le liriche, Folds le ha messe in musica.

Rockol lo raggiunge al telefono a Venezia (è in Italia per qualche giorno per un matrimonio, ci spiega). Ed è serio e preciso, nel raccontare la genesi del disco. “Hornby aveva scritto un bel pezzo su di me, in un suo libro”, dice riferendosi a “31 canzoni”, dove si parlava di “Smoke”. “Peccato che le parole di quella canzone non le avessi scritte io, così gli ho mandato una mail. Poi abbiamo lavorato assieme ad una canzone del disco di William Shatner”, ovvero dell’attore famoso come il Capitano Kirk di Star Trek.  “Lonely avenue”, ci spiega, è stato un esempio di telelavoro: “Abbiamo fatto tutto via email. La mattina mi mandava un testo, io durante il giorno lo mettevo in musica e la sera gli mandavo la canzone finita. Quando per lui era mattina, si trovava tutto”.<br>

Il risultato è un piccolo gioiello, un disco da altri tempi, inciso in analogico e da ascoltare con i testi in mano, leggendo le storie, che vanno dal registro comico – il ragazzotto di provincia che scopre di stare con la figlia di Sarah Palin, in “Levi Johnston’s blues” – a quello malinconico in “Picture window”, storia di un capodanno visto da una camera d’ospedale. Folds è riuscito a dare vita ai testi mantenendo il suo stile: un rock a base di piano, che ricorda il primo Elton John (non a caso, gli arrangiamenti sono di Paul Buckmaster, suo collaboratore storico): “Mi sono dato una politica di non revisione”, ci spiega. “Non ho toccato le sue parole, perché il ritmo di un racconto è importante per un scrittore, e chi sono io per cambiarlo? Sono affascinato dal modo in cui parole e musica lavorano assieme. Il mio compito questa volta è stato di trovare una musica che rendesse giustizia alle parole, che le facesse essere quello che sono. E’ facile rovinare delle belle parole con della brutta musica. Sapevo che se avessi fatto emergere le parole, avremmo avuto delle buone canzoni. Per me si trattava di guardare la pagine, e vedere se la melodia veniva fuori”.<br>

Anche per questo motivo il disco è stato inciso completamente in analogico: “Mi sono stufato un po’ del digitale: lo uso da anni, ma ti offre troppe opzioni, troppe scelte. Il processo di registrazione di questo album doveva essere più immediato e veloce, quindi abbiamo scelto di inciderlo su nastro. Così alla fine della giornata ti trovi con tre versioni, di una canzone e scegli quella che ti piace di più. Con il digitale hai molte più scuse per suonare meno bene, perché ti permette di aggiustare le cose, ed è un processo molto noioso e lungo”.

“Lonely avenue” deve il titolo alla canzone dedicata a Doc Pomus, bluesman e paroliere di Elvis (“titolo perfetto per una foto in copertina), e uscirà la prossima settimana, anche in una versione deluxe dove le bonus tracks non saranno canzoni ma quattro racconti inediti di Hornby. Non c’è in programma un tour congiunto, ci spiega. Ma un tour da solo si – forse anche in Italia a marzo.  E magari solo qualche altro video: Folds è diventato uno dei più apprezzati creativi musicali di YouTube – la sua parodia del pianista incappucciato di Chatroulette è uno “cult”, come si dice in gergo. E per promuovere l’album ha realizzato un video di “The things that you think”, in cui compare effettivamente Hornby, che dice appunto cosa pensa, e ci sono i Pamplemoose, altro apprezzatissimo nome della videomusica in rete:

“Mi piace quello che fanno, e il loro posto è sul web, non sui dischi. Così abbiamo fatto un video assieme, che facesse vedere anche Nick, e l’abbiamo messo solo in rete, non sul disco. Così la gente vedrà il tipo che ha scritto i testi del disco. C’è stato un tempo in cui si spendeva anche mezzo milione di  dollari per un video, solo per passare su MTV. Pensavo fosse una follia allora, figurati adesso. Ogni cosa che facciamo per YouTube è basso costo, quasi per divertimento. Ci sarà un video più o meno regolare per ‘From above’, fatto in animazione; e per un’altra canzone , “Saskia Hamilton”, ho incaricato un ragazzino inglese di 19 anni. Chissà cosa tirerà fuori: lui e i suoi amici correranno per il loro campus con la videocamera e si divertiranno”.

Il finale della chiacchierata è appunto dedicato all’Italia: “Ho suonato da queste parti, quando facevo l’università, nel 1987 a Venezia. Ma mai da professionista. Comunque, facendo un po’ di interviste con gli europei per questo disco, mi è venuta voglia di suonare da voi, perché ascoltate le canzoni senza preconcetti. Voglio dire, gli Stati Uniti e l’Inghilterra sono la mia patria musicale, ma ogni volta mi chiedono cosa stavo pensando mentre ho scritto questo e quello… Spero di venire il prossimo anno, o comunque prima di essere su  una sedia a rotelle”.

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Video, non canzoni

Ormai i loro video sono un appuntamento: ecco “End  love”, il nuovo clip degli OK GO.

E’ il più bello di quelli messi in rete  ultimamente dalla band, che ormai – è chiaro – fa video decisamente migliori delle canzoni.

Ha un’idea semplice semplice, con quella coreografia divertente – che ricorda un po’ “Here it goes again”, e  una bella regia.Come direbbe un critico cinematografico? “Un sapiente uso del rallenty e dell’accellerato”

Il video si può scaricare partecipando al contest su http://www.facebook.com/okgo

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