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Cover Art

Art. Arte. Ma davvero le copertine dei dischi sono arte? Oppure sono solo immagini appicciate ad un pezzo di plastica, per venderlo meglio?

C’era un bellissiom libro di un grande critico letterario, Gérard Genette, che parlava delle “Soglie” che attraversiamo per arrivare al testo di un libro, e che ci condizionano nel modo in cui lo “leggiamo”: quarte di copertine, esergo, e anche copertine ovviamente. Chissa perché Einaudi non ha mai ristampato quel libro, ora introvabile e reperibile solo nelle biblioteche.

E’ la stessa cosa con i dischi, anche se il digitale – fin dal CD – ha molto cambiato le soglie di accesso alla musica. Dai bellissimi padelloni in vinile, ai freddi e piccoli “case” dei cd, alle immagini che accompagnano i file.

Viene in mente tutto questo, a dare un’occhiata a questi due link: un sito giapponese che ha raccolto tutte (4000 e passa) le copertine della Blue Note, un’etichetta che oltre a produrre grande musica, ha fatto della propria grafica un marchio di fabbrica – una cosa che hanno fatto in pochi altri, nella discografia.
E Wired che fa una gallery delle più belle 20 copertine “di tutti i tempi”.

Una bella gallery, ma discutibile, con molte mancanze. Una su tutti: “London Calling” dei Clash. E poi la mia preferita, un vero e proprio trattato: la copertina di “Go2” degli XTC, disegna dalla Hipgnosis di Storm Thorgenson, lo stesso delle copertine dei Pink Floyd.

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No one cares about your blog (anche al SXSW)

sxsw-bloggersUn cartellone visto fuori da un locale, al South By South West, l’ormai leggendario festival musicale di Austin: la città texana viene annualmente invasa da musicisti, addetti ai lavori, giornalisti e da qualche tempo ovviamente anche dai blogger. Negli ultimi giorni non si parlava d’altro, e invidio un po’ chi c’era…

Ma il punto è l’importanza che evidentemente tendono a darsi molti blogger – non solo ad Austin e non solo nella musica – e la diffidenza verso la blogosfera che c’è  da parte di media e operatori “tradizionali”. La foto è stata pubblicata da StyleNoir, sito di moda che la commenta lamentando l’invadenza dei blogger in quel settore.

Ho trovato questa foto grazie alla pagina Facebook di FuelFriends, uno dei migliori blog di musica in circolazione, che da anni fa un lavoro davvero meritorio nel segnalare nuove band. Ho intervistato recentemente Heather Browne, la “titolare”, che ha mi detto cose interessanti, con un bell’approccio. Vedo però diversi commenti acidi a StyleNoir e alla foto, sulla  pagina Facebook di FuelFriends, il che mi spinge a pensare che per una brava blogger ci sono molti blogger frustrati.

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Stop Making Sense!

Un bell’articolo di Wired dice che “Stop making sense” dei Talking Heads, girato da Jonathan Demme è il miglior “Concert film” di tutti i tempi. L’occasione dell’articolo è la ripubblicazione in Blu-Ray.

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Wired: l’industria deve ringraziare ThePirateBay

Negli ultimi giorni l’argomento più discusso nella musica digitale, è la sentenza che condanna i fondatori di ThePirateBay, il noto sito di ricerca di file torrent per scaricare illegalmente ogni ben di dio digitale. E’ una sentenza che fa contenti tutti, alla fine: i 4 ragazzi svedesi,  che ambiscono a fare i capipopolo, forse anche i martiri. E l’industria dell’intrattenimento, ovviamente, che salva la faccia.

Il movimento  che segue questi ragazzi negli ultimi tempi sta facendo proseliti anche in italia, e si moltiplicano le iniziative, come questa che mi ha segnalato un amico. Bah.

C’è anche un libro di cui si è parlato su Rockol: “La baia dei pirati” di Luca Neri, che racconta la storia del sito e del movimento, argomentando a favore dell’abolizione totale del copyright. Ripeto quello che scrissi al tempo: lasciate perdere per un attimo l’incazzatura che fanno venire processi come questi. Ma siamo davvero sicuri che se non pagassimo nulla di quello che si produce culturalmente, siti come ThePirateBay potrebbero ancora offrire tutto il materiale che offrono? O tutto ciò che la rete si ridurrebbe a riciclare sarebbe un’infinità di contenuti amatoriali o semi professionali, la maggior parte dei quali bruttini e noiosi?

Quanto all’industria, c’è un bell’articolo di Wired, che offre sulla questione un punto di vista interessante: i modelli di diffusione e guadagno digitale sono basati in larga parte sull’architettura informatica e sociale introdotta dal file sharing: “Cause come questa hanno un senso solo in superficie. Su un altro livello sono un modo divertente per l’industria di dire ‘Grazie’ “.

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