50 canzoni del 2015 (La playlist di fine anno, pt. 1)

2015 is the new 1989

2015 is the new 1989

La canzone più bella di quest’anno, per me, è “24 frames” di Jason Isbell. Ha tutto: una grande melodia, un testo stupendo e frasi memorabili (“You thought God was an architect/now you know it’s a something like pipebomb ready to blow”), un suono classico.

Da qualche anno in America sono impazziti per lui, per la sua storia di redenzione dopo l’alcolismo, per il suo modo di raccontare e soprattutto per il suo songwriting: questa canzone spiega perché.

Seconda posizione personale per  “Lowly deserter” di Glen Hansard, che peraltro arriva da un disco sotto le aspettative, “Didn’t he ramble” rispetto a quello che quest’uomo ha fatto e sa fare su un palco.

Ma di canzoni “minori” e da (ri)scoprire ce ne sono tante, quest’anno. Ho fatto una playlist con alcune di quelle che mi sono piaciute di più, a partire dalla stupenda rilettura di “Shake it off” di Ryan Adams, che ha trasformato Taylor Swift in musica degli anni ’80. Dalla playlist ho lasciato fuori molti nomi grossi e hit che si sono sentite ovunque. Ma non ho lasciato fuori Springsteen, perché “Stray bullet”, è un vero capolavoro, un outtake sconosciuta persino ai fan più maniaci come me, e degna delle sue cose migliori.

Ho messo nelle 50 canzoni un po’ di power-pop (Best Coast, e gli Eyelids grande band formata da gente di portland, che arriva dal giro dei Decemberists), molto classic rock: i Los Lobos, Chris Stapleton (la sua “Tennesee whiskey” è un capolavoro), Billy Gibbons degli ZZ Top (che ha fatto un disco davvero divertente, “Perfectamundo”). Anche quest’anno è uscita molta musica fricchettona (i Promised Land Sound, i Circles Around The Sun di Neal Casal, Riley Walker). E molto, molto un po’ di rock sporcato di musica black: Alabama Shakes, Gary Clark Jr., Algiers, JJ Grey & Mofo. Tra le cose italiane che mi sono piaciute di più Zibba, Any Other, Iacampo, Viva Lion, Mezzala, Mambassa, Massimo Ranieri in versione jazz.

Il playlistone è qua sotto su Spotify. Qua c’è un’altra playlist, quella degli album, e qua il post con tutta la spiega)

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Canzoni che spiegano (più o meno) “Il risveglio della forza”

Sono andato a vedere “Il Risveglio Della Forza”. E, per deformazione professionale, mi ha fatto venire in mente delle canzoni. Canzoni che non c’entrano niente. Forse. O forse sì. (Tranquilli, non ci sono spoiler)

RYAN ADAMS – BAD BLOOD

“Il risveglio della forza” è una cover di “A new hope”. Non la cover di una singola canzone, ma di un album intero. Fatto oggi, ma con i suoni e le immagini di un tempo, che rispettano la struttura originale, ma sembrano una canzone nuova. Qualcosa di odierno che vuole suonare “vintage” in partenza, e ci riesce benissimo. Come Ryan Adams con “1989” di Taylor Swift – che, va bene, era più recente e meno classico – ma insomma. E “Bad blood” mi sembra descriva bene la trama del film.

ALBANO E ROMINA – NOSTALGIA CANAGLIA

(Abbiamo già riabilitato la coppia, d’altra parte, anche se negli anni ’80…). Hanno ragione loro: la nostalgia è il nostro “soft spot”. La mancanza di qualcosa che non c’è più – e che non c’è mai stato, per chi la trilogia di “Guerre stellari” l’ha vissuta in differita, ereditandola da qualcuno. E’ la grande promessa dell’hype di guerre stellari (spiegata benissimo da Simone Laudiero de La Buoncostume, qua), e il film quella promessa la mantiene, eccome.

BRUCE SPRINGSTEEN – INDEPENDENCE DAY

Sono figlio di uno psicanalista (freudiano, per di più), ma non avevo realizzato fino in fondo che il vero schema narrativo di Guerre Stellari non è “Il viaggio dell’eroe” di Vogler, ma Freud. Freud è il vero ghost writer della serie, e di questo episodio. “Independence day” è la più bella canzone mai scritta sul rapporto conflittuale padre-figlio, e magari il Boss pensava alla prima trilogia quando scriveva:”Well Papa, go to bed now, it’s gettin’ late/Nothin’ we can say, can change anything now/Because there’s just different people coming down here now/And they see things in different ways/ And soon everything we’ve known, will just be swept away”.

 

 

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Guccini e i fan avvelenati

La frase è nota, è una delle più famose del cantautorato italiano.

Che cosa posso dirvi? Andate, fate.
Tanto ci sarà sempre lo sapete
un musico fallito, un pio, un teorete
un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate.

E’ “L’avvelenata” di Guccini. Che fu scritta in risposta ad una stroncatura di Riccardo Bertoncelli, il decano della critica musicale italiana (che al tempo era un ragazzo).

Bertoncelli, da un po’ di anni, insegna al Master in Comunicazione Musicale, che dirigo in Cattolica. Nel 2009 gli abbiamo fatto raccontare la storia di quella canzone, girando un videino. Un racconto equilibrato, non privo di ironia ma molto affettuoso: l’abbiamo pubblicato sul canale YouTube del Master. Bertoncelli e Guccini hanno fatto la pace subito dopo; da tempo sono amici.

Il video, in 6 anni, ha totalizzato quasi 70.000 views: se cercate “L’avvelenata” su Google è uno dei primi risultati. Ma la cosa interessante sono i commenti al video, da parte dei fan di Guccini: niente, a distanza di anni, lo insultano ancora, come se quel disco fosse uscito l’altro ieri, e la recensione ieri. I commenti arrivano regolarmente, al ritmo di uno al mese, e sono  soprattutto improperi, molti irripetibili (e infatti spesso ho dovuto non approvarli). Una piccola selezione:

Fabrizio Baggi 3 anni fa
BERTONCELLI LAVATI LA BOCCA PRIMA DI NOMINARE GUCCINI!!!!

 

vicious6661982 1 anno fa
Berto non e che ci spari qualche altra cazzata su Guccio cosi riprende a suonare no eh ?

 

teodoro margarita 5 mesi fa
Ha fatto la tua fortuna, dai, che ti ha celebrato. Oh quali stronzate immani. Pare che il punk non abbia mai irriso sti tromboni un tanto al chilo.

 

leixlipful 2 anni fa
Bertoncelli continua a sparare CAZZATE…a culo tutto il resto

Ieri ho incontrato Guccini, che presentava “Se io avessi previsto tutto questo”, box retrospettivo che da quella canzone ha preso il titolo (è la prima strofa). L’occasione era ghiotta, e gli ho chiesto di quella canzone e dei fan che gliel’hanno chiesta per anni. Con la consueta ironia, Guccini ha risposto “E’ un episodio, di certo ho scritto delle canzoni migliori”. Ecco un estratto della videointervista (quella completa è su Rockol): qua ho lasciato la mia voce fuori campo.

Morale: i fan di Guccini sono più realisti del re. Certi atteggiamenti non bisogna cercarli solo tra i beliebers o i directioners…

 

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La mia prima intervista (in ricordo di Nuto Revelli, partigiano e scrittore)

Tanti anni fa, avrò avuto 10 anni o giù di lì, ho fatto la prima intervista della mia vita.  Si avvicinava il 25 aprile, a scuola si parlava della resistenza. Non mi ricordo di chi fu l’idea di mandarmi da quel signore dalla faccia bonaria. Non ricordo se fu dei miei genitori (era un amico di mia nonna, mi dissero) o dell’insegnante. Sta di fatto che andai a casa sua, in Corso Brunet, a Cuneo, accompagnato da mio padre. Quel signore si chiamava Nuto Revelli, era stato un grande partigiano, ed era già un famoso scrittore. Tutte cose di cui avevo sentito parlare, ma che non capivo bene.

Così mi armai di un registratore, credo fosse un Sanyo, forse quello che usavo già per ascoltare un po’ di musica, uno di quelli lunghi e grossi come mattoni, mono, con i tastoni grossi che sembravano uscire da un piano. Feci qualche domanda, lui rispose gentile, e poi feci ascoltare la registrazione in classe. Facevo le medie e mi ricordo che, timido com’ero, mi imbarazzai a risentire la mia voce di fronte ai miei compagni.

Quel signore negli anni dopo lo vedevo spesso seduto in un bar di Piazza Europa, sotto i portici, di fianco alla libreria dove andavo spesso. Ho capito la sua importanza e la sua statura solo anni dopo, quando intervistando un cantante questo mi disse: “Ma davvero hai conosciuto Nuto Revelli”?. Era il 2002 o forse il 2003-. Nuto Revelli è morto nel 2004.

Negli anni ho letto i suo libri, ho riletto soprattutto “Il mondo dei vinti”, in cui racconta gli effetti della guerra sulle persone con uno stile secco, che punta dritto all’essenziale. Nuto Revelli era uno che aveva combattuto per la libertà,  con il fucile in mano e poi si era messo ad ascoltare, girando a raccogliere le storie di persone normali, armato di un magnetofono, e poi le aveva trascritte, mantenendo la semplicità di quelle persone, senza nessuna retorica. “Il mondo dei vinti” si apre così:

“Non capivo perché la gente non scegliesse la strada aperta della ribellione, ignoravo che dopo secoli di miseria non si esce dal ghetto sparando. (…) In quei tempi “rastrellavo” la pianura, la montagna, le langhe. Entravo in centinaia di case contadine e incontravo una realtà che mi offendeva. Giravo a cercare la guerra, a cercare il passato, e avvertivo che la guerra dei poveri non finisce mai. Cerco il mondo dei vinti, dove un dialogo è ancora possibile, dove col dialogo respira la vita. (…) Mi interessa il passato in quanto mi aiuta capire la realtà di oggi”.

Nuto Revelli aveva scritto una canzone, mentre faceva il partigiano nelle valli cuneesi. “Pietà l’è morta” è uno dei simboli di quel periodo. Poi venne ripresa dai Modena City Ramblers, uno di quei gruppi che ha fatto in modo di usare la musica per raccontare la resistenza. La settimana scorsa, nella recensione di Breviario Partigiano dei Post-CSI, dicevo che ormai la resistenza è un tema fuori moda, che se ne parla di meno ora che i testimoni come Nuto Revelli non ci sono più. Invece sono felice di essermi sbagliato: questa settimana ne ho sentito parlare tanto, con belle iniziative su stampa, Tv e web.

Se oggi possiamo ascoltare musica liberamente, se possiamo scrivere queste cose, è anche grazie a quello che persone come Nuto Revelli fecero 70 anni fa: combattere e sacrificarsi per la libertà. E il fatto che sia la prima persona che ho intervistato, quando neanche sapevo che volevo fare il giornalista, ecco, è una cosa di cui sono orgoglioso, soprattutto quando si avvicina il 25 aprile.

 

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Ciao Lulli

Di tutto l’armamentario del “cane da educatore cinofilo” – seduto, terra, resta, dammi il cinque, al piede ecc. ecc. – non te ne è mai importato niente.

LulliCerto, sedere ti sedevi, a terra ti sdraiavi, se te lo chiedevo. Ma teatrale, esagerata: seduta ti ci mettevi tutta impettita, a terra ci piombavi con un rumore d’inferno e poi, invece di stare immobile come si conviene al vero cane da educatore cinofilo, tac, tu incrociavi elegantemente le zampe.  E sempre con quel lampo di ironia nello sguardo: se proprio vuoi che faccia ‘ste buffonate le faccio, eh, ma finiamola in fretta.

Qualcuno ci aveva anche provato a farti capire i comandi. I “comandi”. A te. Me lo ricordo come fosse adesso: ma sì, facciamo queste dieci lezioni per imparare l’educazione di base. Alla quinta lezione non avevi ancora degnato di uno sguardo l’istruttore blasonato. Mica con arroganza, sia chiaro: a richiesta dimostravi un garbato interesse, a volte addirittura ti avvicinavi a dargli una annusatina, e poi semplicemente andavi da un’altra parte a farti i fatti tuoi. Questo cane non è intelligente, dice esasperato l’istruttore blasonato per salvare la faccia. Mah, invece credo che questo cane non sprechi tempo con chi non gli interessa, rispondo io. E con l’educazione cinofila l’abbiamo chiusa lì. D’altra parte non ne avevi bisogno: tu sei sempre stata educatissima di tuo.

A Lampedusa, la prima volta che ti ho vista, eri sdraiata con le zampe incrociate all’entrata di un ristorante. Sporca, magrissima, ma di un’eleganza stupefacente. Una nobile momentaneamente in decadenza. Gianni e io stavamo imbastendo molto cautamente la nostra storia nella prima vacanza insieme. Tu ci hai scelto e hai deciso che saresti stata il nostro primo progetto. Ci hai seguiti all’uscita della nostra cena, hai visto dove abitavamo, ci hai osservati per qualche giorno da lontano, poi sei entrata nel giardino di casa e ti sei sdraiata in un angolo all’ombra. Niente confidenze, niente smancerie. Non hai mai toccato il cibo che lasciavamo per te. Arrivavi, salutavi, andavi sorridendo nel tuo posto preferito e proprio quando pensavamo che fosse la volta buona e ti saresti lasciata coccolare, niente, te ne andavi. Randagia vera e grande seduttrice. Hai giocato benissimo le tue carte. L’ultima sera, prima della nostra partenza, ti sei infilata in casa, sei saltata sul letto, mi hai leccato la faccia e sei scappata via.

Portarti a casa è stata un’odissea: niente stiva pressurizzata nel nostro volo, perciò una ragazza ci assicura che ti avrebbe accompagnata lei a Milano pochi giorni dopo ma niente, passa un mese e non arrivi. Prendiamo un altro cane, ci diciamo io e Gianni. Giriamo due canili, vediamo 500 cani ma nessuno come te. E infine dopo mille peripezie arrivi, tutta stordita dal volo e dal sedativo, da Lampedusa alla Darsena di Milano. Ti metto il tuo primo collare, ti aggancio il tuo primo guinzaglio e ti porto a fare pipì. Perfetta. Tram, auto, clacson, pedoni, biciclette: come se avessi sempre vissuto qui, in una casa di una grande città, invece che in una piccola sperduta isola del Mediterraneo senza aver mai neanche visto una stanza chiusa.

L’unica cosa cittadina che non ti è mai andata a genio sono le aree cani. La prima volta che ci ho provato era sera, il recinto era vuoto e ho pensato che avessi voglia di farti una corsetta.  Sei entrata e sei rimasta immobile come una statua per lunghissimi minuti. Vabbè, dico, allora andiamocene a casa.  Non faccio in tempo ad aprire il cancello che tu fulminea ti infili e parti a razzo, tre giri del parco pancia a terra e poi inchiodi ai miei piedi, ridendo come una matta. Morale: posto chiuso=si sta fermi, posto aperto=si corre. Non fa una piega. Quindi niente più aree cani, per te cane speciale: troppo affollamento, troppi cattivi odori per una signora. Le rare volte, entravi per farmi un favore, dopo due minuti sbavavi nauseata e zampettavi sulle uova per uscire al più presto senza insudiciarti le zampe.

In dodici anni non hai mai sporcato in casa, non hai mai rotto un soprammobile, masticato una gamba di tavolo, rovinato un tappeto. Niente. Stavi con noi, e ci stavi bene. Ristoranti, bar, alberghi, auto, spiagge, boschi, montagne. Dove andavamo noi, venivi tu. Abbiamo girato insieme mezza Italia e mezza Europa. Noi inesperti, tu maestra. In casa eri pigra fino alla letargia, nessuno è mai riuscito a portarti fuori a sporcare oltre le otto di sera: non se ne parlava proprio, preferivi startene a dormire e tenerti la pipì.  Ma appena saltavi in auto diventavi una guerriera globe-trotter, presenza quieta e rassicurante sul sedile posteriore capace di macinare migliaia di chilometri senza il minimo segno di disagio. Epico un viaggio andata-ritorno Milano-Bretagna, quasi 2500 km in due giorni, per un’emergenza familiare: noi distrutti, e tu lì dietro a sorridere beata, fresca come una rosa.

Per tre anni  sei stata una felicissima“figlia unica”. Tanto eri socievole con gli umani, quanto eri scorbutica e altezzosa coi tuoi simili. Quando è arrivato Uilli lo hai ignorato per 15 giorni. Poi, visto che non se ne andava, hai fatto buon viso a cattivo gioco e lo hai accettato un po’ controvoglia. Siete diventati fratelli, ma tu sempre un passettino avanti, sfuggente e seduttiva, come le vere signore.

Con Casper, invece, arrivato che tu eri già “grande”, ti sei lasciata andare come con nessun altro, bipede o quadrupede: giochi, corse, coccole con quel piccolo nipotino che ti faceva sempre ridere.

In ogni momento della mia vita, in questi dodici anni, tu sei stata con me. Tu sei stata me. Traslochi, lutti, gioie, viaggi, cambiamenti, case nuove, persone nuove, niente ti ha mai spaventata. Sempre discreta, elegante, carismatica. Il mio angelo custode.

Ieri, per la prima volta in dodici anni, sei stata male. All’improvviso. Un tremore, un dolore all’addome, una corsa disperata al pronto soccorso. Dopo la prima fase acuta, però, eri tranquillissima e per nulla sofferente. Ti abbiamo lasciata lì per la notte perché stamattina forse avrebbero potuto togliere quella massa. Ma il tuo cuore è diventato più fragile, e il rischio molto più elevato. E’ bastato uno sguardo tra me e Gianni, nemmeno un istante di dubbio. Niente accanimento, niente sofferenza inutile, niente tradimenti. Eri nostra, splendida e fiera, come sempre.

Col mio viso bagnato sul tuo muso morbido e profumato ho cantato insieme a te in silenzio quella canzone che da due giorni, ora capivo perché, mi risuonava in testa. Tu la cantavi a me, io la cantavo a te, nei nostri respiri sempre più lenti. E ti ho lasciata andare mentre ti addormentavi, bellissima e serena.

Io sono un guerriero, Veglio quando è notte

Ti difenderò da incubi e tristezze,

Ti riparerò da inganni e maldicenze, e ti abbraccerò per darti forza sempre

Non temere il drago,  fermerò il suo fuoco

Niente può colpirti dietro questo scudo

Lotterò con forza contro tutto il male e quando cadrò tu non disperare 

Attraverseremo insieme questo regno e attenderò con te la fine dell’inverno

Dalla notte al giorno, da Occidente a Oriente

Io sarò con te e sarò il tuo guerriero

 

E amore il mio grande amore che mi credi, vinceremo contro tutti e resteremo in piedi

E resterò al tuo fianco fino a che vorrai, ti difenderò da tutto

Non temere mai

Ciao, amore mio grandissimo.

Ciao Tata.

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